giovedì 9 febbraio 2017

Recensione


Davide Cortese





Lettere da Eldorado 

Edizioni Progetto Cultura


Nota di Renato Fiorito

Lo confesso. Amo la poesia che dà emozioni, quella con dentro la forza vitale del sole, della passione, dei sentimenti. È questo il caso di “Lettere da Eldorado” di Davide Cortese dove l’Eldorado è il mito, la terra oltre le terre a cui l’anima tende, l’isola senza dolore, malvagità, ingiustizie, nella quale la forza trascinante della parola basta a realizzare i sogni



Una mattina mi son svegliato

e non c’era più nulla da temere.

Una mattina mi son svegliato

e potevo essere semplicemente chi ero,

senza che nessuno mi negasse il suo sorriso,

senza essere percosso e offeso,

né maltrattato, né deriso, né ucciso

per ciò che ero senza averlo deciso.

Una mattina mi son svegliato

ed ero fiero di essere chi ero.

Ero nero senza apparire diverso,

ero gay senza apparire perverso,

ero ebreo, musulmano, senza aver perso

la gioia di essere ospite dell’universo.

Una mattina mi son svegliato

e per tutti ero semplicemente un uomo.

E per ciò che io ero: umano,

non c’era affatto da chiedere perdono.



Poesia ricca di immagini, similitudini, evocazioni, ricordi, musicale e struggente, mai sazia di abbracci, di nuvole e di cielo, con dentro un lirismo acuto, colmo di dolcezza, un canto, una sofferenza, una malattia.
Sembra quasi che non debba cercare le parole Davide, non debba curarle, poiché esse fuoriescono da sole, brucianti, vivide, e lui debba solo inseguirle e raccoglierle in fretta, per dare voce all’indicibile, alla passione, al segreto dolore.
Cento metafore sono usate, cento similitudini, personificazioni, sinestesie, anafore per ingabbiare nel verso la ricchezza della vita, il caos e il tormento dell’amore, e fare espandere lo spirito oltre i limiti della singolarità.

“ ... il mio corpo stremato dalla giovinezza,

spaventato dalla bellezza,

eccitato dalla luce.

E posso a fiotti generare popoli che danzino dentro bolle di sapone

e si dissolvano gridando mute verità che tremano,

come incubi d’inverno.

Posso a fiotti disegnare fiumi che scorrono

e che puoi toccare con le dita, bagnandole di colori setati e cangianti.

Posso far librare nel cielo memorie come farfalle,

e storie come falchi, dolori come corvi.

E posso far fiorire sorrisi sulle tue mani, e sangue tra le nuvole,

nella musica triste di un’alba audace e bianca.

Ciò che si muove in me è così vivo e morto che mi fa paura,

e mi commuove, e mi addolora…”


La sua poesia è un continuo emergere di ricordi, un sussultare di lava, un bisogno quasi religioso d’amore che il cuore reclama contro le convenzioni e i pregiudizi:


“Sbigottitevi, adesso,

poiché dentro la vostra chiesa

io benedirò il nome di un demone:

l’amore.

Demone che con dita di fuoco

ci coglie nel petto il cuore vivo

per sfamare notti avide di tenerezza.

Demone che ci altera il respiro,

demone che ci possiede,

che ci mette sulle labbra lingue nuove.”


Passione, dicevo, come forza che spinge a scrivere, come ineludibile bisogno primario a cui è impossibile resistere:


“E fiori e paesi e stelle

mi esplodono dentro, mai esistiti ed esistenti,

struggentemente vivi e mai visti.

E mi duole il sogno.

E mi lacera.

E si lacera perché si muove come un passero

che si getta da un lato all’altro della gabbia.

Ed io sono la gabbia,

e lo sento quest’essere che mi lacera le viscere

e che vuole libertà.

E questo fiore che mi spinge come fossi terra

perché vuole darsi al sole,

io lo sento.

Mi fa male.

E mille fiori sono,

non un solo passero.

Miriadi di farfalle dalle ali preziose.

Dentro mi si muove un universo

che l’universo non basterebbe a contenere.”



Al contrario dei tanti poeti imborghesiti dal loro stesso celebrarsi, che sanno tutto sulla tecnicalità e nulla sull’amore, tutto sulla sintassi e neppure una parola sul fuoco che può bruciare un’anima. ciò che muove i versi di Davide Cortese e li rende incandescenti è il furore dei sogni, il loro ribollire sotto la pelle. Forse non è estranea a ciò la magia della nativa Lipari, delle rocce incandescenti di Vulcano e del mare infinito che abbraccia l’orizzonte. È quella la culla, è quella la madre. Lì prendono forma e esplodono le lettere che arrivano dall’Eldorado, anzi è proprio quello l’Eldorado, dove i sogni diventano pensieri di vita, di tenerezza per il mondo e per se stessi, fluttuante malinconia per quello che siamo stati e per ciò che non saremo:


Quando non ci sarò più

i palloncini continueranno

a sfuggire di mano ai bambini

e saliranno rotolandosi

verso il cielo

accompagnati dallo stupore

o dal pianto.

Gli autobus continueranno

a farsi attendere alle fermate

e le zanzare continueranno

a tormentare il sonno della gente.

Alcuni sogni continueranno

ad essere dimenticati al risveglio,

altri ad essere raccontati agli amici

con dovizia di particolari.

Gli innamorati continueranno

a credere nell’amore eterno

e nelle biblioteche richiederanno

ancora “Una stagione all’inferno”.

I ragazzi continueranno

a scrivere poesie

o anche solo “ti amo” sui muri.


E io sorriderò

di tutte queste cose,

di queste piccole cose

che ho conosciuto sulla terra

e tirerò su col naso

con un po’ di nostalgia.


Se la grande editoria non fosse occupata dal potere, se la televisione non fosse popolata di clienti, se i giornali sapessero parlare ai loro lettori delle cose che arricchiscono la vita e la scuola insegnare ai ragazzi ad amare la poesia “Lettere da Eldorado” farebbe bella mostra di sé in tutte le librerie e se ne parlerebbe sui media, invece che essere una piccola perla, privilegio dei  pochi amanti della poesia che non si rassegnano alla banalità del quotidiano.

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