mercoledì 16 novembre 2011

Lorella De Bon

Lorella De Bon è nata e lavora a Belluno. Si è laureata in Storia all’Università Ca’ Foscari di Venezia ed è autrice di poesie e romanzi. Oltre alla raccolta “Sospetto di Vivere”, di cui qui riportiamo alcune liriche, ha curato la pubblicazione di un’antologia poetica dedicata ad Alda Merini (autori vari) dal titolo “Nata il 21 marzo. Un seme nella terra, un fiore di poesia”, edita dall’Associazione Terre Sommerse di Roma, con prefazione della stessa Merini (http://www.terresommerse.it/shop/index.php?productID=11), e una seconda antologia dal titolo “Volpe bellissima”, sempre dedicata ad Alda Merini, disponibile sotto forma di e-book, nel sito L’Abile Traccia di Pietro Pancamo http://www.labileabile-traccia.com/rivista_000000.htm
Numerosi sono i riconoscimenti avuti da Lorella per le sue poesie: tra questi tre primi premi ai concorsi: “Lino Negri” (VIII edizione),  “Alessio di Giovanni” (IX edizione) e “Dis’arte 2008” indetto dall’Università Ca’ Foscari di Venezia.
Ha inoltre scritto il romanzo “Delitti % Diletti” (Melino e Nerella Edizioni) presentato nel 2010 alla Fiera del giallo di Brescia.
Per seguire meglio l'attività di Lorella De Bon si può visitare il blog:

 





Il libro si può richiedere in qualsiasi libreria, su Amazon, o anche direttamente alla casa editrice www.albalibri.com 


Sospetto di vivere”, edito da Albalibri editore, è una raccolta di poesie da gustare lentamente e con amore. Lorella De Bon l'ha scritta tra il 2004 ed il 2011, disegnando un diario "sui generis" in cui contano non i fatti ma le segrete emozioni, le  piccole cose quotidiane: il buio che si riempie di colori, i grandi parchi pieni di uccelli e di vecchi, le scarpe lasciate in un angolo (Infilo il piede in un rifugio sicuro: le tue scarpe, quelle da lavoro, consumate di fatica e sigarette sempre accese, a bruciare polmoni e pensieri nascosti tra le mani scure), le ferite inferte dagli anni, che non bastano però a farla desistere dal coltivare la fragile pianta dell’amore, poiché, come lei dice, noi (siamo più di questa carne frantumata…).
Una poesia densa, dunque, fatta di  sentimenti che lentamente mutano, di nostalgie per assenze struggenti, come quelle dell’uomo amato (E’ che a volte mi manchi anche se mi abiti accanto) e del padre (sei silenzio che fa scricchiolare i mobili come fosse ronzio d’insetti).
Speranze e passioni di donna, immagini inattese e ardite che ne affollano l’immaginario e finiscono per pescare nel nostro stesso dolore, facendolo emergere con una sua nuova consapevolezza. Pensieri che penetrano nella carne come un pungolo. quando parlano di malattia e di vecchiaia o quando vanno  giù giù fino al pensiero della morte, guardata con malinconico distacco (di lassù la morte sembra lontana, una piccola ferita arida incapace di muovere al pianto).
Così, senza nulla rivendicare, Lorella si rinchiude nel guscio della sua casa, tra gli oggetti familiari, ritenendo che il dolore sia l’ineludibile prezzo da pagare alla vita, ma con il desiderio struggente di una mano che riconosca la sua solitudine e la conforti (Tu, dentro la mia casa hai costruito un’anima blu, ricoperta d’azulejos calde come terra di Portogallo, come sogni che sbadigliano ai rami spogli del tiglio).
Ma le poesie più belle sono forse quelle in cui si affaccia l’amore, tenero, silenzioso, pudico, che si manifesta in piccoli gesti segreti o nel desiderio di vicinanza, coltivato con sottile malinconia, essendo allora che spesso, in un ultimo verso, un inatteso colpo d'ali ci aiuta a volare.



Tu il tempo a vestirmi di rughe

  

È che a volte mi manchi anche se mi

abiti accanto, a pochi centimetri dalla

biancheria che sonnecchia in cucina,

là dove il sole s’appoggia e lascia

tracce d’estate. E a volte t’accarezzo

in assenza di pelle, perché gli occhi

stringono il vuoto come mani la

distanza tra cuscini stropicciati. È

che a volte non riesco a dire. Non

riesco. E mi basta l’ascolto, il volto

appoggiato a un vetro per sentire

che non esisto tranne il respiro, il

fiato corto sulle spalle. Mi basti tu e

l’attimo dopo ti cerco come non fossi

mai stato, come ti fossi appoggiato

un istante al balcone ad osservare il

prato. Basti tu, eppure ti cerco

ancora. E ancora mi emozioni

quando cammini offrendomi la

schiena che stringo al petto ogni

notte, ogni istante della mia vita in

assenza di te. Sussurrami parole tra

i capelli e sfogliami la pelle. Sussurra

e fai di me l’unico libro che leggerai.

Che sia tu il tempo a vestirmi di

rughe, a vestirmi e spogliarmi nel

tempo che passa e ci dimentica.



UN LUNGO VIAGGIO

a mio padre

  

Se come da un lungo viaggio

tu tornassi adesso

coi piedi di sabbia calda,

vedresti che poco è mutato:

un piccolo cane che corre sul prato,

un osso e una palla,

un altro filo di tristezza

attorno al mio collo,

un graffio nell’occhio

a impedirmi di notare la tua assenza.

Sei silenzio che fa scricchiolare i mobili

come fosse ronzio d’insetti,

sciame d’api di ritorno all’alveare.


 

CHE SIA MISURA DELLE TUE DISTANZE


È un gioco al massacro quest’alternanza

di pieno e di vuoto,

è il gusto delle tue parole a riempirmi

la bocca di fiato.


E vorrei essere io il verbo

che non si pronuncia,

in bilico tra i perché

e le cose già dette, così,

per restarti a fior di labbra

come il più caro dei segreti.


Vorrei esserti rosario tra le mani

socchiuse, vespro a toccarti la lingua

di promesse, croce senza delizia

e destino fragile avvolto al pollice.


Che sia misura delle tue distanze

e dei tuoi ritorni, dei tuoi occhi volati

via a visitarmi l’anima di notte,

quando le farfalle declinano il volo

ed io reclino il capo e farfalla divento

per te, che sussurrando dici:

 
“È un gioco senza alcun divertimento

questo starci lontani,

è anoressia d’amore a nutrirmi

nei giorni magri a venire.”




UNA PICCOLA FERITA ARIDA


Se oltrepassare la morte significasse

riallacciare i legami di sangue più

densi, la vita sarebbe cosa leggera,

quasi frivola. È un’ipotesi azzardata,

questa, che lancio sul tavolo della

notte quando l’altrui giudizio si

sospende e resto sola, a render conto

dei pensieri alla luna e, forse, ai

fantasmi nascosti fra le stelle. Nel

bosco la vita s’acquieta, non muore

mai, si rinnova a ogni squarcio di

nuvole, alla fuga dei caprioli in branco,

al passaggio d’un cercatore di funghi.

Accoccolata a terra, per un attimo

sfioro la mia ombra con la mano. Poi,

il vento la solleva e l’accompagna al

viso, dove una lacrima s’aggrappa

come rododendro alla roccia. Di lassù

la morte sembra essere lontana, una

piccola ferita arida incapace di

muovere al pianto.






2 commenti:

  1. Lorella De Bon la trovo davvero brava, con le sue riflessioni escatologiche sulla morte, piane e tranquille, sul rapporto d'amore e su ciò che di caro si è perso nel corso della vita.
    Antonella Placidi

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