giovedì 8 novembre 2018

Salvatore Ritrovato





SALVATORE RITROVATO è poeta, critico e saggista di origine pugliese. Vive quasi appartato nelle Marche dove insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l'Università Carlo Bo di Urbino e Scrittura creativa presso l'Accademia di Belle Arti. 

Ha pubblicato diverse raccolte di poesie a partire dal 1997. Tra le più recenti segnaliamo: Come chi non torna (Raffaelli, 2008), L’angolo ospitale (La Vita Felice, 2013) e tre plaquette: Cono d'ombra, Cercando l’isola, con illustrazioni di Dominique Sighanda, (Fiorina Edizioni, 2017) e La casa dei venti (Il Vicolo 2018) che qui recensiamo.
Per quanto riguarda il suo lavoro di critico si è occupato di autori del Cinquecento (ad es.: Ariosto a Tasso), dell’Otto e del Novecento (ad es,: Pascoli, Saba, Carducci Caproni, Calvino, ecc.) Fra i volumi ricordiamo: Dentro il paesaggio. Poeti e natura (Archinto, 2006), La differenza della poesia (Puntoacapo, 2009; n. ed. 2017), Piccole patrie. Il Gargano e altri sud letterari (Stilos, 2011), Il madrigale del Cinquecento. Saggi e studi (Salerno editore, 2015), All’ombra della memoria. Studi su Paolo Volponi (Metauro, 2013; n. ed. 2017).
Altri suoi campi di ricerca sono il rapporto fra letteratura e cinema cui dedica la rassegna annuale «L’opera che visse due volte. Letteratura & Cinema nella cultura contemporanea», giunta alla XIII edizione.
I suoi lavori sono stati pubblicati su riviste e antologie italiane e estere; in particolare suoi testi sono stati tradotti in spagnolo, francese e olandese; collabora infine con varie riviste letterarie e co-dirige l’annuario di poesia contemporanea internazionale «Punto» (Puntoacapo). 



Salvatore Ritrovato
La Casa dei venti – Il vicolo- editore – 2018
(Nota di Renato Fiorito)


Io è il sentimento mortale di queste pagine.
Non lascia di sé figura né volume, ma un incrocio
di linee in fuga del paesaggio che lo innerva.
Tante braccia protese a saluto.
  
Inizia con questi versi “La casa dei venti” di Salvatore Ritrovato. Un  “Io” fragile diventa insieme misura delle cose e certificazione della loro estraneità. Così già nell’incipit si annuncia il senso del libro: la partenza,  l’angoscia della dimenticanza, il sentimento della morte, che tuttavia non sfocia in un nichilismo aspro, ma mitigato dalla musicalità dei versi, dalla sapienza letteraria e da una sorta di intima tenerezza che apre vie di fuga alla speranza che “di tanta fatica qualcuno ricorderà l’amore”.

Il primo capitolo della raccolta, intitolato Bagatelle di viaggio, suggerisce l’idea volutamente ingannevole che il bagaglio con cui l’autore intraprende il viaggio contenga cose marginali, di poco conto, mentre è chiara la convinzione che è proprio nella fragilità delle piccole cose, nei sentimenti fuggevoli che la vita raccoglie il suo senso.
“Bagattelle” quindi ma, diversamente da Celine, qui non c’è massacro, piuttosto si fa largo un senso di spaesamento tutto interno all’animo umano. Evocativa in proposito è l'immagine del viaggiatore che rilegge libri già letti, mentre il cuore sogna il mare e cieli tersi, contrasto apparentemente banale ma in cui scorre la vita, una vita parallela dove l’antinomia tra pensiero e sentimento alimenta una sorta di resistenza alla disperazione e alla morte.
"Serve ancora la poesia, quando tutti ci avranno lasciato?" si chiede il poeta. Forse no, tuttavia non può farne a meno  (pag.12) 

Un’antica immagine lo punge:
un giorno andranno tutti via
e servirà ancora la poesia
dove nessuno lo raggiunge?


È dunque con la poesia che Salvatore Ritrovato cerca di riscattare il mondo dalla mediocrità grigia del quotidiano. Per questo esprime i suoi pensieri in rime, sperando che il senso estetico conforti la sua pena e renda la vita più sopportabile. La disperazione non è certo musica, eppure un intimo desiderio di armonia lo spinge a cercarla, per lasciare un’orma che testimoni la fatica del cammino e la ricerca di una vagheggiata bellezza
In esergo al capitolo “Vuoto a perdere, e altro da me” citando Ippolito Nievo, egli scrive: «I poeti sono come le rondini che volentieri fabbricano il loro nido fra le rovine».
Costruirsi un riparo, dunque, pur nella consapevolezza delle rovine che lo circondano, è una necessità a cui non può sottrarsi, poiché questo nido, per quanto passeggero, è l’unico modo per onorare la vita; per questo il poeta innova, ricuce, recupera ricordi, letture, frammenti di giorni. 

Per altro verso l’esistenza è ombra e la porta che permetterebbe la fuga ha il chiavistello inceppato. Resta perciò il buio, oltre il quale non si può guardare. In “Anacreontica” infatti si legge (pag.20):

Avanza un po’ di luce ai bordi
bui del vetro lordo e convesso;
è ombra il resto, o non torna,
ciò di cui piangerò spesso. 

in articulo troviamo scritto (pag.23)

Volerà lontana la parte che non pesa... 
mentre:
 Resterà qui la parte di terra e ossa
la poca carne che sfiata nel pullover
nel sempre-inverno di una fossa.” 

Poi l’onda delle cose lette, i classici, le assonanze, i riferimenti colti conquistano il loro spazio. La scrittura diventa più distaccata, si compiace del gusto letterario (pag.24): “Oh il fraterno frullare sotto il nespolo/ nell’aere annuvolato tra nuove/ e antiche radure in ascolto…”; allora la morte si fa nostalgia, senso di solitudine, inverno che si annuncia e si allarga a macchia d’olio sulla vita, preludendo al distacco.

In Lasciando Grodek dice (pag 25):

Là dove t’incammini l’autunno viene e la sera
va agli smorti cortili dell’infanzia.
Uno stagno solitario fra gli alberi soavemente si perde
tra un frullo d’ali e una strada che diventa buia.”  

E ancora ne La variabile umana (pag.26):

… Lontani e insoddisfatti ce ne andremo
come ombre nel ricordo di una nebbia confusa.
Qualcuno annegherà le sue parole nel vino
altri al silenzio non riuscirà a rassegnarsi.


Nell’ultima parte della silloge i ricordi si fanno più vividi e tremanti. In L’aura di Guayaquil infatti leggiamo (pag.34):

Una volta ti diedi un bacio nel giardino di Guayaquil.
Ma non era solo un bacio, era una parola nascosta
nel cuore che finì sulla bocca.

Infine diventa esplicito nella parte finale  il richiamo al mondo greco, ai classici, al sentimento struggente del tempo:

Omero spense la luce perché pensava:
il buio cancellerà ogni sogno.
Anche il bacio di Achille e Patroclo
e il pianto di Briseide spariranno all’alba.
….
Il tempo è come il mare, mi ha detto,
quando passa sulla sabbia:
all’inizio è solo una macchia, poi ha fretta.

È questa la Casa dei venti che Salvatore Ritrovato, ci affida. Una Casa non lontana da noi, perché nelle sue stanze abitano le memorie di ognuno, le cose perse e ritrovate, gli addii ai giorni e alle persone amate. Poesia che certo prediligo perché fatta di versi piani e chiari, di rime nate dal bisogno di dare armonia al mondo e riordinarlo su parametri di una più meditata bellezza e di una ritrovata civiltà letteraria. 






Il libro è acquistabile al seguente link: 



La casa dei venti
a Antonia W.

C’è una casa in cui i venti tornano e non è lontana da qui.
Certi giorni è a portata di mano: ne senti i sospiri i silenzi i sì.
Appena fiuti la pioggia dietro il sole
lascia fuori il vento, tutto è alcova e altrove:
i tuoi capelli, il tuo sorriso negli occhi
l’ombra che sbraccia sulla parete e scivola nella notte
come un secondo corpo che non ci appartiene
il sangue che preme contro la pelle, nelle vene.
Questa casa di venti senza casa me l’hai lasciata negli occhi
solo a ricordarla, e non ha più finestre
che raccoglie le voci della strada, i pensieri degli uomini,
i sogni di chi torna e di chi arriva.
Dal tuo sorriso non deve più ripartire.


L’aura di Guayaquil

Una volta ti diedi un bacio nel giardino di Guayaquil.
Ma non era solo un bacio, era una parola nascosta
nel cuore che finì sulla bocca.
Te la restituii rubando un momento di slancio
tra una parola e l’altra
sfruttando uno spiraglio fra le tue labbra.
Dal cespuglio veniva un fruscio allegro di voci.
Un’antica luce brillava negli occhi delle iguane.
Sul piedistallo di Bolívar urlava un signore
gli ultimi peccati mortali ai passanti distratti.
Le foglie della magnolia ci proteggevano dal sole.
Quante cose mi parlano ancora di quell’aura
un pomeriggio di Guayaquil?
Mi domando se un ricordo che da sempre ci aspetta
un giorno all’improvviso invecchia,
se quel bacio che per un attimo ci ha legato
nel mondo dove tu non abiti più, è tornato
nei tuoi pensieri con una dolce stretta.


L’ultima epistola

a Monica, per una poesia ritrovata

Questa notte verrò da te e saremo un’ombra sola.
Un’ombra che non sa volare, ma come l’alba sale.
Ti vedrò innaffiare l’orto e preparare
zuppe e frittate e appoggiarti al pesco
che si sfoglia sul muro caldo del giorno.
In quel lembo di casa c’è il mio sogno.
Io saprò riabbracciarti, sedere con te al desco,
portarti il vino e uno sguardo buono che sa amare.

Ma io sono qui e la terra trema ogni giorno:
è la linea inferma del mondo.
Senti un odore di burro rancido nei capelli
e voci che rotolano come pietre nelle valli.
Carovane chiassose arrampicarsi come capre.
Nuvole di fumo, da fattorie abbandonate.
Quando affondo gli occhi nel cuore argilloso dei colli
e in quella calma di foglie l’alba si apre
c’è come un’aria leggera nei miei sogni.
Forse un segno paziente di pace.

Tornerò da te presto, magari una mattina
come una luce che ti abbraccia, una brezza viva.


sabato 23 giugno 2018

Elena Cattaneo




Elena Cattaneo è nata a Milano nel 1971. Vive in provincia di Bergamo insieme al figlio, al marito e due gatti. Le piace ascoltare la musica, curare l’orto, camminare. Dopo la Laurea in Lingue e Letterature Straniere presso lo IULM di Milano, con una tesi incentrata sul poeta inglese Charles Tomlinson, si è specializzata in Inghilterra in studi di traduzione (UMIST di Manchester). Opera da circa venti anni come tour manager nel mondo della musica classica. 
Suoi componimenti poetici sono apparsi in riviste di settore (p.e.: Il Segnale) e siti letterari dedicati alla scrittura poetica (p.e.: Atelierpoesia). Nel 2018, con testi inediti, è stata finalista ai premi: Bologna in Lettere ed Europa in Versi.


La sua ultima pubblicazione, qui recensita, Il Dolore un Verso Dopo (Puntoacapo editrice, 2016) è stata finalista al Premio Alda Merini di Brunate (2017) e segnalata al Premio Ponte di Legno Poesia (2017).







Nota di Luigi Balocchi


Cosa c’è nel calderone di Keridwen? Keridwen è la Dea, il Ventre, l’iniziazione alla vita. Nel suo calderone ci si immerge. Vi ribolle un nonsoché di tenebroso e primordiale, il brodo scuro che tutto ha in sé. Il regressus ad uterum l’hanno spiegato benissimo talune favole arcane e in egual modo l’archetipo della caverna. Il Novecento non ha scoperto nulla e soprattutto, a farlo, sono stati i maschi. Elena Cattaneo forse non sa nulla di Keridwen la strega, ma è femmina. Come tale, Keridwen, l’ha nel sangue. Se a questo fondamento aggiungiamo il mantra poetico alla Stockhausen e le campiture di un Rothko, ecco che molto si disvela. Molto. Non tutto. Perché mai si giunge in fondo al calderone della Dea. Ed è così che ogni parola si mischia allo sputo, ogni idea la si incarna in un incubo; semmai in questa vita di stenti emotivi qualcosa abbia mai avuto un inizio, nulla si conclude. Il mondo decifrato al femminile serba più di una sorpresa. Che porta all’incognito. È affatto scontata Elena Cattaneo. Leggere le sue poesie, asimmetriche, antimetriche, antitutto, mi fa venire i capogiri o, come si direbbe da queste parti in Lombardia, el balordon. Balorda assai, Elena Cattaneo, di cui prevedo un percorso accidentato e ribelle. Ma questo è nel destino dei poeti più bravi... L’importante in fondo è vivere di bella poesia, no?







La mamma piange la notte,
stanca vaga tra
la strada sporca
che non rimanda
un sogno
ma solo la vita cruda.
Vede, così le pare,
una melagrana sfatta
di biglie rosse che fuggono tra i tombini
o si lasciano schiacciare
dalla velocità.
La mamma prega la notte,
oppressa da un amore ammalato,
così alto e rarefatto
da togliere all’amore pensieri che possano
zavorrare la mente.
La mamma piange la notte,
a orbite roteanti.
Cerca un puntino luminoso
nel suo cielo, il puntino-stella.
Come canta la mamma che piange la notte,
vuole conforto,
vuole che la dolce vita che le dorme accanto non finisca mai.

Rispondile dio, falle sentire delle voci
e illudila che sia il tuo sibilo quel suono
che la tormenta.


*

Ogni sera parlo con il diavolo, quando stacca dal lavoro.
È stanco e sfatto, non ha un giorno di tregua.
Con me si rilassa, non deve recitare la parte.
Rotea gli occhi, si schiarisce la voce, ritira gli artigli
e si liscia le corna.
A notte inoltrata, a volte, trovo mi assomigli.
Gli chiedo di stare un po’ al mio posto, gli porgo la chiave
ma lui si rifiuta.
È furbo e scaltro.
Sa che rimestare il dolore e servirlo per cena è meno faticoso
che farsi sfondare il cuore
dall’amore che sarà.
Col male ci campa a tempo indeterminato.
Aspetta che una lacrima scenda, mi accarezza soddisfatto
e in un soffio mi lascia chiusa in paradiso.
Ma prima o poi io scappo…



*

Un gioco sinistro,
o meglio,
un gioco innocuo, con un rumore
sinistro.
In un luogo noto,
un luogo innocuo.
Un gesto quotidiano,
quotidiano e notturno.
Cadere, buttarsi, sapere che ci si farà male.
Arriva il dolore, è fatto di parole non dette, cose capite
che mani troppo piccole non potevano fermare.
Chiamare senza voce.
La bocca cancellata.
Svegliarsi.
Succede a volte che la vita
passata ti esploda dentro,
senza far rumore.
Come un bambino che annega in silenzio, sott’acqua.


*

Mi vedo,
striscia bianca, uniforme.
Immersa in un’atmosfera
di latte e gesso.
Occhi, labbra, mani
liquefatti.
Il corpo-bottiglia
sorride e saluta,
ma al limite è
arrivata l’anima.
Straripare non le è
possibile.
Perché arriva lei, l’altra,
e si beve tutto.
E poi
va a vomitarlo
nei recessi infiniti
di me.


*

1998


Agosto chimico.
Mi fingo viva
ma lo spillo più lungo
e acuminato
non trova sangue,
solo gomma.
Lei che mi possiede indica
la via larga.
Ma la mia mente,
fin dall’inizio dell’abisso,
può seguire solo strettoie.

sabato 2 giugno 2018

Simona Nobile





Simona Nobile è originaria di una  terra che docilmente si distende tra Lombardia e Piemonte e trae da essa il carattere riservato e operoso. Coltiva la passione per la poesia scrivendo dove le capita, su fogli di carta sparsi, riciclati, vecchie agende, nell'ansia di cogliere in tempo le emozioni, fermare l’attimo, dare parole ai lampi che le attraversano la mente. Poi lascia macerare i versi senza fretta, come si fa con il buon vino, li rielabora, lucida le parole, ne perfeziona la musicalità e li rende armoniosi, aiutata nell'opera di revisione dalla sua formazione linguistica e letteraria.  

Simona è infatti laureata in Lingue e Letterature Straniere e ha conseguito un Master in Mass Media Studies. Ha lavorato in campo editoriale e in diverse istituzioni europee (Parlamento europeo, Corte di Giustizia e Banca centrale europea). Attualmente è sceneggiatrice, story editor e tutor a livello internazionale. In particolare si dedica allo sviluppo di sceneggiature per il cinema e la televisione lavorando per diverse case di produzione, enti di formazione e fondi di sviluppo e coproduzione europei. Docente di ‘Story Editing’ all’Università La Sapienza, ha fatto parte della Commissione per la Cinematografia del MiBACT - Direzione Generale Cinema.
Della poesia dice di amare “la capacità di afferrare, sradicare e ricongiungere la realtà, anche cruda, implacabile, dove è possibile trovare un fondo di accoglienza, una sensuale esperienza della vita.”  Tra i suoi poeti preferiti ci sono Emily Dickinson, per la forza della parola, e Alda Merini, per il suo traslare un vissuto di folle normalità; ma le piacciono anche i poeti metafisici come John Donne e Andrew Marvell, quelli ribelli e innovativi come Charles Baudelaire e Arthur Rimbaud, e i ‘War Poets’ inglesi, tra cui, in particolare, Wilfred Owen.


Da questo coacervo di esperienze, sentimenti, passioni e letture è nata la raccolta “La misura delle mani”, sua "opera prima" già sorprendentemente matura, equilibrata, essenziale. 



La misura delle mani


Giuliano Ladolfi Editore






Acquistabile on-line 
e ordinabile in libreria






Nota di Renato Fiorito



“La misura delle mani” di Simona Nobile è una silloge di armoniosa bellezza, ricca di forza creativa, di energia al femminile e amorevole dedizione. Articolata in tre sezioni: “Madre”, “L’altrove”, “Naturalia”, traccia un percorso a raggiera che dal chiuso di una stanza di ospedale si allarga agli spazi aperti del mondo e poi all’intera natura.



Questo espandersi a cerchi concentrici, perfetti e leggeri che, partendo dal punto di impatto del dolore, investono lentamente l’intera percezione del mondo è l’aspetto che, ai miei occhi, rende speciale l'opera. Se non vi fosse questa estensione sarebbe un libro ugualmente bello, ma limitato alla perdita di senso che la malattia determina e non aperto alla scoperta di un nuovo senso, inclusivo ed empatico, che invece qui viene rivelato.



Nella prima sezione, dedicata alla madre, si coglie, sin dai versi introduttivi, la forza di un legame intenso, viscerale, insostituibile: “sei l’aria che si fa leggera quando mi avvicino alla tua porta”.

Amore filiale che si fa presto amore per la vita, per le piccole vittorie sul male, per ogni attimo strappato alla resa. Rapporto d'amore insidiato dal tempo, dalla malattia, eppure vivo, tenero e perciò struggente e denso di sollecitudine.
Diario di un male, dunque, delle parole che incespicano sulle labbra, delle forze che tradiscono, come fa la mano che non risponde più agli stimoli, le gambe che reggono a fatica e i capelli che dicono addio al corpo e alla sua identità femminile, al suo ruolo di madre, di guida, di protezione:
  
Due mesi fa
ti ho vista perdere parole:
come i capelli
se ne erano andati nove mesi prima.
Mentre parlavi, loro cadevano
e noi sedevamo lì a guardarli andare via
in un pomeriggio quando
i rotolini delle bambole si staccano a grumi 
e le sinapsi non arrivano fino in fondo.
Ho visto le parole farsi balbettii
e tu ed io che scivolavamo con loro:
stai lì distesa, ti tengo la mano
e nella notte sono lì con te
e tu mi chiedi del pigiama bello
che hai messo da parte per l’ospedale
e io capisco a stento, ma ti capisco…
il senso viaggia più del suono
e il mio esserci è più forte
della mia disperazione.
Quelle parole sono tornate oggi
come tornati sono i tuoi capelli
bianco-grigi azzurrati.  (pag. 22)


“La misura delle mani” è nata così, come risultante di una profonda riflessione sulla vita e la centralità del corpo, che emerge con chiarezza proprio quando la malattia ne mette in discussione la scontata “normalità”. Perché è vero, la malattia cambia la prospettiva, dà nuovo senso alla percezione delle cose, ci lega a doppio filo alla corporalità quando ne sentiamo minacciata l’integrità.
Tuttavia, come si diceva, nella poesia di Simona, l’infermità non è solo scissione, smarrimento di identità, ma anche acquisizione di una diversa coscienza di sé. Nel ribaltamento delle abitudini si afferma un tempo circolare, ritmato dalla ripetizione di atti imposti, dentro cui si costruisce una diversa “normalità”, scissa dalla precedente, dove è centrale la lotta per guarire, la volontà di ricucire il tessuto strappato, di tenere vivi i ricordi, rammendare ciò che è stato franto.

Abbiamo ancora così tanto da dire.
Il passaggio di un filo
che esce ed entra da una trama
tessuto cotone nappa o lana:
ti arresti con la mano a volte ferma
a volte veloce entri ed esci.
Siamo passaggi di carta velina.
Risponderai ai miei appelli
fatti di ago e di filo.
Sono qui a pulire le carte dei miei ricordi.
Apro strade scoperte inattese di giorni e momenti.
Inattesa io…
Prove di esistenza.” (Pag.16)

“L’altrove” è la seconda sezione del libro che, a differenza della prima, tutta compresa tra le pareti di una stanza d’ospedale, si apre al mondo e all’incontro con gli altri. Il linguaggio si allarga, si contamina, diventa internazionale. Un mondo più ampio si distende sotto le parole, senza però che cambi lo sguardo, l’abbraccio alle persone e ai luoghi, l’attenzione affettuosa e carnale.
Questa diversa prospettiva non è quindi disconnessa dalla prima perché il mondo, anche quando si fa grande, trae significato dai dettagli che cadono sotto i nostri sensi, vive del nostro vissuto. Una piccola schiera di personaggi (Bissula, il cameriere, i calzolai, il conducente di bus) sono disegnati con rapide pennellate impressioniste, ogni ricordo allude ad altro e forma catene inanellate, stati d’animo, atmosfere, paesaggi. La percezione che ne risulta è essenzialmente fisica, il coinvolgimento è quasi corporeo, la misura è ancora quella delle mani, che prima sostenevano la sofferenza della mamma e che ora percepiscono la realtà ampia del mondo con gesto amorevole e limpido.

Beve il caffè in una tazza blu
il conducente del bus da Heathrow a Victoria Station.
Nascosto dietro la pensilina della stazione,
capelli radi e taglio grigio,
Graham Greene defilato,
con la sigaretta sempre accesa.
Schivo, stacca il biglietto della corsa semplice
e sulla fronte rugosa spunta un sorriso.
Uniforme bianca e semi-detached house con giardino,
casetta di mattoni con la porta per il gatto,
la cena delle sei,
il porridge a colazione. Pag 36

***

Era la terra della pioggia
che soffiava nei temporali dai piedi scalzi,
pioggia battente dai palazzi di vetro
fatti di memo, allowance e classement vertical:
la casa dei pezzi di Ikea,
i tè delle quattro, caffè rompistomaco,
quando un cameriere ti passava sotto banco
quattro pasticcini lasciati dal Board,
retrogusto di casa,
Emigrato con i krauti e i pezzi di pioggia.
Lui non tornava mai a casa,
felice con le gocce che battevano sui vetri. “ pag. 34


E infine “Naturalia”, vale a dire la natura che ci trascende e ci impasta e fa da sfondo a tutte le battaglie. Come in Vittorio Sereni la sua percezione è misurata dalle mani, poiché in fondo si conosce solo quello che le mani e la pelle ci dicono: "Queste tue mani a difesa di te:/ mi fanno sera sul viso./ Quando lente le schiudi, là davanti/ la città è quell'arco di fuoco." (da Frontiera),


È nella misura delle cinque dita
il ponte di ferro che lega questo passaggio.
Il sole sorge sulla mia Africa,
anche se il gelo attorciglia
le foglie nel primo mattino
e la terra aspetta il tepore
tranquillo per riscaldarsi.
Siamo in cima alla collina:
sotto una distesa di prati imbiancati
di brina montata a neve.
Spuma ghiacciata aspetta la luce.
Ci siamo noi e bastiamo.
Abbiamo bisogno di aprirci al mondo,
cristalli in attesa di sciogliersi,
il bianco che colora il grigio del cielo
e il polveroso marrone
della terra inzuppata,
senza cappotto
alla ricerca del caldo dentro le tasche. (pag. 40)


Cosi di rimando in rimando, di immagine in immagine si va avanti fino alla fine, in una ricchezza di percezioni, di linguaggi, di sensibilità che arricchiscono il lettore e lo spingono a terminare la lettura e poi a tornare indietro per assaporare meglio senza perdersi la delicatezza dei dettagli.

Anche quando la festa è finita,
i sogni tornano a cantare
nei giorni di attese allungate dal tempo.
Breve alternanza di luce e di buio,
il giorno incespica,
matassa sempre uguale
che si allunga e si sbroglia:
il gusto dell’essere, il senso di esistere.
Quando inizia la festa, sei lì a far quadrare
pensieri da giocoliere,
aspettative da riesumare,
passato da rispettare.
E poi, quando la festa è finita,
speri ancora che i sogni ritornino a cantare. (pag.42)

E infine i colori del lago, la sua pace, i rumori tenui, i canti infiniti della natura. Tutto quello che abbiamo pensato, che abbiamo sofferto, si pacifica nell’azzurro silente. È la vita, è l’eterno, è così.

Le sagome dei monti incespicano nell’acqua,
tonalità di pastello,
contorni sfumati.
Una patina ricopre il blu violaceo
del lago che corre
dall’una all’altra insenatura.
Nello specchio liquido
l’isola si affaccia,
preghiera attorno al monastero.
Sulla via del silenzio,
a ogni angolo un pensiero. (Pag.46)