MENABO' : Le mie interviste ai grandi poeti

Leggere la poesia con gli occhi degli autori 
(Frabotta, Magrelli, Calandrone, Rondoni...)

Davide Rondoni è uno dei più significativi poeti italiani contemporanei. Ha pubblicato diversi volumi di poesia, tra i quali: Il bar del tempo (1999), Avrebbe amato chiunque (2003), Compianto,vita (2004), Apocalisse amore (2008), Rimbambimenti (2010), Si tira avanti solo con lo schianto (2013), con i quali ha vinto i maggiori premi. È stato tradotto in vari Paesi, collabora a programmi di poesia in Tv e radio, è editorialista di quotidiani, ha fondato il “Centro di poesia contemporanea” dell’Università di Bologna e la rivista «clanDestino». Ha pubblicato romanzi e saggi, è autore di teatro e di traduzioni da Baudelaire, Rimbaud, Péguy. Ha partecipato a numerosi festival internazionali di poesia.

 


Stralcio dell'intervista a Davide Rondoni  

(L'intervista completa è sul n.7 di Menabò - febbraio 2021.) 





“Non c'è cosa più stupida che definire le persone invece di ascoltarle”


1.      Ci si chiede spesso quale funzione abbia la poesia. Le risposte possibili sono molteplici: da quelle che le attribuiscono il potere taumaturgico di trasformare in armonia e bellezza le brutture del mondo a quelle che le negano ogni utilità. La risposta più dissacrante l’ho trovata in un verso dell’australiano Les Murray: “Perché scrivere poesia? per essere stranamente/ disoccupati. per i mal di testa indolori da sfruttare/…” Tra questi due estremi dove colloca la sua risposta?

Che bello che citi Les Murray. Les era un geniaccio. L'ho conosciuto e abbiamo fatto un paio di letture insieme. Le sue poesie e i suoi saggi sono tra i più belli del Secondo Novecento. Pensa cose strane, dicevano di lui gli altri poeti più in linea col pensiero dominante, ma lui era un genio, loro no. E quindi la sua apparente "trovata" la preferisco rispetto alla retorica della prima definizione che pur ha qualche traccia di vero. Il fatto è che la poesia non serve a niente, ma a quel niente che appartiene alle cose inutili, che appunto non "servono a niente" e che perciò danno senso alla vita. Nel senso che è incommensurabile ciò a cui servono... A che serve l'amicizia vera, quanto vale? a che serve il dolore, a che serve un bacio? Come lo misuriamo? L'ho scritto mi pare in un libro che si chiama  "L'allodola e il fuoco". Lì puoi trovare cose su questa faccenda.

2.      Il suo ultimo libro “Quasi un paradiso” è un atto d’amore verso la Romagna, un viaggio attraverso luoghi, personaggi e ricordi conditi col gusto per la battuta iperbolica e a volte salace che, per qualche verso, fa pensare alle straordinarie atmosfere felliniane di Amarcord.  Quali affinità sente con il grande regista riminese?

In realtà quasi nessuna. Certo, le atmosfere rievocate da quel film appartengono un po' a tutti i romagnoli e a chi pensa di conoscerli, ê una bella cartolina come quelle dei delfini ammaestrati che hanno messo, bellissima, in copertina al libro. Emblemi, luoghi comuni nel senso non solo negativo del termine. Ma per capirli davvero, per non fermarsi alle cartoline occorrono sondaggi e veri acuti e trascendenze che Fellini non aveva e non ha avuto interesse a fare, ormai lui era barocco-romano-occultista, oltre che essere nato nella "grande Romagna" e non nel cuore della "piccola Romagna" come spiego nel libro. Meglio vedere le statue di Ilario Fioravanti, le poesie di Lello Baldini, di Nino Pedretti, di Tolmino Baldassarri, di Giovanni Nadiani. E il mio libro rovescia un po' di quei luoghi comuni, penetrandoli, guardando l'altra parte dell'arazzo. Fellini con la Romagna sta un po' come i gladiatori travestiti sui fori imperiali a Roma...


 3.      Ogni scrittore ha il suo albero genealogico: personalmente la sento vicino a Carlo Betocchi, per il linguaggio diretto e lontano dalla retorica, e a Giovanni Testori, per la tensione religiosa e il sentire cristiano. Quali sono in realtà i poeti che hanno maggiormente influenzato la sua scrittura?

Non so bene da quale costellazione o albero vengo, tanti sono gli innesti, le comete, il confondersi di incontri e collisioni, certo la lezione di Luzi (e Betocchi dietro di lui) e di Testori hanno giovato a non "credere" nella letteratura se non come in una meravigliosa e limitata arte, non come a un mito o, peggio, a un idolo. Da qui forse quel che chiami "lontananza dalla retorica" o meglio assunzione di una retorica intesa come arte della parola che cerca di stare, come diceva Luzi della poesia, "pari alla vita". E questo costa tanto lavoro e spoliazione da tante seduzioni anche della critica o del consenso.







Stralcio dell'intervista a Maria Grazia Calandrone 


"Desidero aprire la gabbia nella quale la poesia si è autoreclusa"
(L'intervista completa è sul n.6 di Menabò - ottobre 2020.


Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964) è figura di primo piano nel panorama letterario italiano. Poetessa, scrittrice, giornalista, drammaturga, artista visiva, autrice e conduttrice Rai in programmi come Alfabetiere poesia, Poesia in technicolor, Da poeta a poeta,  antologia sonora di poesia contemporanea su RaiRadio3; scrive per «Corriere della Sera»; codirige la collana «i domani» di Aragno Editore ed è nel Comitato di redazione di «Poesia», Crocetti Editore; è regista del ciclo di interviste “I volontari", un documentario sull'accoglienza ai migranti e del videoreportage su Sarajevo “Viaggio in una guerra non finita, entrambi pubblicati da «Corriere TV».

Premio Montale 1993 per l’inedito, tiene laboratori di poesia nella scuola pubblica, in carceri e DSM e presta servizio volontario nella scuola di lettura per ragazzi “Piccoli Maestri”. 


Vorrei iniziare questa chiacchierata chiedendole del suo ultimo lavoro: Giardino della gioia edito da Mondadori 2019 – 2020, perché mi sembra che esso rappresenti una svolta importante nella sua carriera e la consacri definitivamente, anche agli occhi del grande pubblico, come una delle figure più rappresentative della letteratura italiana di questo inizio millennio. Cosa l’ha spinta a scrivere il libro e come si colloca nello sviluppo del suo discorso poetico?

Innanzi tutto grazie per le sue parole. E grazie per aver scritto “letteratura” e non “poesia”, perché mi offre l’occasione di dire immediatamente che desidero aprire la gabbia nella quale la poesia si è autoreclusa, parlando solo ai suoi specializzatissimi adepti, chiudendosi in diatribe fra intenditori e smettendo di parlare al suo popolo. Avevo già sperimentato la tecnica di montaggio di Giardino della gioia con il libro precedente, Il bene morale: libri non tematici ma compositi, che intendono raccogliere molteplici forme espressive dell’umano. Credo che la poesia possa spingersi a essere inchiesta giudiziaria, mantenendo la stessa dignità della lirica amorosa.

Giardino della gioia è un libro ricco di tenerezza e umanità, libro di contrasto tra anima e carnalità, miseria del vivere e sua felicità, tragedia del male e ansia di riscatto. Se queste sono le caratteristiche più evidenti, ci aiuti a coglierne qualche aspetto più nascosto e segreto.

Posso osare dire che si tratta anche di un libro di narrativa, dotato di trama: il macrotesto parla infatti dapprima di amore, poi di una rovinosa caduta nel disamore e, quindi, analizza la nostra possibilità di compiere il male – che dipende dalla incapacità di identificarsi con l’altro da sé. Alla fine, arriva l’auspicabile scoperta del “puro esistere”, ovvero la gioia – troppo spesso trascurata – d’essere vivi, che arriva a sostituire la maligna pretesa d’essere amati. Un altro elemento che m’interessa è l’ironia, a volte quasi la comicità.

Nonostante il suo titolo, che richiama l’idea del giardino e della gioia, e dunque della bellezza, il libro parla soprattutto del dolore del mondo. Le chiedo se l’apparente contraddizione si può spiegare col fatto che lei indica un percorso, suggerendo l’idea che la consapevolezza della gioia nasce solo dopo che si è sperimentato il dolore.

Proprio così. Parlo di una gioia solidale, lieve, consapevole e stabile, conquistata non avendo paura di affrontare la quota di sofferenza che la vita assegna a ciascun vivente. Se diamo per ovvio che vivere implica una parte di male e dolore, riusciamo forse a smettere di lagnarcene: la meta della consapevolezza non è, infatti, produrre un incessante lagno sulla raggiunta constatazione del male di esistere, ma comportarsi come la funzione-“ginestra”, per usare la decisiva immagine del poeta più banalmente associato all’idea di dolore, Leopardi. Il leopardiano il fiore del deserto, il fiore sul quale incombe il Vesuvio distruttore, a differenza degli uomini non spreca il tempo della propria unica vita a edificare la propria impossibile immortalità, ma impiega il tempo della propria unica vita a profumare, a fare cioè del proprio meglio per rendere più dolce la vita di tutti, fondando così, senza troppi proclami né pretese di gloria, la “social catena”, sola possibilità di resistere al male naturale.




Stralcio dell'intervista a Valerio Magrelli 





"Nella mia scrittura ho sperimentato"
(L'intervista completa è sul n.5 di Menabò - giugno 2020.



 

 


Valerio Magrelli è uno dei più importanti poeti italiani contemporanei. Laureato in Filosofia ha insegnato Lingua e letteratura francese all'Università di Pisa [1] e all'Università di CassinoÈ autore di numerose raccolte poetiche tra cui  ricordiamo:  Ora serrata retinae (1980), Nature e venature (1987), Esercizi di tiptologia (1992), Didascalie per la lettura di un giornale (1999), Disturbi del sistema binario (2006) e Il sangue amaro (2014),ora riunite nel volume “Le cavie” Poesie 1980 – 2014 edito da Einaudi, che accompagna i cambiamenti epocali e di sensibilità in un lungo periodo storico. 


Vorrei iniziare questa intervista, di cui la ringrazio, con un suo ricordo. Nell’adolescenza di molti poeti c’è spesso una poesia che li emoziona particolarmente e li spinge a scrivere i primi versi. Ricorda se anche per lei è stato così?

 

R. No, mi ricordo però di avere iniziato prestissimo, talmente presto che ho trovato un quaderno scritto a 12 anni in cui avevo addirittura battuto a macchina le poesie. Questo è veramente un segno di attenzione. Era stato mio padre a dirmi: “Guarda, ci vuole serietà nella poesia”. Ripeto, questo è molto più significativo che scrivere, perché scrivere è un atto spontaneo, impulsivo, mentre mio padre, che era ingegnere, mi ha trasmesso un atteggiamento quasi deontologico. Mi spiegava: guarda che scrivere, scrivono tutti, ma tu mettiti lì e battile a macchina, perché se hai questa serietà, questa costanza, allora vuol dire che forse è un interesse vero. Io vado molto fiero di questo. E le dico una cosa sola che mi ha letteralmente indignato, non più di sei mesi fa. Ho assistito ad una tesi di laurea di magistrale in cui il candidato non aveva neanche messo il numero delle pagine! Ecco, lei dirà è una distrazione; no, è una mancanza di rispetto, anzi, una forma di disprezzo verso il lettore. Se fosse stato per me, lo avrei mandato a casa su due piedi.

 

Lei è autore di sei importanti raccolte poetiche che sono poi confluite in un importante volume, edito da Einaudi, intitolato “Le cavie” Poesie 1980 – 2014. Quali considerazioni le suggerisce questo lavoro e cosa ci indica dei cambiamenti sociali, politici e letterari che si sono registrati nel periodo?

 

L’interesse di questo libro dipende dal fatto che praticamente racchiude 40 anni di scrittura, infatti sei raccolte in quarant’anni fanno assistere anche al cambiamento dello scrittore. Lo riassumo in una battuta: essendomi laureato in storia della filosofia, quando ho iniziato a scrivere veniva fuori un tipo di preparazione molto meditativo, speculativo. Diciamo che mi collocavo nel segno di Francis  Ponge, il sommo grande poeta francese del ‘900; la seconda parte delle raccolte, soprattutto le ultime due, si colloca invece nel segno di Brecht; proprio io, che scrivevo una poesia di taglio filosofico, sono arrivato a comporre invettive politiche, sia pure sotto forma di sonetti. Insomma, c’è stato un profondissimo cambiamento, come in un testo intitolato “Giovani senza lavoro”; 40 anni fa, mai avrei pensato di giungere a questo. Da questo punto di vista posso definirmi uno scrittore sperimentale. Ho riscoperto l’importanza di questo aggettivo. Così, se mi chiedessero cosa ho fatto, risponderei: “Ho sperimentato”. Tanto è vero che il titolo complessivo è “Le cavie”. Ebbene, chi sono le cavie? Sono animali da esperimento. Al di là di tante polemiche che ho avuto, in parte posso dire di ricollegarmi alle avanguardie storiche e al gruppo 63, specialmente ad Elio Pagliarani e Antonio Porta, i primi forse che hanno creduto in me come scrittore.

 

Come profondo conoscitore della poesia francese, lei ha tradotto magnificamente Stéphane Mallarmé, Paul Valery, Paul Verlaine, Roland Barthes e Bernard-Marie Koltès. Per questi lavori ha ricevuto un importante riconoscimento dal Presidente della Repubblica. Mi piacerebbe sapere se e quanto questi poeti hanno influenzato il suo lavoro, e quale libro consiglierebbe a un suo allievo per appassionarlo alla poesia francese. 

 

Il premio lo ebbi come direttore di una collana a cui tengo molto: la collana Einaudi trilingue. Quello fu un bellissimo riconoscimento per me.

Guardi, più che la poesia francese, per appassionare un allievo alla poesia italiana un titolo ce l’ho, ed è un libro perfetto: “Poeti italiani del ‘900” di Pier Vincenzo Mengaldo, un Oscar Mondadori che presenta i poeti italiani fino al gruppo 63 e ad Amelia Rosselli. È un libro fantastico: ci sono i poeti più importanti ma anche alcuni totalmente sconosciuti, che io ho scoperto leggendo questa antologia. Perciò, se un ragazzo scrive, gli dico, bene, ma prima di scrivere, leggiti questa antologia, troverai dei poeti che non ti interessano, altri che ti appassionano… c’è di tutto, un vero supermercato… parliamo in termini molto brutali ma efficaci. Le dico la verità, non esiste l’equivalente nella poesia francese, anche se (e non mi faccio pubblicità, perché il libro purtroppo non esiste più), scrissi molti anni fa un’antologia intitolata “Poeti francesi del 900”, che in realtà si fermava al 1950. Poi l’editore, Lucarini, fallì, e il libro non è stato mai più ristampato. Quello è stato un lavoro nel quale ho speso tanto di quel tempo che forse sarebbe un’idea pubblicarlo di nuovo.





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Stralcio dell'intervista a Biancamaria Frabotta 





"Ultime dalla terra di nessuno"
(L'intervista completa è sul n.2 di Menabò - giugno 2019.



Biancamaria Frabotta
è nata a Roma ed ha insegnato Letteratura italiana contemporanea
all’Università la Sapienza di Roma. Negli anni Settanta si impegnò nel movimento studentesco e nel movimento femminista. È considerata tra le poetesse più significative di questi ultimi 40 anni. 


D. È stato da poco pubblicato da Mondadori il volume Tutte le poesie che antologizza ben 46 anni di poesie dal 1971 al 2017. Quali sono le ragioni che ti hanno spinto a realizzare questo lavoro?

Ti rispondo con una lettera ricevuta poco dopo la pubblicazione di Tutte le poesie. « Cara Biancamaria, mi scrive un lettore, le tue poesie mi fan­no compagnia da un paio di mesi. Le apro e leggo come un libro di racconti. La mia semplicità mi permette forse un accesso non ostacolato. Spesso leggo una sola poesia alla volta, e mi dice qualcosa che mi serve : dell’importanza di non cedere allo scrupolo, rinunciando alla prima intuizione dell’osare e dire. Grazie, quindi ». Queste sono le ragioni profonde che danno il senso a una vita e a un’opera che, quasi senza interruzioni, si è protratta per decennni.


D. Tutte le poesie riunifica ben 5 opere. Ne nasce un mosaico, quasi un labirinto intricato, denso di significati, duplice, destabilizzante. Ci puoi suggerire gli aspetti salienti dell’opera?

Non parlerei di un labirinto o di un mosaico, piuttosto di un percorso che si rende visibile solo a una certa distanza. Potrei dire di aver disegnato, senza accorgermene, un cerchio imperfetto, o meglio, infiniti cerchi concentrici che non si chiudono mai su stessi, ma ad ogni giro modificano di poco il tema, rilanciando l’assillo che lo alimenta e che è sempre lo stesso. Un tormentoso girotondo che aumentando via via la velocità dell’intuizione poetica, accresce la densità dell’insieme, svelando ciò che i singoli libri composti ad anni di distanza l’uno dall’altro nascondevano. Questo non riguarda solo i poeti. La vita e la storia in cui tutti siamo, volenti o nolenti, immersi, sembrano sempre eguali, ma è una falsa impressione. Per i poeti vale una specie di ulteriore consapevolezza postuma. Non tanto le intenzioni che contano poco. Ho sempre pensato che se la poesia non c’insegnasse ciò che non sappiamo, sarebbe inutile scriverla.  Tutte le poesie si apre con una specie di manifesto che proietta la sua ombra su tutto il libro. Eccone il primo verso: Fra le piante dimentiche dai parti prematuri. Un verso che quando apparve, nella mia prima plaquette Affeminata  del 1976, si presentava già «gravida» , per dirla con Diotima che Socrate riconosceva come sua maestra d’amore, di pensieri e di emozioni che avrebbero avuto un lungo seguito nella mia storia personale. Insomma questa poesia agì dentro di me come una specie di capobranco, una madrina di una mandria fedele. Non ha titolo, ma da sempre la orna la famosa citazione del leopardiano giardino sofferente. A dir la verità la sua anticipazione in rivista un titolo ce l’aveva: De rerum natura che affiancava Lucrezio a Leopardi.  Il trauma della nascita con i suoi turbamenti primordiali vi si mescolava ai «femminili trasalimenti», da cui sgorgava l’invettiva dell’ultimo verso: « Da oggi dichiaro la decomposizione viva della specie / padrona e non complice / natura maligna / io cesserò d’imitarti ». La protesta contro la natura matrigna, il trauma della nascita e della «seconda nascita», o del «risorgimento di Narcisa», percorre tutta la mia opera, dal Rumore bianco alla Materia prima, la raccolta terminata proprio in procinto della pubblicazione di Tutte le poesie. In una bella recensione Maria Grazia Calandrone, poeta critica, sostiene che “la materia prima” della mia scrittura coincide con la mia identità politica e umana. Il suo nome è Libertà, anche quella di allontanarsi dalle urgenze della contemporaneità e, sono parole sue, «inoltrarsi nel tempo senza tempo che occhieggia al fondo della nostra esistenza come l’osso sta immerso nel denso del corpo». Chissà se è vero.  Sicuramente lo è per la sua poesia. Del resto, pur parlando sempre di sé, la poesia parla sempre d’altro. E ad altri.


 D. Nel 1977 curasti l’antologia Donne in poesia, storico osservatorio sulla poesia al femminile che ebbe il merito di valorizzare un materiale incandescente e ancora in evoluzione. Oggi, abbattuti gli steccati di genere, registriamo con piacere l’ingresso massiccio e direi maggioritario delle donne nel campo della poesia. Se le cose stanno davvero così, c’è ancora bisogno, secondo te, di parlare di poesia al femminile o non sarebbe più giusto parlare tout court di poesia?

 Penso che parlare di poesia al femminile ha ancora un senso. All’Università, eppure avevo maestri eccellenti, conoscevo appena i nomi delle grandi scrittrici del passato. Nessuno le onorava di corsi appositi. Non riesco nemmeno a ricordare quando cominciai a leggere Morante, Deledda, oppure, tra le straniere, Virginia Woolf, le sorelle Bronte, Simone De Beauvoir. Mentre ricordo benissimo di aver adorato, grazie al personaggio di Natascia, Guerra e pace, che lessi ad appena quattordici anni. Ma la storia dei personaggi femminili non coincide con quella delle autrici. Con la poesia fu ancora più complicato. Avevo poco meno trent’anni quando cominciai a pensare a un’antologia di poesia femminile italiana dalle origini ai giorni nostri. Un’idea ispirata dal movimento femminista e che entusiasmò Dacia Maraini. L’accademia non c’entrava niente, forse per questo trovare un editore fu difficilissimo. Einaudi che pure riteneva che una simile antologia avrebbe venduto molto la rifiutò, obiettando che confondevamo le lamentele di Compiuta Donzella e altre come lei con la realtà. Secondo loro era pura letteratura, fiction, imitazione di temi della poesia maschile. Alla fine fummo costrette a ripiegare sul secondo Novecento. E anche in quel caso non fu un sentiero agevole. Elsa Morante ci negò, pena una denuncia, di pubblicare le sue poesie. Allora ignoravo che si adirasse contro chiunque la considerasse un’autrice. Era un Autore e basta, termine secondo lei neutro. Oggi capisco le preoccupazioni della sua generazione e i timori di venir rinchiuse in una gabbia, una sorta di ghetto discriminatorio. Il problema non è affatto superato, io credo. E’ una questione di qualità e non di quantità. A volte penso che essere donna e scrivere, senza doversi immaginare come una creatura  neutra che deve però definirsi al maschile per essere accreditata come un vero poeta, sarebbe una vera liberazione, un’istanza di libertà. Ma purtroppo ancora un’utopia.

 

 




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