lunedì 18 giugno 2012

Maria Marchesi



Questo blog, in genere, non ospita poeti celebri, essendo questi già presenti nelle librerie e in molti siti web e non avendo, quindi, bisogno della nostra modesta mediazione per essere conosciuti e apprezzati.

Ma per Maria Marchesi è diverso poiché il suo destino letterario ha seguito uno strano e oscillante percorso per cui oggi Maria può considerarsi una delle più grandi poetesse italiane contemporanee e rimanere, nel contempo, sconosciuta al grande pubblico.

Gli apprezzamenti di Andrea Zanzotto e Geno Pampaloni, di Enzo Siciliano e Sandro Veronesi non sono bastati infatti ad aprirle la strada della notorietà: Pampaloni l’aveva paragonata a Celan, Michaux, Trakl, Silvia Plath” e Enzo Siciliano aveva scritto: “E’ poesia alta, una sorpresa che sconcerta ed esalta”. Ma questi innamoramenti effimeri non l’avevano salvata dalla dimenticanza, tanto che Maria dovette annotare con amarezza: “C’è qualcosa di beffardo e di perverso negli entusiasmi e nei silenzi che ne conseguivano”.

A ragione delle condizioni di disagio mentale (fu detenuta in un manicomio fino a quando questi non furono chiusi) sembra obbligato un parallelo con Alda Merini, anche se le due poetesse non si somigliano molto e forse non si amano. Maria infatti scriveva della Merini: “Ho letto e riletto la poetessa in questione, non mi dice molto. È garbata, gioca, ha dimenticato l’inferno, se un tempo l’ha vissuto. Lo dico senza polemica, i suoi versi fanno troppo insistentemente l’occhiolino al lettore”.

La poetica di Maria Marchesi, però, non ha bisogno di queste suggestioni esistenziali per essere apprezzata; essa è così densa, così profonda e, insieme, così impastata nella fragilità della vita che sarebbe limitativo e ingiusto incatenarla allo specifico dell’esperienza manicomiale. Le sue poesie trasmettono una vertigine, un senso di precarietà e di ingiustizia che colpisce e destabilizza come un pugno nello stomaco. La stessa poetessa ne sembra pienamente consapevole quando scrive: “...Comunque è la prima volta che tento di esistere e non serve sprecarmi in distinguo e note esplicative. Vorrei però essere letta per la mia poesia e non per le vicende della mia vita.”

A Maria arride comunque un certo successo quando, con la sua prima raccolta “L’occhio dell’ala”, pubblicata grazie alla sensibilità letteraria di Dante Maffia ed all’impegno della piccola casa Editrice Lepisma, vince, inaspettatamente, il Premio Viareggio. Successivamente, sempre edita da Lepisma, arriva pure la sua seconda  bellissima raccolta: “Evitare il contatto con la luce”.





Non so quale evoluzione abbia avuto il suo disagio mentale né se e dove vive oggi. Neppure sono riuscito a recuperare sul web un’immagine di lei, e questo mi dispiace perché dopo avere letto le sue poesie ne diventi in qualche modo debitore e non puoi più concederti la crudeltà di dimenticarla.
Il dolore che Maria Marchesi descrive nelle sue poesie non si può inventare, né studiare nelle accademie; è alcool purissimo che brucia sulle ferite e, insieme, è forza rigeneratrice che viviseziona il male di vivere nel tentativo di comprenderlo e liberarsene.

Le sue poesie sono disperazione, desiderio di sesso, che in realtà è bisogno d’amore e di libertà; sono rabbia, ribellione, orgoglio ferito, sberleffo. Sono tutto questo e sono di più, perché sono poesia.

Quella che abbiamo scelto per “La bella poesia” è una lunga, sconvolgente lirica (una delle più belle che abbia mai letto), fatta di parole che scavano nelle parole, cercandovi il senso segreto e profondo dell’esistenza, ma trovandovi solo la disperante certezza della mancanza di ogni senso. Qui il suo verso diventa grido disperato e bestemmia, filosofia e pianto, follia e profondissima saggezza che si conficca nel cuore del lettore e, suo malgrado, lo trasforma.

I volumi citati sono acquistabili ai seguenti link:

Si consiglia pure la bella recensione di Ivano Mugnaini che troverete al seguente link:



TUTTI DICONO


Tutti dicono: la vita! La vita!
E io non sono riuscita
mai a incontrarla.
Ma c'è? Esiste? Dove vive?
Si nasconde tra la rugiada dei mughetti
o è una farfalla perversa che fa piroette
e spinge nelle cloache
chi si ferma a guardarla?
Sa riconoscere?
Perché non mi riconosce?
Quando dirà di avermi riconosciuta,
quando mi certificherà che esisto?
Se ne va per le strade del mondo
allegra o pensierosa
leggera o musona
e magari canta e ride
e - chissà - singhiozza per un dispiacere?
Poi... Si stravacca su una panchina
del Parco Pubblico e si gode il sole, la brezza,
il cinguettare dei bambini che giocano a palla.
Dicono...
d'averla vista salire su un cavallo a dondolo
girare in tondo mordicchiando...
Ho fame...
Ecco che cos'era quel languore
che avvertivo nella pancia e nello stomaco
come una ferita.
La vita! La vita!
E io che alla cieca la inseguo...
Ho tante domande da farle.
Prima, mi dovrà dire se anche quella di Cosimino è vita.
Cosimino ha la barba lunga,
i capelli gli arrivano sull'osso sacro.
Vive le sue notti sui cartoni nei pressi
di Stazione Termini di Roma.
Sulla barba e sui capelli eserciti di pidocchi
si bisticciano e si fanno guerra
per un po' di spazio vitale.
Gli succhiano il poco sangue che gli è rimasto.
Che schifo!
No, no, niente schifo.
I pidocchi devono pure nutrirsi
in qualche modo,
devono
vi- ve- re
vi- ve- re.
E Cosimino deve anch'egli
vi- ve- re.
Infatti lui si sdraia davanti al Colosseo
e si nutre
di sole,
d'aria.
Si,
bé,
qualche volta rovista nei cassonetti
della spazzatura e mangia
ciò che trova.
E' una lotta coi gatti randagi
che devono
vi- ve- re.
Tutti devono vivere, già,
per prepararsi a morire.
Tra la vita e la morte non c'è
uno spazio estraneo.
Che bel gioco sarebbe però
se tutti morissero,
se tutto morisse.
Dove andrebbe ad abitare la vita?
E la morte dove troverebbe i suoi clienti?
Che risate: la morte senza vita
e la vita senza morte.
Si, ce l'ho con la vita
perché non si fa riconoscere.
Sembra, a volte, che sia lì lì per svelarsi,
per dirmi: Ecco, babbea, guardami e ricrediti.
E invece... Mi manda soltanto ombre,
ombre di ombre, parvenze, sciacquio di colori,
reminiscenze di residui di una qualche
intonazione di echi che fanno eco..
Oh dio, ombre che forse sono dolori marciti
e impigliatisi in qualche smarrimento accidioso
e così lungo e tenebroso...
Sono ombre che piangono, e a volte entrano nel cuore
e mettono su certe tiritere.
Ecco, si, tiritere...za, za, bum, zabum,
bum, bum.
Il fuoco d'artificio del tempo marcito
che puzza come una carogna di gatto abbandonata.
Ma un giorno mi nasconderò
nella luce dell'alba,
o nella pentola del minestrone e la sorprenderò.
Non importa se farà finta di non conoscermi
(del resto se lei non mi riconoscerà
neanche la morte potrà poi riconoscermi).
Le dirò, Sei una puttana
uguale uguale alla morte, dunque,
perrché ti vesti di splendore e strombazzi
ai quattro venti che sei migliore di lei?
Le mie parole la metteranno con le spalle al
muro.
Avrà il coraggio della logica?
O farà la smorfiosa, la ruffiana,
cercando di confondermi le idee?
La vita!
Certo.
Per avermi tutta sua
dovrà almeno inginocchiarsi e chiedermi perdono
per le troppe attese.
Non lo farà?
Peggio per lei, la morte non aspetta altro
per prendere il suo posto.
Non vedete che la morte
è così vecchia, così vecchia e smemorata,
così vecchia, e avida,
così priva di memoria, di vita,
priva anche di morte?

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