lunedì 19 ottobre 2026

Nota su "Anna e Amedeo" di Dante Maffia

 

 “Anna e Amedeo” di DANTE MAFFIA[1]

Eudemonia edizioni 2026

Nota di Renato Fiorito

 


Anna e Amedeo (Eudemonia edizioni 2026)
di Dante Maffia è un cantico laico, denso di umori, di trasporti d’amore, di carne. Del resto, chi l’ha detto che l’amore carnale sia meno santo di quello celeste? In realtà esso ne è una manifestazione, un modo con cui Dio si rivela all’uomo e l’uomo si riscopre parte di Lui, colmandosi della sua grazia e della sua felicità.

In questo libro Dante reinterpreta da par suo la storia d’amore tra Anna Achmatova e Amedeo Modigliani, un amore breve ma intenso, presto separato dagli eventi della vita e segnato dalla iniziale povertà del giovane genio pittorico italiano, dalla sua solitudine e introversione. Un amore di cui si sa poco, se non quello raccontato dalla stessa grande poetessa russa anni dopo, quando Modigliani era già famoso, non avendo lui mai detto nulla, forse per riservatezza o timidezza, su quell’amore.

Nei suoi versi Dante fa rivivere quell’antica vicenda e la trasfigura in un’epopea amorosa, immaginando che quel breve amore fosse comprensivo dell’intero universo e quindi destinato all’eternità, poiché, come sempre avviene nelle opere d’arte, non è la durata a dare consistenza agli eventi ma la loro intensità, intensità che il poeta rende magistralmente con la ricchezza delle sue metafore, il ritmo serrato del verso, la fedeltà a uno stile che non risponde alle mode ma ai sommovimenti profondi dell’animo.

Il poeta entra nei pensieri di Anna Achmatova, pur rimanendo sempre se stesso, autentico e sorprendente anche per chi è abituato alla disarmante verità della sua scrittura. Questa fedeltà a se stesso è la sua cifra e il nostro abbaglio. Egli assume la voce di una donna arresa all’amore e alla sua frenesia con credibilità, tuttavia subito sembra dimenticarsene, poiché l’amore che canta è il suo stesso amore, quello per la vita, l’incontro, il possesso, la follia, in quanto, come Oscar Wilde nel racconto “L’usignolo e la rosa”, anche lui “canta dell’amore che è reso perfetto dalla morte, dell’amore che non muore nella tomba”. Il suo sentimento si distilla così in versi luminosi senza avere più il limite dei generi, rompe i vincoli della comune morale per raggiungerne una superiore, che è quella dell’obbedienza alle leggi della vita e della felicità.

Non abbiamo molte notizie certe sull’amore tra Anna e Amedeo, né sulla sua consistenza e durata, e neppure sulle ragioni e circostanze che lo originarono e poi ne causarono la fine. Di quella intensa relazione ci restano solo pochi schizzi e un paio di dipinti che probabilmente raffigurano Anna. Il resto è andato disperso o distrutto. Sappiamo solo che si incontrarono, si frequentarono, forse si amarono, e che Anna serbò di lui un ricordo tenero e affettuoso per tutta la vita.

Le corrispondenze storiche tuttavia hanno per Dante una importanza relativa, lui prende un frammento di vita, ne estrae la luce e lo pone fuori dal tempo e dallo spazio, eterno e brillante nel cielo, come l’asteroide 2067 a cui gli astronomi diedero il nome di Akhmatova in suo onore.

Ma i suoi versi, pur frutto di immaginazione, non nascono dal nulla, ma trovano ispirazione e  sostanza nella vita e nella poesia di Anna Achmatova, nella fascinazione del suo stile musicale e profondo, doloroso e appassionato che la rese una delle poetesse più amate in Russia, nonostante la censura avesse a lungo vietata la pubblicazione delle sue opere.

Ad esempio, In “Ultimo brindisi”, pubblicata  nel 1934, Anna scriveva: “Bevo a una casa distrutta,/ alla mia vita sciagurata,/ a solitudini vissute in due/ e bevo anche a te:/ all'inganno di labbra che tradirono,/ al morto gelo dei tuoi occhi, ad un mondo crudele e rozzo,/ ad un Dio che non ci ha salvato. (da La corsa del tempo”, Einaudi, Torino, 1992 - traduzione di Michele Colucci)

 e Dante Maffia riecheggia quei versi scrivendo in “Brindisi”:

Bevo a tutto ciò che ho perduto,

agli arcobaleni che ho distrutto,

ai labirinti che ho attraversato,

ai misteri che ho inseguito,

alle albe che non ho saputo trattenere,

agli echi che ancora mi danno

qualche segno di vita.

Bevo alla salute di Dio

con cui la lite perdura

Nei libri intonsi dei miei peccati,

nella sua pazienza.

 

Nella poesia “Il salice” Anna Achnatova scrive:

Io crebbi in un silenzio arabescato,
in un'ariosa stanza del nuovo secolo.
Non mi era cara la voce dell'uomo,
ma comprendevo quella del vento.
Amavo la lappola e l'ortica,
e più di ogni altro un salice d'argento.
Riconoscente, lui visse con me
la vita intera, alitando di sogni
con i rami piangenti la mia insonnia.
Strana cosa, ora gli sopravvivo.
Lì sporge il ceppo, e con voci estranee
parlano di qualcosa gli altri salici
sotto quel cielo, sotto il nostro cielo.
Io taccio... come se fosse morto un fratello.

 

E Dante, in “Amedeo non riposa in pace”, entra anche lui in stretto colloquio con la natura, parlando con un abete rosso:

 

Ieri sera un abete rosso mi ha sorriso

e poi mi ha detto:

Amedeo non riposa in pace,

è sempre affacciato su quella nuvola celeste

che quando torni a casa ti segue,

Fai una volta un cenno.

 

Anche gli alberi parlano?

Non ricordo come mi chiamo.

Una volta sapevo amare e scrivere poesie.

Tutti questi muri chi li alza?

Il tempo è vuoto e la mia casa di parole

è troppo pesante di ricordi,

di colori italiani.”

 

 

In un’altra poesia di questo libro bello e coinvolgente Dante Maffia scrive:

 

“Adesso lo so che l’amore ha una voce,

una forma,

ch’è il guasto dell’azzurro

e una mongolfiera sgangherata

che arranca sopra i tetti di Parigi.

 

Se mi fossi portata una slitta,

se avessi incartato per regalo

i rintocchi affannati

dei remoti campanili di Pietroburgo!”

 

 

 Infine, tra le poesie che meglio rendono il senso di esaltazione totalizzante di quell’amore voglio citare “Inno per Amedeo”,  di cui riporto solo due stralci:

… Tu sei l’incanto, il fine e il principio,

la corsa pazza verso il senso,

la via larga che rinnova il mondo, la

compiutezza,

l’ardore che sa tessere il sublime.

 

Sei la strada che apre il sentimento

a Dio e dà la C:onoscenza:

sei la voce che mi porta

sul cuore della luce e mi rinnova

il corpo e la parola.

 

E più avanti, nella stessa poesia, si legge:

…Amore che racchiudi l’Universo

in tutto il suo splendore, che possiedi

il balsamo e la luce,

mio veleno,

mia ragione suprema,

mio canto,

mia casa,

sogno,

passo di danza,

essenza del Divino,

germoglio e pane,

lo splendore …

In conclusione, Dante Maffia è un letterato multiforme, vivo, debordante, è il poeta che tutti vorremmo essere o almeno incontrare una volta nella vita, dal canto eccessivo, coinvolgente, iperbolico, poiché in un periodo così violento e superficiale si sente il bisogno vitale di fare il pieno di sentimenti e sperimentare il fresco rigenerante della cascata delle sue parole, delle sue immagini e emozioni, specie se si ha voglia di ricominciare, di rimettersi in discussione, di cercare nuovi amori e una nuova vita. In fondo, sta in questo il suo fascino, la sua forza, la sua bellezza.






[1] Il libro è pubblicato in duplice versione, italiana e giapponese, in conseguenza del forte legame creato in questi anni tra il poeta e quel Paese.

 

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