“Anna e Amedeo” di DANTE MAFFIA[1]
Eudemonia
edizioni 2026
Nota di Renato Fiorito
Anna e Amedeo (Eudemonia edizioni 2026) di Dante Maffia è un cantico laico, denso di umori, di trasporti d’amore, di carne. Del resto, chi l’ha detto che l’amore carnale sia meno santo di quello celeste? In realtà esso ne è una manifestazione, un modo con cui Dio si rivela all’uomo e l’uomo si riscopre parte di Lui, colmandosi della sua grazia e della sua felicità.
In questo
libro Dante reinterpreta da par suo la storia d’amore tra Anna Achmatova e
Amedeo Modigliani, un amore breve ma intenso, presto separato dagli eventi
della vita e segnato dalla iniziale povertà del giovane genio pittorico
italiano, dalla sua solitudine e introversione. Un amore di cui si sa poco, se
non quello raccontato dalla stessa grande poetessa russa anni dopo, quando
Modigliani era già famoso, non avendo lui mai detto nulla, forse per
riservatezza o timidezza, su quell’amore.
Nei suoi versi
Dante fa rivivere quell’antica vicenda e la trasfigura in un’epopea amorosa, immaginando
che quel breve amore fosse comprensivo dell’intero universo e quindi destinato
all’eternità, poiché, come sempre avviene nelle opere d’arte, non è la durata a
dare consistenza agli eventi ma la loro intensità, intensità che il poeta rende
magistralmente con la ricchezza delle sue metafore, il ritmo serrato del verso,
la fedeltà a uno stile che non risponde alle mode ma ai sommovimenti profondi dell’animo.
Il poeta entra
nei pensieri di Anna Achmatova, pur rimanendo sempre se stesso, autentico e sorprendente
anche per chi è abituato alla disarmante verità della sua scrittura. Questa
fedeltà a se stesso è la sua cifra e il nostro abbaglio. Egli assume la voce di
una donna arresa all’amore e alla sua frenesia con credibilità, tuttavia subito
sembra dimenticarsene, poiché l’amore che canta è il suo stesso amore, quello
per la vita, l’incontro, il possesso, la follia, in quanto, come Oscar Wilde
nel racconto “L’usignolo e la rosa”, anche lui “canta dell’amore che è reso
perfetto dalla morte, dell’amore che non muore nella tomba”. Il suo sentimento si
distilla così in versi luminosi senza avere più il limite dei generi, rompe i
vincoli della comune morale per raggiungerne una superiore, che è quella dell’obbedienza
alle leggi della vita e della felicità.
Non abbiamo
molte notizie certe sull’amore tra Anna e Amedeo, né sulla sua consistenza e
durata, e neppure sulle ragioni e circostanze che lo originarono e poi ne causarono
la fine. Di quella intensa relazione ci restano solo pochi schizzi e un paio di
dipinti che probabilmente raffigurano Anna. Il resto è andato disperso o distrutto.
Sappiamo solo che si incontrarono, si frequentarono, forse si amarono, e che
Anna serbò di lui un ricordo tenero e affettuoso per tutta la vita.
Le corrispondenze storiche tuttavia hanno per Dante
una importanza relativa, lui prende un frammento di vita, ne estrae la luce e lo
pone fuori dal tempo e dallo spazio, eterno e brillante nel cielo, come
l’asteroide 2067 a cui gli astronomi diedero il nome di Akhmatova in suo onore.
Ma i suoi
versi, pur frutto di immaginazione, non nascono dal nulla, ma trovano
ispirazione e sostanza nella vita e
nella poesia di Anna Achmatova, nella fascinazione del suo stile musicale e
profondo, doloroso e appassionato che la rese una delle poetesse più amate in
Russia, nonostante la censura avesse a lungo vietata la pubblicazione delle sue
opere.
Ad esempio, In
“Ultimo brindisi”, pubblicata nel 1934, Anna
scriveva: “Bevo a una casa distrutta,/ alla mia vita sciagurata,/ a
solitudini vissute in due/ e bevo anche a te:/ all'inganno di labbra che
tradirono,/ al morto gelo dei tuoi occhi, ad un mondo crudele e rozzo,/ ad un
Dio che non ci ha salvato. (da La corsa del tempo”, Einaudi, Torino, 1992 - traduzione
di Michele Colucci)
e Dante Maffia riecheggia
quei versi scrivendo in “Brindisi”:
Bevo a tutto
ciò che ho perduto,
agli
arcobaleni che ho distrutto,
ai labirinti
che ho attraversato,
ai misteri
che ho inseguito,
alle albe
che non ho saputo trattenere,
agli echi
che ancora mi danno
qualche
segno di vita.
Bevo alla
salute di Dio
con cui la
lite perdura
Nei libri
intonsi dei miei peccati,
nella sua
pazienza.
Nella poesia “Il salice” Anna Achnatova scrive:
Io crebbi in
un silenzio arabescato,
in un'ariosa stanza del nuovo secolo.
Non mi era cara la voce dell'uomo,
ma comprendevo quella del vento.
Amavo la lappola e l'ortica,
e più di ogni altro un salice d'argento.
Riconoscente, lui visse con me
la vita intera, alitando di sogni
con i rami piangenti la mia insonnia.
Strana cosa, ora gli sopravvivo.
Lì sporge il ceppo, e con voci estranee
parlano di qualcosa gli altri salici
sotto quel cielo, sotto il nostro cielo.
Io taccio... come se fosse morto un fratello.
E Dante, in
“Amedeo non riposa in pace”, entra anche lui in stretto colloquio con la natura,
parlando con un abete rosso:
Ieri sera un
abete rosso mi ha sorriso
e poi mi ha
detto:
Amedeo non
riposa in pace,
è sempre
affacciato su quella nuvola celeste
che quando
torni a casa ti segue,
Fai una
volta un cenno.
Anche gli
alberi parlano?
Non ricordo
come mi chiamo.
Una volta
sapevo amare e scrivere poesie.
Tutti questi
muri chi li alza?
Il tempo è
vuoto e la mia casa di parole
è troppo
pesante di ricordi,
di colori
italiani.”
In un’altra poesia di questo libro bello e coinvolgente Dante Maffia scrive:
“Adesso lo
so che l’amore ha una voce,
una forma,
ch’è il
guasto dell’azzurro
e una
mongolfiera sgangherata
che arranca
sopra i tetti di Parigi.
Se mi fossi
portata una slitta,
se avessi
incartato per regalo
i rintocchi
affannati
dei remoti
campanili di Pietroburgo!”
Infine, tra le poesie che meglio rendono il
senso di esaltazione totalizzante di quell’amore voglio citare “Inno per
Amedeo”, di cui riporto solo due
stralci:
… Tu sei
l’incanto, il fine e il principio,
la corsa
pazza verso il senso,
la via larga
che rinnova il mondo, la
compiutezza,
l’ardore che
sa tessere il sublime.
Sei la
strada che apre il sentimento
a Dio e dà
la C:onoscenza:
sei la voce
che mi porta
sul cuore
della luce e mi rinnova
il corpo e
la parola.
E più avanti, nella stessa poesia, si legge:
…Amore che
racchiudi l’Universo
in tutto il
suo splendore, che possiedi
il balsamo e
la luce,
mio veleno,
mia ragione
suprema,
mio canto,
mia casa,
sogno,
passo di
danza,
essenza del
Divino,
germoglio e
pane,
lo splendore …
In
conclusione, Dante Maffia è un letterato multiforme, vivo, debordante, è il
poeta che tutti vorremmo essere o almeno incontrare una volta nella vita, dal
canto eccessivo, coinvolgente, iperbolico, poiché in un periodo così violento e
superficiale si sente il bisogno vitale di fare il pieno di sentimenti e
sperimentare il fresco rigenerante della cascata delle sue parole, delle sue
immagini e emozioni, specie se si ha voglia di ricominciare, di rimettersi in
discussione, di cercare nuovi amori e una nuova vita. In fondo, sta in questo
il suo fascino, la sua forza, la sua bellezza.
[1]
Il libro è pubblicato in duplice versione,
italiana e giapponese, in conseguenza del forte legame creato in questi anni tra
il poeta e quel Paese.


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