VII EDIZIONE OPERE VINCITRICI 2014/2015

VII EDIZIONE
PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA 
DON LUIGI DI LIEGRO 



Le poesie vincitrici sono raccolte nell'antologia

"Non è solo una rosa di maggio"


http://www.lafeltrinelli.it/libri/non-e-solo-una-rosa/9788891088789


http://www.lafeltrinelli.it/libri/non-e-solo-una-rosa/9788891088789




SEZIONE A:  POESIE SINGOLE INEDITE


DAVIDE CORTESE - 1° CLASSIFICATO 





Poesia allusiva, che assegna le ragioni dell’amore a qualcosa che fluttua nell’ancestrale fulgore della propria terra d’origine in un vorticare di immagini sfuggenti. E’ forse per questa ragione che il poeta evita di dare un titolo; ciò che prova non è possibile racchiuderlo in una qualsiasi sintesi, perché a parlare è “il profumo del silenzio”, e i “petali della tenerezza” non conoscono il coagulo di un qualche limite.
Lirica densa e compatta, che ha lontani modelli in un passato che ha saputo distillare infiniti sogni e renderli in parole nuove. Ecco “il lungo viaggio di una voce”. (Dante Maffia)

 


Non è solo una rosa di maggio
il fiore che ti dono adesso.
Nasconde tra i petali di velluto
paesi incantati che ho abitato,
grandi un granello di sole.
Parla i profumi del mio arcano popolo
che ti dice “ti amo” da troppo lontano
perché tu lo possa sentire.
Parla il profumo di un silenzio
che è solo il lungo viaggio di una voce.
Nasconde tra petali di tenerezza
l’innocenza di paesi sospesi sul pericolo:
sullo stelo della mia rosa
guizzano mille pinne di squalo.



ALEJANDRA ALFARO ALFIERI - 2° CLASSIFICATA





Si sente il fremito, in questa poesia, di tutta la meravigliosa, lunga tradizione della lirica spagnola e ispano americana, ma si tratta di un fremito che prende consonanza e familiarità con la poetessa e arriva a farci sentire la sua voce, spoglia di ogni condizionamento, dentro il crogiolo di un problema che ha sempre affannato i poeti, di tutte le epoche.
La lirica è densa di sfumature e di una musica che dilaga e cattura, suggerendo al lettore la precarietà del tempo che passa senza lasciare traccia. Si badi che sono i sogni a raccontare e che quindi siamo dentro una fantastica rincorsa di simboli che vedono, ancora una volta, primeggiare la luna. (Dante Maffia)


Sólo por querer bailar la eternidad

Cuentan los sueños,
que desde esa noche el "silencio" no quiso volver a hablar,
mientras la noche desnudaba el cielo para verlo brillar,
huía la luna en la oscuridad.

! Ella no está!

Dicen las heridas,
que con el tiempo la luna se escondió del amor,
y desde entonces,
la noche sin ella no durmió.

Mientras tanto la espera se sienta en el balcón,
para ver qué escribe quien siente
cada vez que mira al mundo
cómo anochece sin amor.

En fin,
nadie podía dormir,
la noche se perdía una vez más,
ni la luz de una linterna,
incluso de las estrellas la pudo volver a encontrar.

Se supo con el tiempo,
que un día la luna vio a una nube llorar,
y entendió así de qué está hecho el mar.

Asustada y sin preguntar huyó,
antes de querer volver a amar;
pero lo que no sabe,
es que el mar aún lleno de llanto
no aprendió nunca a llorar.

La memoria la recuerda herida,
la luna se marchó,
y así fue como despidió al amor.

! Ella no está!

Todos sabían que ella jamás regresaría;
-Los minutos mientras tanto bailaban la danza del tiempo-
Entre baile y baile,
se escuchó con el viento
Un secreto a lo lejos:
¡la luna no regresa hasta que el sol amanezca los sueños de ella!

Cuando el sol despierte se arrepentirá de haber dejado sola a la luna, perdida en la noche.

Voler far ballare l’eternità(Traduzione )

Raccontano i sogni
che da quella notte il “silenzio” non volle tornare a parlare,
mentre la notte spogliava il cielo per vederlo brillare,
la luna fuggì nell’oscurità.

Lei non c’è!

Raccontano le ferite
che col tempo la luna si nascose dall’amore
e da allora,
la notte senza di lei non riuscì piú a dormire.
Nel frattempo, l’attesa si siede sul balcone
per vedere
cosa scrive chi sente
ogni volta
che guarda il mondo
come tramonta senza amore.

Infine,
nessuno poteva dormire,
la notte si perdeva un’altra volta ancora,
nè la luce di una lanterna,
compreso le stelle poterono farla tornare ad illuminare.

Si sa col tempo
che un giorno la luna vide una nuvola piangere,
e capì così di cosa è fatto il mare.
Spaventata e senza domandare
fuggì,
prima di voler tornare ad amare,
ma quello che non sa,
è che il mare così pieno di pianto,
non imparò mai a piangere.

La memoria la ricorda ferita,
la luna se ne andò
e così fu come respinse l’amor

Lei non c’è!

Tutti sapevano che lei non sarebbe mai tornata,
- i minuti nel frattempo ballano la danza del tempo -
Tra ballo e ballo
col vento si udì
un segreto da lontano:
La luna non torna finché il sole albeggia sui sogni di lei
Quando il sole si sveglierà si pentirà di aver lasciato sola la luna,
persa nella notte.


DAVIDE FERRARI - 3° Classificato





Davide Ferrari pur utilizzando il suo dialetto e occupandosi di un contadino, evita accuratamente di scrivere un bozzetto. Evidente che nella sua formazione e nella sua scrittura non è passata invano l’esperienza della neo dialettalità così bene descritta da critici come Cesare Vivaldi e Giacinto Spagnoletti.
Ferrari ha il senso della misura e ci dà uno spaccato di vita vera senza appesantirlo di toni retorici o di elementi estranei e così il suo dialetto diventa una lingua come un’altra, lo strumento per cogliere l’essenza di un momento particolare, anche se alla fine con un sapore amaro, per quel morire davvero a tradimento nel finale. (Dante Maffia)

 

Al vìssi ‘d la vita 

I vid infilà vüna via l'altra 
sénsa pensér e sénsa tüt i nòss
magàgn che 'na fän gnì la facia vuncia,
no 'd vin ma ad sulc prufund.
E ‘l tratur al tira dritt in di und
‘dla giuinèssa, al fa passà
i zòl püsè gross vüna par vüna,
e ja ribalta, ja tra in toc 
pr’ una nascita fütüra, una creassion. 
Al cuntadin, c’la spes tüti i sò ann 
a fa andà i män e a ingrassà 'l mutur,
agh salta mai in ment d'abandunà
al tratur par fa i ricam in sla sò vita.
Al tira sira sénsa cugnission,
tra un bicer e l'altar, al fa un sògn 
sugnénd la primavera, una quei ura 
arenta al fögh ad la memoria,
indè che tüt al par vegh l'umbra 
d'un racòlt. E l'è insì bèl viagiá
in dal témp cui män in män
ch'i pàran pòss ma sensa vegh adòss
l'udur ‘d la mort, me quèi ad quèi
che Mort l'è un laurá, una dòna, 
e ciciará cun niént in ment, 
nänca un bicér ad vin
ch'at töva l'anima,
e pö 'tsè mort dabon,
a tradiment. 

Il vizio della vita
(Traduzione)

Le viti messe in fila una dopo l’altra
senza pensieri e senza tutte le
preoccupazioni  che ci sporcano la faccia,
non di vino ma di solchi profondi.
E il trattore tira dritto nelle onde
della giovinezza, fa passare
le zolle più grosse una per una,
e le ribalta, le fa a pezzi
per una nascita futura, una creazione.
Al contadino, che ha speso tutti i suoi anni
a muovere le mani e ingrassare il motore,
non viene mai in mente di abbandonare il trattore
per ricamare sulla sua vita.
Tira sera senza cognizione,
tra un bicchiere e l’altro, fa un sonno
sognando la primavera, qualche ora
accanto al fuoco della memoria,
dove tutto sembra avere l’ombra
di un raccolto. È così bello viaggiare
nel tempo con le mani in mano
che sembrano rafferme ma senza avere addosso
l’odore della morte, come quelle  di coloro
che Morte è un lavoro, una donna,
e chiacchierare con niente in mente,
neanche un bicchiere di vino
che ti prende l’anima,
e poi sei morto davvero,
a tradimento. 


LUCIANO NOTA - Premio speciale della giuria
Medaglia del Presidente della Repubblica per l'attività letteraria e l'impegno nel diffondere l'amore per la poesia.





Laureato in Pedagogia e in Lettere moderne, ha dedicato la sua vita all’impegno letterario e alla promozione della cultura e dell’amore per la poesia. Ha pubblicato raccolte poetiche come “Intestatario di assenze" nel 2008, "Sopra la terra nera" nel 2010,  "Tra cielo e volto" nel 2012, "Dentro" nel 2013, apprezzate da letterati quali Paolo Ruffilli,  Giovanni Caserta, Abele Longo. Molte sue poesie sono state ospitate a RadioUno “Zapping” e “L'uomo della notte”. 
Attualmente si impegna con competenza e passione a sviluppare, con studiosi e poeti, il confronto tra posizioni letterarie sul sito web “La presenza di Èrato”, mantenendo una finestra sempre aperta sulla realtà internazionale e sui migliori contributi delle nuove generazioni.
Tiene corsi a ragazzi disabili, educandoli al piacere della lettura e alla comprensione dell’arte poetica, incoraggiandoli ad esprimersi in forma poetica, con risultati a volte sorprendenti.
Contribuisce infine a mantenere viva l’attenzione sulla poesia meridionale promuovendo incontri con poeti del sud e confrontando la loro poetica con quella dei grandi nomi del passato. (Renato Fiorito)

La rosa

Ecco, prendiamo quel vaso
e in quel vaso mettiamoci una rosa,
che sia bianca o gialla,
rossa o arancione.
Cogliamola però in quell’orto
di fronte al quale s’erge il muro.
E’ quello che abbiamo lasciato,
credo, dieci anni fa,
ricchissimo di tagli ed incisi,
il più gremito di erbe.
Se vuoi, prendiamo anche queste,
e posiamole più in là;
poco distante c’è la fontana
colorata di frutti.
Ma se preferisci mettiamole nel fosso.
Hai scelto la rossa.
Contrasta col tuo colore, madre.
Riponila pure nel vaso.
Anch’esso è bianco e stanco.
Dove sei?
Stavo immaginando!




MARIA CARLA DETTORI -  Premio speciale della Giuria



Una delle più orribili malattie che ormai sempre più spesso aggrediscono l’uomo è l’alzheimer, che rende le persone degli esseri vegetativi, assenti al mondo, alla vita, a  tutto. Ogni tanto però c’è un ritorno breve al senso e alla conoscenza e sprazzi di luce balenano per subito spegnersi.
Maria Carmela Dettori, in prima persona, descrive questo male incurabile e lo fa con un realismo che ci mette davanti i sintomi di un percorso allucinante che ci fa sentire lo strazio, soprattutto nell’ultimo verso che sembra un grido e una preghiera: “Insegnami a chiamarti amore”(Dante Maffia)

 

 

Alzheimer

Divenne fitta la nebbia,
all'improvviso,
con  fatica e con dolore,
le lame
squarciavano le ombre,
incerte,
le linee del tuo viso
fissavano
l'impronta nei miei occhi,
barcollavano i sensi,
in cerca d'un appiglio,
che riagganciasse
i fili
dei ricordi andati in pezzi,
e mi tenesse ancora
i piedi saldi al mondo.
E quando,
nei momenti che s'accende
il sole,
la mente la pellicola riavvolge,
ancora più acuto
lo spasimo devasta il cuore,
l'angoscia
succhierà ogni residuo,
lasciandomi inerme
nella mia disperazione,
ricorderò
il tuo nome, gli anniversari
più importanti,
e poco dopo li avrò dimenticati.
Cellula ignara,
flebile candela
d'intermittente luce,
prima che vacuo sia lo sguardo
e la voce muta di parole,

insegnami a chiamarti amore.


MINA BEER - Premio Speciale Della Giuria

In questa poesia ritorna perentorio l’oraziano “Ut pictura poiesis”, La poetessa, che ha grande dimestichezza con la storia dell’arte figurativa essendo critica d’arte, riesce a cogliere l’essenza viva di un monumento descrivendolo, ma come una creatura vivente e non come una morta reliquia.
Il dato più interessante è che nel mentre lei osserva e descrive, la vita dei giovani irrompe prepotente e la poetessa non può che andare con la mente e con il cuore indietro di secoli e vedere passeggiare i centauri.(Dante Maffia)

 

 

La Dea della fontana
(Nel giardino del Pincio, Roma)

Finalmente la mostrano!
Ho desiderato tanto vederla intera
l'enigmatica statua "quasi" romana.
Forse l'avevo vista prima,
forse l'avevo indovinata.
Chissà quando nella mia fantasia è penetrata
col suo profilo incompiuto
dietro le erbe e le calle
che la ricoprivano quasi tutta.
Immersa nell'acqua della fontana
come una Dea marina d'altri tempi
dai lineamenti classici
il suo corpo si curva verso qualcuno.
La sua bellezza impressiona -
anela con amore verso un bambino in fasce
ed ha, lei pagana, rassomiglianza con Maria.
Tutte e due apparse, come per sbaglio
in uno tempo diverso - il nostro.
La gente si ferma davanti all'immagine.
si impressiona...e un gruppo di ragazzi
schiamazza, si spruzzano l'acqua addosso
e le ragazze fingono uno spavento rumoroso
con un godimento che trascina...
Forse loro sono il più bel regalo dovuto alla fontana.
Bagnati tutti alla fine
sembrano i baccanali romani.
E io li osservo, pensando che
forse i tempi non sono cosi diversi da prima,
da quando sul Pincio
passeggiavano i Centauri.



STEFANO BALDINU
Menzione speciale di merito con medaglia

Poesia di grande suggestione: “… due cuori illegali al centro della notte a condividere una furtiva milonga”.  È in questa immagine la prima magia di questa poesia: la musica che trascina i ballerini, e lei vicina, eppure distante come la luna, che gli gira intorno al suono di una fisarmonica muta. Quali barriere hanno attraversato per abitare quel medesimo spazio? Quale illusorio universo hanno saputo creare? Promessa fallace è la danza, quale del resto la vita stessa: solo due sbuffi di vento che soffiano, come per miracolo, dentro la stessa notte 


Milonga

Solo noi due al centro della piazza
solo due cuori illegali al centro della notte
a condividere una furtiva milonga.
Disperata immensità
questo silenzio che è un pensiero triste
che si deve o che si dovrà ballare
che passo è questo tuo rosso avanzare
questo tuo principiare una danza
che mi corteggia il respiro
ormai buono per imitare i rintocchi
di una pendola.
Non so trovare altro nel mio sguardo
se non questo mio antico gioco ricorrente
di ammiccarti la guancia, inarcarti la schiena.
Quale lucida illusione abbiamo desiderato
crearci con questa strascicata musica
del tuo braccio che avvolge e seduce
il mio che si incatena al tuo fianco
quale altro universo abbiamo vissuto
se tu distante una spalla come luna
ruoti intorno a me, al tuo asse
se tu come ruota di un mulino raccogli
acqua e la trattieni divertita
in attesa che l'alba in segno di resa
sulle dita la tenga sospesa.
Spensierata intimità solo per noi
questa fisarmonica senza voce apparente
stessa pupilla di due occhi differenti.
Quale divieto abbiamo infranto
quali valve abbiamo oltrepassato
per abitare la stessa conchiglia.
Solo noi, due punti cardinali opposti
nella stessa piazza
due sbuffi di vento contrari dentro la stessa notte
questa notte d'acqua che scorre
questa notte di rosa ferma al centro delle labbra


MAURO  CORONA

Menzione speciale di merito con medaglia


Bella questa poesia di Mauro Corona. La ricerca del senso della vita è il cuore dell’esistenza. Scavare per portare alla luce pietre e segreti è il suo destino e la sua condanna. La notte, che invade gli spazi, circonda ma non cancella l’immagine del poeta, riflessa dal vetro della finestra. In questa incongruenza tra spinta ad esistere e immensità del buio c’è tutto il dolore e la follia di vivere.



Il senso ultimo e vero del reale

Scavo con le dita
porto alla luce pietre e
segreti

Sul sentiero tra due finestre
crescono alberi.
Di là dal vetro li guardo
muoversi di notte

Nell’atto del guardare
vedo me stesso riflesso
e sono visto
immagine ancora accesa
su uno sfondo nero

Ed io di qua sconto la vita
come un incerto andare
con soste lunghe anni
e balzi di leopardo in caccia

Non c’è scampo a questo
silenzio che si agita irrequieto
a questa spossatezza che
non mi lascia per tutto il giorno
e nemmeno il pensiero che tu esisti
mi consola, vita

Era questo il segno che cercavo?
Ciò che a inizio marzo a volte accade,
come un’improvvisa fioritura
su prati verdi fino al giorno prima.

Era come ciò che rimane
dopo aver lasciato tutto
dopo essere scesi nel profondo
o aver guardato troppo a lungo il cielo,
solo il senso ultimo e vero del reale


GENNARO DE FALCO - Menzione speciale di merito con medaglia



Pochi versi ma centrati e efficaci. Chi ha girato per Milano in un torrido pomeriggio d’agosto riconosce la verità di queste immagini: i negozi chiusi, le strade vuote e un senso di abbandono, solitudine, inutilità che pervade l’aria. La confusione, che fino a poche settimane prima imperversava, non fa più da schermo allo smarrimento del poeta. Nell’attesa che ritorni il pulsare caotico della vita, il rumore dei passi non basta a colmare il senso di vuoto che l’avvolge.    


Era uno sterminio, Milano…

Era uno sterminio, Milano
di saracinesche sprangate. Minuti cartelli
annunciavano
l’ora della resurrezione. Evaporavano
nei pomeriggi bollenti
le strisce blu dei parcheggi deserti.

Disintegravano, i nostri passi
il silenzio delle circonvallazioni.
Erano voragini
nell’asfalto sbriciolato dei marciapiedi.
Atomi di presenza

in un vuoto definitivo.


ANDREA MUNDONE -Menzione speciale di merito con medaglia


Andrea Mundone in questa poesia trova immagini sorprendenti, associazioni felici, figure retoriche intense e leggere. Comporre una poesia non è un miracolo che si possa fare con facilità. La poesia è come uno straniero che si incontra per caso per strada e che parla una lingua diversa da quella usuale, o come un banco di pegni a cui tutti portano l’oro delle loro parole e che il poeta deve raccogliere e restituire trasfigurate. Padrona della poesia è una ragazza dalla pelle bianca che sa mettere nel cielo la luna o anche appoggiarla certe notti sul comodino. Bisogna allenare il cuore a tenere il passo di questo amore alieno.


alleno il cuore
non aveva il passo per un amore  alieno
                           una mattina ho avuto paura
 Di cosa ?
 ma di perderti
                         amore mio
                           La carta come un cieco mi stava ad ascoltare
 e io scrivevo  sotto gli occhi di una lampada
 certi attimi   la penna con la gola asciutta
                             strattonava il foglio
                             la poesia è uno straniero che incontri per strada
                          scrivere è magia
                             i poeti hanno altri soldi
 da quando l'ho conosciuta ho aperto una bottega di pegni
 compro oro
 da tutti i luoghi portano parole
 anche quelle fatte a cocci
 impegnano amori  di tutti i tipi
 a volte ritornano
 a volte non passano la soglia
 a volte dimenticano
                    li abbandonano
                   Conosco una ragazza dalla pelle bianca come la luna
 si chiama giulia
 è la padrona della luna
 certe notti la mette in cielo
 di giorno la tiene in tasca
                     quando dorme la posa sul comodino
                     Dentro al bar mi aspetta ogni sera
 per sognare qualcosa
 fare un viaggio
                       girando un dito in un bicchiere d'acqua
                       nel buio siamo degli evasi
 ci abbracciamo
                        come fossimo la libertà
                        I vetri Dicono che arriva l'autunno
 E dove la metto adesso la pioggia
 dopo un'estate di tempeste
                         la stazione aspetta il treno
                         mentre il silenzio non racconta niente
                         quando le notti i pescatori di coralli
i matador di tori gli amanti
tornano a reti vuote dai fondali dei teatri
noi cantori buttiamo uno sguardo più lontano,
al largo
per potere parlare

di un pugno di amori
                         

SILVIA NAPOLEONI

Menzione speciale di merito con medaglia

La poesia ha un incipit bellissimo: “dopo tutti questi passi ancora scambio l’asfalto per il cielo di notte” e poi una sorprendente digressione “sapessi almeno fumare/espierei i peccati in bianche nuvole a scomparsa…)…”  Ecco dunque messi nel piatto gli elementi bastevoli a creare la giusta atmosfera e a catturare l’attenzione del lettore in questo vagare straniante per strade che sembrano prive di senso dove forse qualcuno ha provveduto a spostare i cartelli della vita.

Ordinaria amministrazione
                                            
dopo tutti questi passi
ancora scambio l’asfalto
per il cielo di notte

sapessi almeno  fumare
espierei i peccati in bianche nuvole a scomparsa
                  (comunque  la pioggia è poca cosa, non lava le mani)

di nuovo mi perdo
circolavo intorno a  non sensi non detti
facciate quieto vivere
                       (qualcuno deve aver spostato i cartelli)

ma non si cambiano gli occhi
e un ombrello a tre/quarti copre solo metà della realtà

per il resto devo solo imparare a contare


TANIA SANTURBANO

Menzione speciale di merito con medaglia


Bella poesia di questa giovane poetessa abruzzese che rinnova con un linguaggio libero e immaginifico l’eterno miracolo dell’incontro d’amore, il suo espandersi ben oltre la stanza che lo accoglie. Tutta la natura vi partecipa sensualmente: “i fiori della notte a grappolo crescono occupando quasi tutta la pelle”e i baci si “allungano fino a lanciarsi contro una rupe di nuvole/ e tu seduto sopra la notte/ scendi mormorando fra le montagne disteso sui miei fianchi.”

 



Il vento sonnambulo passa sotto le finestre
fino a salire sulle guance strette .
I fiori della notte a grappolo
crescono occupando quasi tutta la pelle.
Una malinconia moribonda
nasce dentro un vespro di occhi santi
e l'odore delle tue mani
sorgono dentro un silenzio d'argento inchinato .
Tre volte hai preso i miei occhi e il resto dei capelli
sorreggendoti sulle mie ginocchia nude.
Tre nomi disegnati a tratti dal sole sopra una bocca incolta
fatta di vapori strani e di brevi piogge.
Baci che si allungano fino a lanciarsi contro una rupe di nuvole
e tu seduto sopra la notte
scendi mormorando fra le montagne disteso sui miei fianchi.
Labbra di noce
nate sopra un viso appannato di specchi
coperte bianche che coprono la fronte
mentre mi occupi distraendomi senza rompere il silenzio.
Chiudi per carità i miei ricordi toccandoli senza far rumore
il mio polso tra le tue dita semichiusa tre volte negli occhi.
Sotto un giro di perle nere che scendono nella notte.


LAURA BONAGUROMenzione speciale di merito 



Agosto

In punta di piedi sul colmo del tetto niente
fili non reggono né cuciono o tornano indietro
l'ombra combacia il sordo calpestio delle dita
minuscole per l'altezza che le radici stanno sopra
se non vogliono terra non vogliono c'è così sabbia fine
per aria gli occhi mai fermi orizzonti obliqui
da lassù scende tutto di lato chino appena
la bocca la mia bocca cieca non sa più del sale.


CLAUDIA BRIGATO - Menzione speciale di merito

Non so scrivere della quiete

Non so scrivere della quiete
di questa luna accordata a requiem
sotto una cuccia improvvisata di stelle.

-          Anche il ragno ha fermato la tela
e va restituendo al moscerino la pietà di un’urna –

Se solo potessi allattarmi
tutta di questa pace  
e docile dormirci dentro
nuda.  


LORENZO POGGI - Menzione speciale di merito 














Oltre la siepe

Mi raccomando
copriti bene stasera.

Dobbiamo andare oltre la siepe
del nostro sconforto,
in fondo alla strada
che porta al lago salato.

Ci sarà molto vento dal nord
e gli scialli si agiteranno
come pipistrelli sulle nostre teste.
Molte foglie voleranno placide
a schiantarsi a terra.

Passando, avremo modo di lanciare
sguardi d’invidia all’erba del vicino
e ammirare le rose
che non sono mai nate.

Non portarti nulla del tuo dolore,
ne troveremo bastante per strada
quando i passi diverranno pesanti
su orme lasciate nel fango del pianto.

Non serve neanche
minacciare con l’indice
chi è ancora vivo di speranze
o chi ancora si crede innocente.

Alla fine
entreremo nel lago salato
per lasciare sporchi vestiti
e battezzarci di nuovo.



SEZIONE C  -  SILLOGI EDITE


ANILA  DAHRIU - 1° Classificata 

per la silloge “Fra le costole del peccato” – Tirana 2013




Il mondo ormai pullula di tantissimi poeti, ma sono pochi quelli che riescono a trasmettere grandi emozioni, quelli che mettono di fronte alle problematiche più scottanti facendoci toccare con mano gli inferni dell’anima.
Per esempio ci riesce Anila Dahriu, che scrive con la pancia e con l’anima, che non vela la sua scrittura di belletto e va dritta al cuore delle cose convinta che la poesia debba avere anche una funzione sociale, oltre che spirituale ed umana.
So che nella sua terra d’origine, l’Albania, ella è considerata poetessa ermetica ed esistenziale, ma io, non avendo un riferimento preciso sugli sviluppi della lirica nel suo paese, prendo atto della furia magmatica con cui si esprime e mi lascio trasportare dentro il fuoco delle sue contorsioni linguistiche che aprono la carne viva della parola per trarne alimento ideale.
Ho notato che Anila Dahriu non si ferma al cospetto di nessun argomento, e scava, e grida, e afferma e indica al lettore ciò che si nasconde e ciò che deve apparire nella solarità del dettato. Dunque poesia che nasce da forti esperienze, da un vissuto che  non si è mai arreso alle consuetudini e alle abitudini, rompendo gli schemi prestabiliti, immergendosi totalmente nel canto.
Appare evidente che dietro queste pagine vive una donna con un carattere forte, con una vitalità esuberante, con la convinzione che attraverso l’arte si possa e si debba cercare la via della crescita e del bene comune. Perciò il lettore non troverà assolutamente niente di superfluo in questo libro, niente di gratuito o di velleitario. E se a volte le immagini e le metafore incalzano e si rincorrono ruotando senza sosta, significa che la poetessa sta attraversando lo strazio dell’indicibile, l’angoscia di chi non sempre trova l’adeguata misura per dire totalmente e compiutamente la sua indignazione o il suo amore. Così le note delle sue sinfonie si aprono verso lidi infiniti e poi sommuovono le fondamenta del risaputo invitando a mettersi in gioco.
Da ciò si può comprendere che la poesia di Anila Dahriu è connotata sia da una forte tensione estetica e sia da una grande misura etica.
Libri così oggi sono un dono che bisogna tenere in grande considerazione, una sferzata di ottimismo che passa attraverso un grande dolore. (Dante Maffia)

  
La porta

La porta si richiude di nuovo
Sul suo nido ....
Nella gabbia la luce si spegne.
Io vado verso di me
Attraverso l’anima cerco
Gli occhi innocenti.
I sogni mi stanno lontano ....
Lasciatemi sola al mio destino!
La porta, come per magìa,
Si apre all’istante ....
La luce brilla come un mostro
Ma io ti guardo, sprezzante!


Lascia ch’io venga con te!

Lascia ch’io venga con te anche se sei adirato !
Il sole di nuovo risplende
Anche se dietro le nere nubi è celato ...
Lascia ch’io venga con te,
Dove cresce quest’amore ....
Lì mi trovo io come un uccello da fiaba .....
La scia ch’io venga con te
Che corriamo lungo il mare a piedi scalzi,
Che nostalgici si tocchi le onde della nostalgìa
Che corriamo coll’anima ardente, innamorati ...
E che la luna piena ci guarisca ....
Lascia ch’io venga da te,
Là, fra centinaia di pensieri
Dove i sogni si agitano tristemente...
Lascia ch’io venga con te
Là dove l’aria si vuota
Della solitudine e si riempie
Di bianchi fiocchi di sogni ...
Lascia ch’io venga da te
Là dove si nota il mio sorriso
Dipinto da Dio.
Noi siamo uno in questo vuoto di vanità
Come due materie
Che si stringono nelle braccia
Verso l’estasi adolescente,
Come due menti di diverso sesso
Che si caricano la schiena di domande ...
Come due anime lontane
Che sospirano un urlo
In mezzo all’umida eco…

Lascia ch’io venga con te,
Verso una grotta invisibile
Coi capelli pettinati dalla luna
E tinti col colore dell’inganno....
Lascia ch’io venga da te,
Non m’indebolirò!
Il senso del peccato, paradiso invisibile.
È tutt’uno con te.
Per me triangolo di sofferenze,
Triangolo di sogni...
Lascia ch’io venga da te !
Anche quando sul marmo della mia tomba
Verrà scolpito l’urlo della parola non detta ...
Il tempo non scorderà,
Le notti non piangeranno,
I giorni non s’incupiranno.
I crepuscoli
Avvolgo nel nido delle carezze.
E ti pregherò nuovamente:
Lascia ch’io venga


RODOLFO CERNILOGAR 2° Classificato 
per la silloge “Parlando d’altro” – Cicorivolta edizioni


Rodolfo Cernilogar fa parte di quel gruppo di poeti che a Bologna, come rammenta il risvolto di copertina del suo libro, “scrivono, leggono e impastano poesia”.
Tutti sappiamo che i versi arrivano da luoghi imprecisati, ma uno di questi luoghi è ben conosciuto ed è proprio la poesia degli altri, quella che ci ha preceduto e ha irrorato la nostra anima, ha acceso le pieghe segrete del nostro cuore e della nostra intelligenza. Fermenti che a un certo punto fioriscono e diventano ragioni personali di un’espressività che ha toni e cadenze inedite.
Rodolfo addirittura introduce le varie sezioni con versi di alcuni cantautori (Francesco De Gregori, Ivano Fossati, Lucio Battisti) e quindi dà al libro  un’atmosfera lieve, senza affondi o passioni travolgenti, con un dettato che sembra sfogliare le pagine di un quotidiano. Eppure al lettore arriva una ventata benefica che esce dalla pura notizia e dalla descrizione e diventa segno di una emozione rilevante.
Le due sezioni finali, Ospiti inattesi e Interni borghesi evidenziano una più sottile qualità di canto e di espressione poetica, ma tutto il volume comunque ci fa vivere un’atmosfera piena di bellezza. Ha ragione Francesca Del Moro, “La poesia di Rodolfo  è immediata e coinvolgente, non ha paura di usare parole semplici, rubate alle favole della buona notte, ai diversi mestieri, o alle massime dei contadini, che conoscono le stagioni e la terra e vi attingono la propria saggezza”. (Dante Maffia)


Trailer

La pioggia, un ombrello che riempie
l’inquadratura e ondeggia nell’aria,
il viso dell’uomo, lo sguardo che tocca
le cose come pioggia, la strada,
le ballerine, le gocce sospese alla catena,
i riflessi in bianco e nero, il viso della donna,
la pioggia che cade sul viso e sui capelli,
lo sguardo dell’uomo che dice amore,
la donna si mette il cappello, sposta
i capelli dal viso e sorride piena
di attesa e di paura, sotto la pioggia.

Algebra
Non è vero che mi manchi. È solo
una bugia. L’alfabeto
delle cose sa mentire bene.
La verità è un’altra.
Tu aggiungi (calore
alle coperte, aria
alle stanze, chiavi
alle porte, pioggia
ai vetri). Sì, tu aggiungi.
Anche quando non ci sei.

Economia di mercato
Alla luce sfacciata del bancone
mi prendi le labbra come fossero tue
a ogni passo rivendichi la proprietà
privata. “È sconveniente,” mi dici
a ogni morso d’aria come se
non ci fosse una convenienza
più quotata di questa accelerazione
di particelle che alza le temperature
e gli indici di borsa, di un amore
che rassicura i mercati
e si fa prodotto interno
alle soglie della tua stanza.


MARZIA SPINELLI

3° Classificata “Nelle tue stanze” Edizioni Progetto Cultura 2013


Dopo “Fare e disfare” del 2009, Marzia Spinelli pubblica “Nelle tue stanze” con gli avalli di Cinzia Marulli Ramadori e di Alberto Toni e dimostra di avere mantenuta la promessa, cioè di avere affinato lòa sua scrittura e averla resa più autonoma, sua, con quel timbro personale necessario per esprimere appieno “ciò che ditta dentro”. Aveva ragione Guido Oldani in qualche modo a spronarla e a sfidarla. E non mettano in soggezione le citazioni iniziali da Jorge Luis Borges, da Pier Paolo Pasolini e da William Shakespeare, perché Marzia si fa guidare dall’onda sonora di percezioni che la portano a denudarsi dinanzi al lettore con fermezza casta, con voce calda. 
Si sente che la poetessa è fortemente legata al suo mondo 
ripercorre, a sprazzi, perfino la sua infanzia, e noi avvertiamo la sua emozione che ci arriva per scoppi con conchiglie, “rami secchi d’ulivo benedetto”, “parquet divelto”, “campi granati di giallo”. Ci sono anche degli echi metafisici, in questo piccolo libro, accenni du un’ansia che sente il pulsare del tempo. Il tutto detto con consapevole chiarezza, perfino con tenerezza. (Dante Maffia)

I

là nella stanza vuota
cerco l’arcobaleno della casa
prediletta, mi nascondo al Tempo
nella tana d’infanzia
mi rintraccia la memoria.

I paesi del Metauro

Notte, eri voce del Metauro
a traversare la pietra rifatta
a cancellare
d’ogni paese la pena.
Era notte l’inverno e portava ombre,
schizzi neri a segnare i campi e la terra,
ma bianca restava la neve
sopra i tetti vinti dal campanile,
dall’aura bigotta che solo il fiume
arginava. Notte dietro mani giunte al domani.
Nel buio la valle aveva la sua luce,
una piena silente di trincea:
fu sempre specchio, filo
d’Arianna, fune ogni oltre dove.

II

Altro Natale

di sabato di notte
m’aspetta un verso e m’abbandona
aspetto il settimo giorno
quasi consumata la vigilia del sesto
e poi cucino sazia
una colla d’affetti per l’ora di cena
nella casa pulita e senza vento,
- là fuori i confini, le macerie …
siamo cinque icone di sogni
ogni fine lontana.


III
Era lontano il mare,
dove la piana dell’Adriatico?
e le luci del lungomare
e come fu la sabbia
per i tuoi undici anni
e quella prima raccolta di conchiglie.

IV
mi parlerai delle stesse cose
con l’andatura d’un salto lucido
da un ricordo all’incombenza
che mi davi per il giorno dopo,
un esercizio avviato a tarda sera,
come volessi, prima di notte,
cancellare la solitudine del giorno.
Ero il tuo mezzo immaginario,
o le tue gambe non più buone.
Ero il viadotto deserto
cui minuscola e solenne chiedevi
un’ora solo tua
in una folla nostra di vivi e morti
da animare e placare
e decifrare insieme il battito del Tempo,
ostaggio di sbalzi e cadute,
forse un elettrocardiogramma la vecchiaia,
forse la vita tutta avresti voluto
ancora dirmi, lasciarmi
tutto compiuto e darmi pace.



BRUNO DOUCEY - Premio Speciale della Giuria 

per la silloge “S'il existe un pays” Editionnes Bruno Doucey 2013


Bruno Doucey miscela lirismo e impegno editoriale, analisi critica e poesia. Egli canta la natura, i luoghi, le passioni, le stagioni. In “S’il existe un pays” tutto è cosmico, grande; lo spirito del poeta si espande sereno, inglobando tutto ciò che ama: i boschi, gli animali, l’acqua, le montagne. Il suo è un canto alla Withman, corale, celebrativo, armonico, una esplosione d’immagini che tuttavia restano intime, personali. La sua lingua è ricca, lussureggiante, ricca di personificazioni, metonimie, metafore. Le figure che evoca risuonano in noi con una musicalità classica e avvolgente.


L’attrape-rêves

j’ai besoin d’un attrape-rêves
pour atteindre les chemins arborés
de ton enfance

pour te prendre
herbes folles
dans la coulée des fleuves

quand des oiseaux de nuit
secouent le ciel
au-dessus de nos toits

besoin d’un attrape-rêves
pour déposer ton nom
sur les eaux de la confluence

fixer ta nudité
dans l’instant
de mes bras

quand ton visage m’apparaît
comme une flèche
en son miroir

laissant le désir
retourner la robe rouge
des cabanes

j’installe
dans les arbres
un mobile sans fin

rêve, plumes, sillage
où plus rien ne subsiste
que ce cri sans écho

j’ai besoin d’un attrape-rêves
pour atteindre celle
qui nage dans les feuillages

qui attend sans attendre
l’eau des pensées secrètes
et l’ocre de la terre

limon des rives nues
et sauges
de la main

celle qui coud des mocassins
pour les pieds qui dansent
dans les étoiles

qui escalade
la nuit
et griffe les nuages

qui dessine des embardées
d’animaux indomptés
sur la peau des solstices

je laisse le sang
rouler en moi
comme un grand maraudeur

j’invente
des récits
pour les enfants perdus

je brûle
en mon chablis
la foudre des croyances

pour atteindre celle qui tombe
comme la pluie
sur des palais en ruine

courant comme lumière
sur les dalles où des vagabonds sans âge
défont leurs paquetages

les eaux battent
les flancs de la cabane
en mon île perdue

j’ai besoin d’un attrape-rêves
pour comprendre ta vie
dans la ville aux deux labyrinthes

et j’entre
sans alphabet connu
dans la tanière du sommeil

la nuit devient félin
dans les moustaches
de la pluie


L’acchiappasogni
(traduzione di Fabio Scotto)

ho bisogno di un acchiappasogni
per raggiungere i sentieri alberati
della tua infanzia

per prenderti
erbacce
nella colata dei fiumi

quando gli uccelli notturni
scuotono il cielo
sopra i nostri tetti

bisogno di un acchiappasogni
per deporre il tuo nome
sulle acque confluenti

fissare la tua nudità
nell’istante
delle mie braccia

quando il tuo viso mi appare
come una freccia
nel suo specchio

lasciando che il desiderio
scoperchi il rosso vestito
delle capanne

installo
tra gli alberi
un movente infinito

sogno, piume, impronta
dove più nulla rimane
se non questo grido senz’eco

ho bisogno di un acchiappasogni
per raggiungere colei che
nuota tra le fronde

che attende senza attendere
l’acqua dei pensieri segreti
e l’ocra della terra

limo delle nude rive
e salvie
della mano

colei che cuce mocassini
per i piedi che danzano
sulle stelle

che scala
la notte
e graffia le nubi

che disegna sbandate
d’animali indomiti
sulla pelle dei solstizi

lascio che il sangue
scorra in me
come un grande razziatore

invento
racconti
per gli infanti perduti

brucio
nel mio chablis
la folgore delle credenze

per raggiungere colei che cade
come la pioggia
su palazzi in rovina

correndo come luce
sui lastricati ove vagabondi senza età
disfano i loro imballaggi

le acque percuotono
i fianchi della capanna
nella mia isola perduta

ho bisogno di un acchiappasogni
per capire la tua vita
nella città dai due labirinti

ed entro
senza conoscere alfabeto
nella tana del sonno

la notte diventa felino
nei baffi
della pioggia


ROBERTO PIPERNO - PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA 

PER LA SILLOGE “ESSERI” - EDIZIONI DELL’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA DI NAPOLI 





Roberto Piperno è una nota personalità della cultura romana, organizzatore di eventi, animatore culturale, poeta impegnato politicamente e civilmente. Le sue poesie rispecchiano e conferiscono unità a questo crogiuolo di interessi, affondano le loro radici nella realtà, ne denunciano le storture, le ingiustizie, la follia. Ma non in modo rabbioso o declamatorio, perché dentro i versi di Roberto abita l’uomo, il suo sorriso bonario, la malinconia e la crudezza di una vita pienamente vissuta. E ancora più in fondo c’è la fiducia e la domanda di  responsabilità per ognuno di noi, perché nonostante il male, le sopraffazioni, il desiderio di potere che avvelena la storia, egli non rinuncia alla speranza che il futuro non sia   persecuzione e violenza ma capacità di riscatto.

DUBBI

Si accende la campagna dietro il monte
e nuova risplende la luce estiva
del primo mattino in questa lunga attesa
di altri incontri con voci più profonde
di rinnovate certezze
nell’impegno oltre il dubbio.

Altrove e ovunque si aggirano
minacce di uomini armati di mitraglie
a caccia dei più esposti alle paure
e troppe volte in ambigui dubbi
si resta impotenti
alla fine delle più segrete sicurezze
di esistere con gli altri
non più soli come bambino
guidato dal silenzio.

Ci sono istanti che non si dubita più
di essere stati soli troppo a lungo
e dagli altri aspettare soltanto
la minaccia della prigione
di essere ancora messi sotto silenzio
senza sapere se nel prossimo caso
si vedrà chi minaccia la vita
o ti lascia in balia di quanti altri
e ignoti hanno deciso per te.
Siamo qui
alla ricerca della luce del giorno
di un passaggio nuovo di Giano o di Mosè
che ci faccia crescere insieme agli altri
non più ostili o indifferenti alla vita.


AURÉLIA LASSAQUE - Menzione speciale di merito con medaglia per la silloge“pour que chantent les salamandres” – Editiones Bruno Doucey -2013




Aurelia fa poesia in due lingue, l’occitano e il francese, ma la sua voce è unica; la ricchezza dell’antico linguaggio dei trovatori dona musicalità e armonia ai suoi versi. ella sa dare voce alla natura, ai viaggi, ai moti del cuore; fa viaggiare la parola sull’acqua dei fiumi, sul mare, tra le isole greche.
Una luce non detta ma sempre presente invade i suoi versi e ci restituisce una sorta di incantata felicità, un modo di  essere che non appartiene a questo o quel paese, ma a vibrazioni cosmiche che risiedono nel fondo di ognuno di noi.
 (la traduzione è di Cristina Viti)




 E t’entornes pas

As pres lo camin del país de nuèch.

Lo desèrt i es de gèl

E las estèlas se languisson.

Obris tos braces e cava,

La posca serà ton pan,

T’abeuraràn nòstras lagremas.

Vai, vai e t’entornes pas.

S’ausisses udolar la pèira,

Es que s’i gravan las letras de ton nom.


E non voltarti


Hai preso la strada del paese della notte.

Là il deserto è di gelo

E le stelle sono languide di noia.

Apri le braccia e scava,

La polvere ti sarà pane,

Ti abbevererai alle nostre lacrime.

Va', va' e non voltarti.

Se senti urlare la pietra,

È che ci s’incidono le lettere del tuo nome.


Un ostal de pèira …


Un ostal de pèira e de cortinas de lin coloradas per la lutz

e la posca mescladas.

La mar granda, fins a l’asuèlh, agacha per la fenèstra.

Dins l’ostal, una femna encara verge ; sos pelses de

cendre qu’atissa lo vent de la nauta mar balan amb lo ser.

Sus la taula, son vièlh trocèl ben plegat atrai son agach

quand los aucèls de nuèch se meton a cantar.


Una casa di pietra…


Una casa di pietra e cortine di lino colorate dalla luce

frammista di polvere.

L’oceano, fino all’orizzonte, guarda dalla finestra.

Nella casa, una donna ancora vergine ; increspati dal vento d’alto mare

danzano con la sera i suoi capelli di cenere.

Sul tavolo, il suo vecchio corredo bien piegato attira il suo sguardo

quando gli uccelli notturni si mettono a cantare.



GRAZIA DI LISIO Menzione speciale di merito con medaglia per la silloge “Un asciugar di tempo” – Edizioni EOUBS

In questa raccolta di Grazia Di Lisio si addensano temi esistenziali ed eterni: la morte, la vita, la luce, il buio, e i sogni, che non sono né luce né buio, ma quelle vie di mezzo che portano all’inconoscibile, all’indeterminato, colorate con tinte tenui e rarefatte. E poi la natura che è parte di noi e di cui facciamo parte e ne siamo custodi. E infine il silenzio in cui l’uomo è immerso e che avvolge la vita. Ombre e silenzio, dunque, in una poetica che segue un suo ritmo piano, raffinato, con i versi che si susseguono senza chiudersi in contesti predefiniti ma legandosi gli uni agli altri, come in un unico poema, che è quello dell’uomo e del suo tempo, in una visione trasognata della realtà che avvolge l’umana esistenza: “un lento sciabordare sempre uguale/ disancorato in tenebra abissale”.


m’illumino d’ombre

navigo nel buio claustrofobico
con gli occhi chiusi nel     cielo
                               del mistero. 
Verranno a prendermi -
lo so - i gendarmi della            notte.
       Nel caos si azzuffano le ombre.

Divise lacere malconce
         a strisce bianche e nere
sciamano nel sogno parallele.
Un lento sciabordare sempre uguale
disancorato in tenebra          abissale


a Cesare Pavese

ogni cosa è la terra che si perde
nell’ombra. Tra la vita e la morte
ci divora il silenzio.
Ogni cosa è la terra che somiglia
ai tuoi occhi.
Ogni cosa ci sfiora si riassorbe
nell’onda.
Ogni cosa è la terra - metafora
muta nel gorgo che preme                  
  

All’amica in blu

ala del mio tempo,
tesse la vita trame di follia
nebbie di mondi passano per via
rivi confini dubbiosità
             d’umano oltre l’umano.
Ma esiste un universo parallelo -
lungo i sentieri dell’immaginario -
dove tremule tintinnano
le foglie e timide sbocciano
ghirlande. L’azzurro altalenare
della storia e un’ansia… un’ansia 
        di viaggiare
 *
 ridevano le viole del pensiero
andirivieni umbratile
di memorie. E brividi di luce
fantasmi inquieti d’ombre
       nel cielo senza stelle:
       cos’è questo mistero di colori
e quel papiro che il cosmo srotola
di giorni? Il vento tace e mugola
         dove non c’è ritorno

*

vorrei riavere i giorni che non ho
      vissuto e navigare in albe chiare
       senza tempo per modellare arie
sfuggenti d’ironia. Svuotare il niente
    di nuvole e di vento dal grumo
         grigio che mi nasce dentro



MATTEO CASALE - Menzione speciale di merito con 

medaglia per la silloge "Studi Op.3" - Campanotto Editore 2014

Poesie brevi, dal ritmo semplice e favolistico come filastrocche o ninna nanne, ma con accostamenti inusuali e un uso accorto delle figure retoriche. Sinestesie, sineddoche, personificazioni, metafore trasmettono al lettore un principio di incantamento e di abbandono, una regressione felice a ingenuità perdute. Ma a guardare bene nulla è cosi semplice come sembra e il sogno, a cui i versi costringono, hanno significati plurimi, modi diversi di leggere la realtà e di scoprire dentro la natura voci sconosciute e, a volte, misteriose.

Sei l’oro esatto della tristezza
l’argento rovescio di tutti gli specchi
la gialla voce di miele e limone
le labbra bambine di viole e veleno
il carminio sorriso mercurio rubino
il pianto cobalto d’un tramonto violino
la chiave di cuori di madre e di perla
il mistero profumo di malva e di menta.
Sei la rosa del sempre con le spine del mai:
ti ho sognata dove il tuo seme era mio.

Primavera – Notte

Nel tesoro tramonto d’un alba defunta
il cobalto diluvio d’iris d’argento
d’un disegno scaleno lustro degli astri
pettinava una pioggia di luna alabastro.

Sono con me

Mi resta solo un abbraccio mancino
un dolore scaleno un esausto destino
un isoscele cielo d’orizzonte vicino
un funerale di fiori un deserto in cammino
un relitto di note un naufragio violino
un vino color di rimpianto rubino.

Naufragio necessario

 Oggi il mare è quasi in fiore
tremante d’un tramonto di colore
d’un calante respiro di marea
deriva d’un destino d’odissea,
custode d’onde nude sotto pelle
d’eclissi dei solstizi delle stelle.


BRIGITTE GYR

Menzione speciale di merito con medaglia per la silloge “Incertitude de la note juste” – Éditions Lanskine, 2014.

La provvisorietà della vita è segnata da amori caduchi. Tra le cose che non ci sono più o che sono cambiate si fa strada il ricordo e, col ricordo, la nostalgia e quel senso di ineluttabilità e di morte che sempre accompagna il nostro passaggio. Fuggire, dimenticare, da un lato, e dall’altro, rimpiangere e ritornare quando è possibile; è su questa altalena che i versi di Brigitte Gyr fanno oscillare i nostri pensieri con i loro piccoli, rilucenti abbagli.


Incertitude de la note juste

il s’en est fallu de peu…
qu’évidée de son corps
ton ombre se dresse devant nous
aveuglés de soleil
que nous la piétinions sans la voir
sur le mur où elle riait
que sur l’enduit gris du drap
son cri happe nos rêves rouges
gommant toute trace
de ce toi et moi primitifs
qui s’aimaient tant

il s’en est fallu de peu…
d’un tremble peut-être…
fouetté de vent
‘très léger nous’
reprenant vie dans
l’étranglé de la langue
pour que renaisse ton souvenir
du déni de la cendre

je suis retournée dans ton pays
mais ce pays n’est plus le tien
tu habites à présent
une terre brûlée
semée de grands arbres
un nocturne de Fauré
te tient compagnie
et elle qui le jouait
cette ville où je suis née
ce pays que j’ai emprunté
je ne m’y reconnais pas
mon pays est ailleurs
il erre de ville en ville
rarement il se repose
au creux d’un buisson

Incertezza della nota giusta
(traduzione)

c’è mancato poco …
che svuotata del suo corpo
la tua ombra apparisse a noi
accecati dal sole
che la calpestassimo senza vederla
sul muro dove rideva
che sul lenzuolo ingrigito
il suo grido travolgesse i nostri sogni rossi
cancellando ogni traccia
di questi ‘tu ed io’ primitivi
che si amavano tanto

c’è mancato  poco…

un tremulo  forse
scosso dal vento
‘leggerissimo noi’
riprendendo fiato
nella lingua strangolata -
per far rinascere il tuo ricordo
dalla cenere negata

sono tornata nel tuo paese
che ora non è più tuo
tu abiti ora
                 una terra bruciata
                 cosparsa di grandi alberi
un notturno di Fauré
                 ti fa compagnia
                 e lei che lo suonava

in questa città dove sono nata
in questo paese che ho preso in prestito -
                      non mi riconosco più

il mio paese è altrove
erra di città in città
raramente si riposa
nel folto d’un cespuglio

MARIA ANTONELLA D’AGOSTINO - Menzione speciale di merito con medaglia per la silloge “Non sono petali” – LuoghInteriori, 2014.

Le stagioni, gli elementi della natura: il sole, il mare, il vento. E il poeta che guarda, che interiorizza e ne trae immagini intimistiche. Così Antonella allontana e esorcizza il grigiore dei giorni, affronta e cura le ferite, rende dolci e sopportabili i ricordi e le malinconie. 
  

Principi d'autunno

La nebbia s'affaccia all'orizzonte
e veste d'autunno l'alba settembrina.
Un vago raggio di sole presto irromperà
a illudere ancora l'estate.
Che ne sarà di grilli e di cicale,
delle brevi notti di stelle cadenti?
Che ne sarà di me
persa nel grigiore d'ogni giorno?

Colori di maggio

Com'è intenso
il profumo di maggio!
Son fiorite le siepi di gelsomino,
il papavero ha trovato spazio
tra le erbe incolte
a ridosso del grigio muretto,
sul bordo d’un marciapiedi.
Le robinie son quasi sfiorite,
il fiore selvatico macchia di indaco
aiuole improvvisate,
accanto alle margherite
bagnate di rugiada.
Prorompe colorata la vita
anche tra muri e asfalto,
sale al cielo come incenso
il grido della natura.
Il canto di un'altra primavera!

Vento notturno

Il vento gelido
domina il buio,
sibila dalle fessure
della mia finestra;
spettro notturno
si insinua infido
a tormentare il sonno.
Vagano liberi
i fantasmi del giorno
cavalcando gli invisibili
strali di Eolo,
invadendo i sogni,
senza pudore.
Le palpebre adagiate
gelosamente serbano i pensieri;
a nuove giornate d’inverno
il vento spiana la strada,
a fredde mattine grigie
spolverate di neve bianca.


  

“L’estetica dell’oltre” è un libro meditato, corroborato da appassionate letture che lo rendono intenso e di solido spessore. Ermetico nello stile raccolto e essenziale, sviluppa le tematiche della natura, dell’amore, del tempo, con una tensione quasi religiosa. I versi, ricchi di metafore e inaspettate associazioni lessicali disegnano pennellate dense di colore su cui conviene sempre ritornare per assaporarne compiutamente la raffinata bellezza.

Come Afrodite

Come Afrodite
raduno docili arie sensuali
in folle
di rossori maschili.
L’amore sta in un pugno
di brividi,
sul fogliame umano
che s’apre a profezia
di schiume.

Scrivere del cielo

Scrivere del cielo
senza privare la luna
dell’onda
non basta a lenire
le piaghe del tempo.
Nei segni del chiarore
la mente si concede
all’infinito,
senza disfarsi del capriccio
che abita le stagioni.
Rimane il suono del sentire
e qualche stella
a far tacere l’odore di lacrima,
il tormento che rincasa all’origine.

Coincidenze d’immenso

Solo il tocco del cielo
arresta lo sguardo.
L’alba si fonde
a specchio sul verde
che fugge alla pietra.
Si muove il silenzio
e fruga tra le carni dell’aria
nel profilo umano
di una luce
che si mostra dorso di luna.
È la sorte o la sete
a radunare creature
e spine di terra
nel ritmo di polveri
intatte all’orizzonte.
Tutto l’esistere
affolla il confine che resta
come il mare
che odora
di coincidenze d’immenso.



Sezione E:  Videopoesia


ANTONELLA RIZZO

IOLANDA LA CARRUBBA (Videomaker)

1° CLASSIFICATE CON LA VIDEOPOESIA "SALOMÈ"



Antonella Rizzo, laureata in scienze dell'educazione, è autrice di diverse raccolte di poesie, tra cui: "il sonno di salomè" edizioni tracce; “confessioni di una giovane eretica” edizioni lepisma e "cleopatra. divina donna d'inferno" edizioni fusibilia. è presente in molte antologie di poesia contemporanea e partecipa a manifestazioni culturali di carattere nazionale e internazionale.
Iolanda La Carrubba  è regista, co-direttrice del Film Festival di Bracciano, animatrice culturale e poetessa.


Salomé è un video inusuale, sperimentale, tecnologico. Costruito con un’immagine rotante di una donna nuda e parole che risuonano con un’eco crudele.  Nessuna musica ad accompagnare la danza perché Salomé è una donna che ha coscienza della sua crudeltà e sa già che quel suo modo di essere sarà la sua condanna. E tuttavia danza, prigioniera del suo destino, danza nuda mentre la sua e l’altrui sorte si compie. 

SALOME'

Adoravo quella testa antica
legata plasticamente a doppio giro,
predicava la passione cruda del momento
e lasciava cadaveri tra la folla muta.
Chiesi l'ultimo favore
al destino sazio di lacrime e umori
mai pago di parassiti e disperazione.
Guardo la testa con le vene ancora calde
stanca della danza immorale che mi strazia
 non so se il trofeo immondo

sara' la mia infernale consolazione.



 



MARIO DE FANIS - 2° CLASSIFICATO PER LA VIDEO POESIA 

“I VIOLINI DI TREBLINKA”



Mario De Fanis, scrittore e poeta, ha vinto numerosissimi premi nazionali e internazionali. Professore di lingua e letteratura francese, è  stato interprete e traduttore alla “Onduline” di Parigi; ha tradotto  in francese le poesie di Franco Scatagliniha ridotto per il teatro “Il Fantasma di Canterville” di O.Wilde e tradotto in Italiano “ Les Poèmes de Fresnes” di Robert Brasillach. Nel  2011 ha pubblicato il romanzo “Il Ragazzo dei gorilla viola” Foschi Editore.


“I violini di Treblinka” ripropone il grande dramma dell’umanità che furono i campi di sterminio nazisti. La voce intensa del narratore e la prosa asciutta e sferzante conferiscono attualità al filmato mentre immagini di repertorio ci fanno rivivere l’immane tragedia. Si è affermato che nulla può essere uguale  a prima dopo che l’umanità si è macchiata di un simile crimine. Ed è questa consapevolezza che fa dire al poeta, in conclusione del filmato: “...attraverso i vetri polverosi della finestra noi fissavamo per ore ed ore l’oscurità, stupefatti che in cielo ci fosse ancora la luna.



ANGELA  MASTROIANNI - 3° CLASSIFICATA PER LA VIDEOPOESIA “SICILIA”




Angela Mastroianni è artista siciliana multiforme, amante della poesia, della narrazione e della fotografia. Dalla miscela delle sue passioni nasce questo suggestivo video che bene amalgama immagini, musiche e parole. Nell’atmosfera incantata della musica di Bizet emerge infatti, come in un sogno, l’isola dei miti e delle leggende, i suoi tramonti, i suoi profumi e il mare infinito che solcò Ulisse. Ma non mancano allusioni all’amara attualità e agli infiniti drammi che questa bellissima e amara terra deve affrontare, perché Colapesce, dice Angela, è ancora lì a reggere il peso sempre più insopportabile di una terra infuocata.




Sicilia

Isola di miti e leggende
 già d’allora era scritta la tua sorte!
Colapesce è ancora lì
regge il peso sempre più insopportabile
di una terra infuocata
vulcani e correnti di fondo hanno eroso la colonna del tempio
e il canto delle sirene…lo sciabordio dei tuoi tre mari…
…quella melodia che un tempo incantò i naviganti?
Ora, lamento trasportato dal vento che recide speranze e sogni
Ulisse è alla deriva, catturato da insinuanti tentacoli,non ha più scampo:
verrà inghiottito da gorghi vorticosi
La piovra ha vinto!
L’ammaliante Circe non l’aveva avvertito?
Penelope attende con amore, paziente tesse e scuce la sua tela
l’emigrato è lontano… non torna più!
Sicilia…terra di mistero e passioni che profumi di zagara e salsedine…
sarà l’incantesimo di Morgana a renderti così bella?


Sezione D:  Saggistica


RITA MUSCARDIN

1° classificata per il saggio “l’equità sociale come fattore di sviluppo”.



Il saggio della Muscardin spazia da argomenti etici, a quelli economici, da quelli sociali a quelli religiosi. La problematica viene approfondita in termini economici ma anche con l’intelligenza del cuore. Osserva la Muscardin: “Gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete.”


DANTE IAGROSSI

2° Classificato per il saggio “L’equità sociale come fattore di sviluppo

(Brano tratto dal saggio di Dante Iagrossi)
“Secondo sondaggi molto recenti, infatti, soltanto l’uno per cento delle famiglie ha accumulato l’equivalente di ciò che possiede quasi la metà della popolazione mondiale, precisamente il 46%. Secondo alcuni osservatori, è proprio questa situazione paradossale di enorme differenza tra ceti abbienti e non, verificata in parte anche a livello locale, in città e paesi, che provoca un sensibile e progressivo indebolimento della gestione democratica delle istituzioni da parte dei primi, che influenzano la politica per i propri interessi a discapito della stragrande maggioranza.”


MARIE  JANE  MERMILLOD

3° Classificata con il brano ”La rivincita” su “Equità sociale come fattore di sviluppo.”

(Brano tratto dal saggio di Marie Jane Mermillod)

“Per la prima volta le donne hanno capito che, se ci sono la volontà e i mezzi per iniziare nuove tecniche e gestirle, sono in grado di fare le stesse cose degli uomini. Ora è aumentata la produzione dei terreni con un vantaggio per tutta la famiglia. Non solo questo. Hanno una piccola cooperativa e un maggior potere nelle famiglie perché, alla fine dell’anno, sono distribuiti gli utili. Ora hanno i quattrini propri, non devono chiederli ai mariti e in famiglia contano di più.”




Sezione B:  Giovani sul tema della solidarietà


LIVIA LUCIANI - 1° CLASSIFICATA - SEZIONE GIOVANI





La giovanissima Livia sogna una terra migliore dove chiunque può amare alla luce del sole. Sogno bellissimo e struggente, rimpianto di un paradiso che ci siamo rubati da soli, di una terra di uguali e solidale che abbiamo perso per i troppi pregiudizi che accecano l’intelligenza del cuore. Ma per realizzare un mondo nuovo non basta sperare, occorre dolore, fatica e impegno, e Livia non si tira indietro ma unisce le sue forze a quelle della sua amica dalla pelle scura per preparare la terra alla nuova semina.

L'estate del mondo



Ho sognato l'estate del mondo
Colma dei frutti di un amore profondo
Rigogliosa e sgargiante
Piena di vita pulsante

Ho sognato di una terra migliore
Dove chiunque può amare alla luce del sole
Senza risparmio, senza timore

Ho sognato di una terra iridescente
Dove non importa il colore della pelle
Che sia rossa, che sia gialla, che sia nera, che sia bianca

Ho sognato di una terra di solidarietà
Dove tendere una mano a chiunque servirà
Piena di uomini senza parola, senza musica, senza memoria

Ora il mio pensiero qui è tornato
E di nuovo mi ha avvolto l'inverno del mondo
Dove l'infido pregiudizio di tenebra vestito
Rende cieca l'anima dell'uomo

E allora zappo
Zappo seminando una lacrima di speranza
Lavorando con forza
Senza paura
E rido
Rido con Sama, la mia amica scura



MATTEO COMASCHI

2° Classificato - Sezione giovani




Matteo ci dice una cosa importante che noi grandi spesso dimentichiamo, e cioè che chi è povero non è  colpevole, ma ha solo bisogno di aiuto, che chi viene nel nostro paese non lo fa per capriccio, ma per sfuggire a carestie, guerre e regimi, e chi perde il lavoro non è per mancanza di impegno ma per la crisi. Aiutiamoli e aiutiamoci..




L'aiuto è necessario 

In questo periodo

molte persone hanno bisogno di aiuto

e noi dobbiamo aiutarle

facendo importanti azioni di solidarietà

impedendo perciò che vivano

in una permanente povertà.


Penso a coloro

che vengono nel nostro Paese

per sfuggire a carestie, guerre o regimi.

Aiutiamoli.

Permettiamo loro di vivere

in un ambiente sereno

concedendo loro ogni diritto

e qualche dovere.


Penso a coloro

che sono stati colpiti dalla crisi

e che hanno perso il lavoro.

Aiutiamoli.

Offriamo loro un sostegno morale

facendo loro capire

che non sono soli.


Tra uomini bisogna sempre aiutarsi

nella buona e nella cattiva sorte

altrimenti si diventa nemici

ci si fa la guerra

non riuscendo a combattere insieme

i numerosi mali

che incombono alle porte.

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