venerdì 3 febbraio 2017

Recensione



CARLA  MUSSI




SCONTO DI PENA - Puntoacapo editore


Nota di Renato Fiorito


Fare di un fatto di cronaca nera un poema è già cosa inusuale e intrigante, farlo poi con raffinata padronanza del verso è ancora più raro e sorprendente.

La donna che, nel nuovo libro di Carla Mussi: “Sconto di pena”, taglia la gola al suo amante, fa subito pensare alla “Ballata del carcere di Reading”, scritta da Oscar Wilde in difesa di Charles Thomas Wooldridge che, analogamente, uccise la moglie con un colpo di rasoio alla gola per gelosia.

“Eppure ogni uomo uccide ciò che ama” scrive il poeta “Ognuno ascolti dunque ciò che dico/ alcuni uccidono con uno sguardo d’amarezza/ altri con una parola adulatoria/ il codardo uccide con un bacio/ L’uomo coraggioso con la spada”.


Anche in “Sconto di pena” è presente una discrasia tra la ferocia accertata del delitto e l'intima verità di chi l'ha commesso, tra la condanna pubblica e il segreto dolore dell'assassina. Il momento irrimediabile del delitto si contrappone antinomicamente alla superficiale percezione che la società ne ha, alle testimonianze dei vicini, all’ammissione di colpa, ai trafiletti dei giornali.

Per parte sua, il ritmico incalzare dei versi, elegante e armonico, bene asseconda i salti narrativi e le variazioni dei punti di osservazione.

Il delitto è commesso per amore, o meglio, per non-amore. Il teatro è un letto coniugale, ma a commetterlo è qui una donna e le sue ragioni sono quindi più intricate e sfuggenti. A raccontarlo, inoltre, è pure una donna, quasi fosse un’inquietante rivalsa di genere, che utilizzando un’attitudine alla violenza tutta maschile, capovolge lo stereotipo e ne fa uno strumento di ribellione e liberazione.

Il coltello che taglia la gola dell’uomo richiama infatti la lama con cui Giuditta uccise Oloferne, lì per liberare il suo popolo dal tiranno, qui, per liberare i sogni dalla subalternità della loro condizione.

La violenza non è quindi il frutto di un atto inconsulto, di un momento d’ira o di un improvviso moto di vendetta, ma il tragico sbocco di una fredda determinazione, maturata lentamente nel segreto delle mura domestiche, ben dissimulata, coltivata come una mala pianta, un veleno sottile della mente che non può che portare al crudele esito finale:


“Le ragnatele orlano lo specchio / dentro galleggia il viso, / il tempo è il ragno.”


Da una parte c'è cioè la vita tranquilla di una donna normale che disbriga i lavori quotidiani con sistematica cura, dall’altra l’odio feroce, accumulato negli anni che sconfina nel gesto finale del colpo di coltello che affonda nella carne e colora di sangue il letto.


“Col gesto che alla fine ti scagliavo / disanimavo un niente / accendevo una lama / di lampadine rosse sul lenzuolo.”


Il movente non serve perciò a spiegare il dramma ma ad archiviarlo perché la definizione di “delitto passionale”, se basta agli inquirenti per stabilire la pena, non spiega il come e il quando, né dà conto dei fantasmi che hanno tramutato l’idea di uccidere in “fatto”.

La donna, del resto, fa di tutto per nascondere l’arma, quasi che questa fosse l’unico elemento che la collega alla realtà, e cerca perfino di fare apparire il delitto come un atto inconsulto, per guadagnarsi un vagheggiato sconto di pena,

“Uno sconto di pena è da augurarsi,/ se dovessi infierire ciecamente/ senza meditazione”

Omicidio non spiegato e non spiegabile, dunque, mosso dalla passione ma senza passionalità, pianificato con freddezza ma privo di ragioni, segnato da una follia che spaventa proprio perché mimetizzata nelle pieghe della quotidianità e dunque irriconoscibile nella sua maschera di false parole e tranquillo fluire dell’esistenza.

Un delitto che sa di rivalsa sulla vita che lentamente mangia le speranze e uccide l’innocenza sicché alla bambina che un tempo giocava in riva al mare non resta che un mare artificiale, un acquario casalingo troppo piccolo per nascondere la colpa.


"Stai sereno, il coltello / l’ho nascosto sul fondo dell’acquario / svena l’acrobazia dello spirografo / che è convinto del mare".


Bella infine anche la postfazione di Emanuele Spano che ha colto con bello stile gli elementi essenziali del dramma.

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