lunedì 20 luglio 2026

Renato Fiorito - Strade dissestate - Poesie




Strade dissestate si sottrae alla usuale bipartizione prosa/poesia, recuperando la semplicità della forma narrativa e salvaguardando, nel contempo, la musicalità del verso. Il punto di vista assunto è tessuto sul rovescio delle storie per assumere su di sé lo sguardo  delle vittime. 

La raccolta poetica è un viaggio in cinque tappe lungo le strade sconnesse della vita: la prima: il male oscuro, parla della follia delle guerre e del dolore che esse provocano; la seconda, Senza fratelli, riporta il dramma che razzismo, odio sociale e sfruttamento generano nei rapporti umani; la terza, Oggetti smarriti, recupera quello che inevitabilmente si perde lungo il percorso e si tramuta in rimpianto; l’ultima, Istantanee, fotografa attimi apparentemente trascurabili dell'esistenza che tuttavia si fissano  nella memoria, rendendo i ricordi teneri e struggenti, oscuri e luminosi insieme.

La raccolta si chiude con un breve poemetto, Caos,  che è grido di ribellione e resistenza e fa da contraltare al dolore e alle ferite narrate, mantenendo aperto lo spiraglio della speranza. 

Il libro, edito da "Terra d'Ulivi edizioni" è acquistabile al seguente link Strade dissestate

giovedì 4 dicembre 2025

Le grandi interviste: Davide Rondoni

 La poesia vista dagli autori

Davide Rondoni 

C


 Stralcio dell'intervista a Davide Rondoni  

(L'intervista completa è sul n.7 di Menabò - febbraio 2021) 

La rivista è ordinabile a Terra d'ulivi edizioni





“Non c'è cosa più stupida che definire le persone invece di ascoltarle”


D. Ci si chiede spesso quale funzione abbia la poesia. Le risposte possibili sono molteplici: da quelle che le attribuiscono il potere taumaturgico di trasformare in armonia e bellezza le brutture del mondo a quelle che le negano ogni utilità. La risposta più dissacrante l’ho trovata in un verso dell’australiano Les Murray: “Perché scrivere poesia? per essere stranamente/ disoccupati. per i mal di testa indolori da sfruttare/…” Tra questi due estremi dove colloca la sua risposta?

R. Che bello che citi Les Murray. Les era un geniaccio. L'ho conosciuto e abbiamo fatto un paio di letture insieme. Le sue poesie e i suoi saggi sono tra i più belli del Secondo Novecento. Pensa cose strane, dicevano di lui gli altri poeti più in linea col pensiero dominante, ma lui era un genio, loro no. E quindi la sua apparente "trovata" la preferisco rispetto alla retorica della prima definizione che pur ha qualche traccia di vero. Il fatto è che la poesia non serve a niente, ma a quel niente che appartiene alle cose inutili, che appunto non "servono a niente" e che perciò danno senso alla vita. Nel senso che è incommensurabile ciò a cui servono... A che serve l'amicizia vera, quanto vale? a che serve il dolore, a che serve un bacio? Come lo misuriamo? L'ho scritto mi pare in un libro che si chiama  "L'allodola e il fuoco". Lì puoi trovare cose su questa faccenda.

D.  Il suo ultimo libro “Quasi un paradiso” è un atto d’amore verso la Romagna, un viaggio attraverso luoghi, personaggi e ricordi conditi col gusto per la battuta iperbolica e a volte salace che, per qualche verso, fa pensare alle straordinarie atmosfere felliniane di Amarcord.  Quali affinità sente con il grande regista riminese?

R. In realtà quasi nessuna. Certo, le atmosfere rievocate da quel film appartengono un po' a tutti i romagnoli e a chi pensa di conoscerli, ê una bella cartolina come quelle dei delfini ammaestrati che hanno messo, bellissima, in copertina al libro. Emblemi, luoghi comuni nel senso non solo negativo del termine. Ma per capirli davvero, per non fermarsi alle cartoline occorrono sondaggi e veri acuti e trascendenze che Fellini non aveva e non ha avuto interesse a fare, ormai lui era barocco-romano-occultista, oltre che essere nato nella "grande Romagna" e non nel cuore della "piccola Romagna" come spiego nel libro. Meglio vedere le statue di Ilario Fioravanti, le poesie di Lello Baldini, di Nino Pedretti, di Tolmino Baldassarri, di Giovanni Nadiani. E il mio libro rovescia un po' di quei luoghi comuni, penetrandoli, guardando l'altra parte dell'arazzo. Fellini con la Romagna sta un po' come i gladiatori travestiti sui fori imperiali a Roma...

 D.  Ogni scrittore ha il suo albero genealogico: personalmente la sento vicino a Carlo Betocchi, per il linguaggio diretto e lontano dalla retorica, e a Giovanni Testori, per la tensione religiosa e il sentire cristiano. Quali sono in realtà i poeti che hanno maggiormente influenzato la sua scrittura?

R. Non so bene da quale costellazione o albero vengo, tanti sono gli innesti, le comete, il confondersi di incontri e collisioni, certo la lezione di Luzi (e Betocchi dietro di lui) e di Testori hanno giovato a non "credere" nella letteratura se non come in una meravigliosa e limitata arte, non come a un mito o, peggio, a un idolo. Da qui forse quel che chiami "lontananza dalla retorica" o meglio assunzione di una retorica intesa come arte della parola che cerca di stare, come diceva Luzi della poesia, "pari alla vita". E questo costa tanto lavoro e spoliazione da tante seduzioni anche della critica o del consenso.


giovedì 16 ottobre 2025

Maria Teresa Coppola

 

Maria Teresa Coppola - Ragionare d'amore



Maria Teresa Coppola è di origine salentina ma vive e lavora a Pisa.  La poesia le è familiare sin da piccola, grazie a poeti e artisti che frequentano la sua casa, come Girolamo Comi, fondatore dell’Accademia Salentina, Alfonso Gatto, Diego Valeri, Arturo Onofri, Oreste Macrì, Vincenzo Ciardo e, più tardi, il poeta e critico d’arte Raffaele Carrieri.

Esordisce nel 2023 con la raccolta poetica Sottovoce - Edizioni Helicon, con cui vince il Premio speciale della giuria al Premio Casentino 2023, per la raffinatezza e i toni delicati dei versi. Nello stesso anno pubblica la silloge  C'è di più (Aletti editore), dove si dimostra capace di vibrante e limpida poesia in un colloquio serrato con l’amato, che lentamente però sembra trasformarsi in un colloquio intimo tra un "Io" consapevole e razionale e un "Es" più oscuro e misterioso. Con questo secondo libro Maria Teresa si classifica seconda al Premio Caravaggio. Nel 2025, pubblicato da Helicon, esce Cielo abbastanza, in cui esprime la sua natura poetica all'interno di un rapporto conflittuale tra memoria, coscienza e sentimento.  Infine nel 2025 pubblica con Puntoacapo questo Ragioniamo d'amore, del quale si parlerà in questa nota.



Ragionare d’amore - Puntoacapo 2025

 

“Ragionare d’amore” è una raccolta di poesie che Maria Teresa Coppola ha costruito con amore e sapienza letteraria, rivelandosi poetessa di spessore e grande profondità. La bella prefazione di Ivano Mugnaini ne coglie i punti essenziali, essendo, a differenza di altre, non un inutile orpello che si può saltare senza danno, ma una guida utile ad apprezzare i molteplici significati delle “stanze” in cui è suddiviso il libro. Ma detta suddivisione è un assemblamento tematico niente affatto rigido, poiché tutte le poesie dialogano tra loro in forma libera ma unitaria, richiamandosi l’un l’altra in una struttura atemporale, contrassegnata, più che dagli eventi, dai pensieri e dalle nostalgie, dalle aspettative e dalle paure, in un dualismo di opposti che sono, insieme, pacificazione e inquietudine, speranza e sofferenza.

Nella poesia d’esordio l’autrice scrive che cento mani vorrebbe, e cento occhi, e cento versi, tutto per amore, per cantare lui mentre si muta in ricordo, ed è questo che si ritrova effettivamente nel libro: le cento mani dell’amore, i cento occhi della conoscenza, i cento versi della poesia, e il rimpianto, la malinconia e il ricordo per qualcuno che si  allontana o qualcosa che si perde. Suggestioni, flash, versi su cui tornare e poi ritornare per coglierne il non detto, sentirne il sapore ambiguo e contraddittorio, scoprire l’odore di stanze, di pelle e di allegria marina, per usare le parole di un suo verso.

Nella bellissima IV stanza dedicata agli alberi, ai fiori e alle altre creature, si ritrova l’amore per il creato, che è identificazione, canto, stupore. Per prima cosa gli alberi, nella loro armonica connessione con gli altri elementi della natura, per la pioggia che assorbono, restituendola come linfa vitale risalente fino alle foglie, per il calore del sole che trasformano in promesse di verde che risanano la terra in un’unica connessione cosmica.

Per esprimere tutto questo Maria Teresa evoca dalla mitologia egizia i nomi di Tefnut, dea dell’equilibrio cosmico, umida e feconda, e di Sekmet, forza femminile primordiale, ambivalente e misteriosa, che può infliggere e curare, signora della guerra e della distruzione, ma anche della guarigione e della medicina; dalla mitologia greca, Persefone, divinità anch’essa dalla doppia vita, dea degli inferi e, insieme,  della primavera, in un’ambiguità ossimorica che si ripresenta poi in tutta la raccolta, e il kakemono, dalla tradizione giapponese, come un cielo appeso alla parete a ispirare calma e riflessione.

E poi il mare, immaginato come fiore d’acqua, e i verdi prati da “ritessere con lenzuola di parole” (pag.86), e ancora il cielo, celebrato nelle sue stelle più luminose, Arturo, Sirio, Vega e nelle sue costellazioni, Cassiopea, che risplendono nonostante il buio portato da Erebo, figlio del Caos e fratello della Notte, come spazio oscuro tra la Terra e l’Inferno, affinché la luce delle stelle allontani la paura, prima che arrivi il sonno portato da Hypnos. (pag.89)

Poesia matura, dunque, con versi densi e ricchi di rimandi, allusioni mistiche e mitologiche, efficaci e insieme eccessivi, come deve essere l’amore e la passione erotizzante. 

La ricerca stilistica e la ricchezza di metafore rendono impegnativa la lettura, a volte a detrimento dell’immediatezza, poiché parlare d’amore è difficile senza diventare banali, specie quando si ama davvero e ci si sente vivi, anzi, traboccanti d’amore, ma parlarne con distacco è cosa triste e sostanzialmente impossibile.

Questa stretta via Maria Teresa Coppola la percorre con agile intelligenza e naturalezza, affilando il taglio della passione in una vasta cultura e nell’innata vocazione alla poesia che la rende capace di affascinare e sorprendere il lettore attento, grazie a un cuore inquieto, sempre alla ricerca della perfezione del canto, e la bellezza del verso: “C’è un posto dentro me…/dove mancano girasoli a indicarmi come tradurre la luce i sillabe tollerabili”

Nella terza stanza si parla invece dell’autunno, delle sue malinconie e le sue ombre e delle cento piccole cose, testimoni di abbandoni e invincibili solitudini, e, per contrasto, dei tanti “io” che la abitano e le danno coscienza di essere finalmente meno fragile, senza più paura di rompersi.

Ma il cuore della raccolta è nella seconda stanza, che lascio per ultima, perché in essa si parla direttamente di quell’amore che il titolo promette. Un amore carnale e, insieme, spirituale, con echi religiosi e mistici. Non a caso in un verso fondamentale viene richiamato il canto d’amore per eccellenza, quello antichissimo delle sacre scritture, il “Cantico dei cantici” dove si legge: “Il mio amato è per me e io per lui, egli pascola il gregge tra i gigli.” (pag. 26), col suo carico di bellezza che informa tutta la sezione, dove trionfa l’amore fisico e quello allegorico con la ricchezza immaginifica della grande poesia “…coglimi all’alba /prima che Hermes si svegli. / Non fermarti ai pistilli,/ inventa mani tenere ai petali/e dolci di marmellata” (pag.28) e un eros, addolcito e nobilitato dalla delicatezza di vesi ricchidi metafore: “…Il drago che abbruna in un giorno  /il bianco dei fiori grandi/ che puoi nuotarci dentro/ nella coppa di neve e cedro/ vertigine e nausea,/ ritmo fermo di ossigeno esausto, / che sfoglia l’uovo miracoloso,/ apparso appena ieri./ Sì poche ore Eros ci assiste.” (pag32). E in maniera più diretta e carnale: “Diventare per una volta, / noi/ sconfiggere la paura/ guarire la ferita/ sapere che la mia voce/ è la tua/ quando dice “ti amo”/ e incalza / “Non ti sento,/ amami più forte” (pag.33)

Insomma un libro da scoprire e che vale la pena leggere e conservare, per riassaporarlo poi più volte, in cui i versi sono collocati in un tempo “altro” dove i contorni sfumano nel sogno, nella nostalgia e nel disincanto di ciò che è andato perduto e nella aspettativa di ciò che potrà venire.

 

Renato Fiorito

 

Roma, 14 ottobre 2025




Poesie 


Cento mani vorrei 

per scalare la luce

il tuo corpo buio, 

slacciarti le scarpe

ed appenderle

al ramo più alto

dell’araucaria che buca,

riaprire la finestra

sul tuo volto,

i lembi riaccostare

del dialogo interrotto,

cucire il tempo strappato

che d’ora in ora ci allontana

in un istante

del respiro infinito.

Cento occhi vorrei

per guadarti oltre,

cristallino e incrollabile cuore,

statico-estatico furore

di leggerti tutto di nuovo,

come lavato di pioggia,

immobile fissarti

come lupo a preda

in conversazione di morte,

assolverti di rispetto

e volgerti le spalle.

Cento versi vorrei

In cui restare distesa

Insieme al tuo dolore,

catturare

l’eccedenza interna che resiste

al tuo muto mutarti in ricordo.

 

***

 

“Il mio amato è per me e io per lui”

E il mio amore è per sempre,

basta per due

anche quando non mi basto.

Non aver paura,

non aver mai paura di me.

So amarti anche da sola, anche

nei giorni che non mi puoi parlare

se non sai

a chi parlare d’amore.

La feluca o il brigantino

armerò nei pensieri  

per seguirlo.

“Egli pascola il gregge tra i gigli”

e io serbo per lui frutti

di mandragore profumate

e resto sigillo sul tuo braccio.

 

***

 

Non piangono gli alberi.

Quasi spogli ringraziano

L’umida cantilena

Della dea della pioggia,

i cori delle gocce,

premura di linfa delle radici

sacre di silenzi e presagi.

Risveglia Tefnut

archeologici strati

dove conserva intatto

il calore buono del sole,

dimentica il respiro di fuoco

di Sekmet

e culla promesse di verde,

risana gallerie di lombrichi.

Aprendo gli occhi

sugli occhi lavati del mattino,

ritorna lieve la nostalgia

di lacrime che più

non mi soccorrono.




 

 

 

 

 

 

 

 



mercoledì 8 ottobre 2025

Umberto Piersanti

Umberto Piersanti - L’isola tra le selve – Poesie scelte 1967/2024 - (Marcos y Marcos 2025)

 


Umberto Piersanti è tra i maggiori poeti della letteratura italiana contemporanea. Ha insegnato Sociologia della letteratura all’Università di Urbino ed è presidente del Centro mondiale della poesia Giacomo Leopardi. 
Poeta, narratore e saggista, è autore di 19 raccolte poetiche, 6 romanzi, saggi e opere di critica letteraria, Nel 1967 ha esordito con la silloge La breve stagione. Tra le successive raccolte segnaliamo:  I luoghi persi, Nel tempo che precede, L’albero delle nebbie, Campi d’ostinato amore con cui nel 2020 ha vinto il Premio Saba, Altri premi rilevanti sono stati il  Camaiore (1982), il Premio Nazionale Letterario Pisa (1994), il Frascati Poesia (2003), il Premio Pascoli (2008), il Premio Umberto Saba (2021). il Premio Alfonso Gatto, il Premio Penne, il San Pellegrino e il Mario Luzi.

 


Acquistabile  in libreria o on-line, 

L'isola tra le selve - Umberto Piersanti - Libro - Marcos y Marcos - Le ali | IBS


Vi sono poeti che sembrano tali sin dal loro apparire, per il solo aspetto esteriore, e Umberto Piersanti è uno di questi. Se guardo la sua foto, vedo il sorriso mansueto, la nobile barba bianca, la sciarpa colorata, il candido cappello a falde larghe e un guizzo ironico nello sguardo che istintivamente mi fanno pensare che questo è un poeta. 

La conferma arriva poi dalla lettura di questa sua silloge, L’Isola tra le selve, che subito mi coinvolge. Per prima cosa l'emozione. È così raro trovare la semplicità di un’emozione nella gran parte delle poesie d’oggi; l'impegno letterario si, la ricerca linguistica e lo studio pure, ma quasi mai il fremito di una vera emozione. La sua invece è una poesia commovente poiché parla, con veridicità e naturalezza, della vita di tutti i giorni, dei suoi fragili sogni, e del tempo che passa sopra di loro e li sbiadisce. Ci dice della giovinezza perduta, delle prime passioni, dell’amore per la terra natia e per la gente che la abita, che è poi la terra delle Cesane, che è anche la nostra terra, l’Itaca a cui vorremmo tornare:

“Itaca è là/ così vera/ e presente, /fatta di terra/ e acque e foglie/ l’hai intravista/ e persa mille volte,/ un’isola nel mezzo/ di fitte selve,/ forse impossibili/ da solcare.” (pag. 227)

La prima poesia del libro è un frammento lirico che potrebbe essere assunto come manifesto illustrativo dell’intera raccolta, uno squarcio sintetico su quanto poi si leggerà:

“Ricordi la casa perduta tra i greppi/ il sapore del fieno/ e l’immensa famiglia contadina? Il primo bacio stupito al Cappuccini/ e Dio e la morte a sedici anni?”

Queste poesie, scritte nel corso di un sessantennio, quasi un’intera vita, raccontano la storia dell’uomo, il suo percorso poetico, disinteressato alle mode e alle vecchie avanguardie, ormai esaurite, e alle nuove, che pure, in gran parte, si esauriranno presto, per ritrovare la bellezza del verso classico, la limpidezza delle immagini, la comprensibilità dei sentimenti. 

In proposito, nella sua prefazione, il filologo e critico letterario Massimo Raffaeli giustamente osserva che la poesia di Umberto Piersanti è “segnata da una perfetta alterità rispetto al decorso dei poeti della sua generazione formati nell’età di un acceso sperimentalismo e, presto, colpiti dall’interdetto alla poesia dove si è conclusa la parabola della neoavanguardia.”. 

Egli si muove lungo una direttrice neo-classica che, come scrive il prefattore, va da Pascoli (l’amore per la famiglia) a Leopardi (l’apertura stupita e dolorosa all’universo), da Carducci (la purezza delle immagini) a Ungaretti (l’asciuttezza del verso) fino a Pavese (l’attaccamento alla propria terra) e Neruda (per la ricchezza sfarzosa delle metafore) nella quale, via via, questi influenzano a turno, o tutti insieme, la stesura dei versi.

Le liriche, raccolte in 11 capitoli, scandiscono i tempi di un viaggio letterario che ripercorre in maniera suggestiva e onirica i luoghi dell’infanzia, i ricordi legati alla guerra, alla terra delle Cesane, all’amore per la natura e la famiglia, a partire dalla madre, evocata con amore e nostalgia, come nella poesia “Solo un anno è passato”:

…ci fu un tempo felice nella casa/ col padre e le sorelle, tu ci guidi, / ma la vita e la morte ci disperse/ rimanesti con me ad aspettarmi/ ti ringrazio madre per quei giorni. (pag.120),  

e per il figlio Jacopo, sofferente di una grave forma di autismo, verso il quale il poeta esprime un pudico ma struggente dolore per la sua condizione straniante: 

io e te forestieri/ in questa sala,/ e tu straniero/ anche dentro il mondo. (pag.155),

insieme allo spaesamento del cuore di fronte all’incerto futuro:

…ma il cavaliere conosce/ la sua meta? / sa dove conduce/ la bianca strada? la meta, quella/ neppure la sospetto, / ma le colline si, / sono le mie…  (pag.186)

In Umberto Piersanti il verso appare dunque melodico, narrativo, aderente alle vicende concrete, seppure traslate in un tempo mitico e sognante in cui ogni dettaglio si trasforma in emozione, diventando la porta attraverso la quale è possibile accedere a una diversa realtà, sospesa tra simbolismo e metafisica. La scansione ritmico-musicale e la sincerità dei versi li salvaguarda dal rischio di malinconie e rimpianti di maniera, diventando la porta attraverso cui è possibile accedere a una diversa realtà, sospesa tra simbolismo e metafisica. La sua poetica, infatti, pur legata alla terra e alle radici, non è mai localistica e chiusa in se stessa ma allude sempre ad altro e si fa strumento per orientarsi nel mondo e capirne le dinamiche esistenziali.

In conclusione, questa bella e ampia antologia, che raccoglie poesie provenienti da precedenti raccolte, aggiungendone altre, conferma in Piersanti un letterato necessario in tempi così cinici e feroci, ponendosi egli come mite ma solida barriera alla catastrofe spirituale, consentendo a noi di meglio affrontare i marosi e uscire confortati e arricchiti dalla sua lettura.

Renato Fiorito

Roma, 10 ottobre 2025

 

 

Poesie tratte da “L’isola tra le selve”

 

L’osteria del mare

 

Quell’osteria, madre,
in quale vicolo persa,
laggiù, sul mare?
Madre, giovane madre,
fu la nostra vacanza,
la sola forse,
allora non usava,
e quei fischioni rossi
con foglie verdi [1]
mai ne ho trovati altri
così perfetti
e l’azzurro d’intorno
ci cerchiava,
ci ubriacava di luce
sulla panca
 
sono sceso alla costa
l’ho cercata,
ma il tempo muta
e le strade e le case,
cambia perfino l’aria
 
era l’aria allora
così diversa
io la solcavo
stretto alla tua mano,
la tua veste leggera che risplende
contro l’Ardizio[2]
verde come il fosso
dove fatica la gente
del mio sangue
 
io quei giorni
me li porto dentro,
il cammino mi fanno
più leggero.
 
(Ottobre 1992)

  

Il bosco di castagni

 

 Il bosco di castagni
lontano, il più lontano,
oltre ogni greppo
oltre ogni fosso
e valle,
sotto remoti monti.
E la stagione?
Il tempo?
no, non ricordo,
solo c’era l’asiatica
e non s’andava a scuola,
potevi camminare
il giorno intero.
E i compagni?
di loro più
non so il viso
e l’andatura,
uno era alto,
l’altro tozzo e forte
e giungemmo tardi alla radura
che tra i castagni splende
e li rischiara
 
s’aprivano i sentieri
tutt’attorno,
e se ne prendi uno
quello è la sorte
e accompagna i tuoi giorni
e le vicende,
solo era difficile
staccarsi,
avevamo fatto
tanta strada insieme,
nella radura poi
si stava bene,
l’erba soffice e alta
ti ci puoi sdraiare,
sui rami canta
il verdone e i fringuelli,
fino a un’ora tarda
restammo lì distesi
 
ma prima che fa buio
bisogna andare,
ognuno prende da solo
la sua strada.

 

(Febbraio 2020)

  

Il capriolo

 

Il capriolo piccolo
s’è perso,
gemono rami e erbe
al suo gran pianto,
forse lo trova il lupo,
forse la madre.
 

 


[1]I fischioni sono uccelli acquatici (anatre selvatiche), con il petto rossastro e le ali con riflessi verdi. Il verso è dunque un lampo cromatico, un’immagine sensoriale e pittorica, tipica di Piersanti:

 

[2] ’Ardizio è un promontorio costiero che si trova sul litorale adriatico tra Pesaro e Fano,

 


 

 Poesie tratte da “L’isola tra le selve”

 

L’osteria del mare

 

Quell’osteria, madre,

in quale vicolo persa,

laggiù, sul mare?

Madre, giovane madre,

fu la nostra vacanza,

la sola forse,

allora non usava,

e quei fischioni rossi

con foglie verdi [1]

mai ne ho trovati altri

così perfetti

e l’azzurro d’intorno

ci cerchiava,

ci ubriacava di luce

sulla panca

 

sono sceso alla costa

l’ho cercata,

ma il tempo muta

e le strade e le case,

cambia perfino l’aria

 

era l’aria allora

così diversa

io la solcavo

stretto alla tua mano,

la tua veste leggera che risplende

contro l’Ardizio[2]

verde come il fosso

dove fatica la gente

del mio sangue

 

io quei giorni

me li porto dentro,

il cammino mi fanno

più leggero.

 Ottobre 1992

 

 

Il bosco di castagni

 

Il bosco di castagni
lontano, il più lontano,
oltre ogni greppo
oltre ogni fosso
e valle,
sotto remoti monti.
E la stagione?
Il tempo?
no, non ricordo,
solo c’era l’asiatica
e non s’andava a scuola,
potevi camminare
il giorno intero.
E i compagni?
di loro più
non so il viso
e l’andatura,
uno era alto,
l’altro tozzo e forte
e giungemmo tardi alla radura
che tra i castagni splende
e li rischiara

 

s’aprivano i sentieri
tutt’attorno,
e se ne prendi uno
quello è la sorte
e accompagna i tuoi giorni
e le vicende,
solo era difficile
staccarsi,
avevamo fatto
tanta strada insieme,
nella radura poi
si stava bene,
l’erba soffice e alta
ti ci puoi sdraiare,
sui rami canta
il verdone e i fringuelli,
fino a un’ora tarda
restammo lì distesi

 

ma prima che fa buio
bisogna andare,
ognuno prende da solo
la sua strada.

Febbraio 2020


Il capriolo

 

Il capriolo piccolo

s’è perso,

gemono rami e erbe

al suo gran pianto,

forse lo trova il lupo,

forse la madre.

 

 

 

 



[1]I fischioni sono uccelli acquatici (anatre selvatiche), con il petto rossastro e le ali con riflessi verdi. Il verso è dunque un lampo cromatico, un’immagine sensoriale e pittorica, tipica di Piersanti:

 [2] ’Ardizio è un promontorio costiero che si trova sul litorale adriatico tra Pesaro e Fano,


domenica 21 settembre 2025

Monica Martinelli



Monica Martinelli






 


Timing Time - Gradiva Productions 2025


Commento di Renato Fiorito 

Una silloge di poesie vecchie e nuove, alcune inedite, scritte in un lungo lasso di tempo tra il 2018 e il 2024 e suddivise in due sezioni: la prima dedicata alla necessità di crearsi un tempo più lento, un tempo da trattenere per comprenderne meglio il senso (“Timing time” che dà il titolo al libro); e la seconda in ricordo della madre; le altre sono tratte da precedenti raccolte: “Poesie ed ombre” del 2009, “Alterni presagi” del 2011, “L’abitudine degli occhi” del 2015.

La bella prefazione di Plinio Perilli ci dice che il tempo di cui si parla nel libro è più immaginifico, interiore, che cronometrico e che tra filosofia e poesia è quest’ultima a intuirne il significato profondo. Il tempo che non passa, che tratteniamo nel cuore, è quello in bilico tra passato e futuro, che rende immanente il tempo soggettivo e segna stabilmente le nostre vite, i ricordi, le speranze. Tra Eraclito (panta rei) e Parmenide (tutto è sempre presente) Monica sembra privilegiare il secondo.

Nella poesia iniziale, che dà nome alla raccolta, Monica scrive: “…il tempo cresce insieme a te, ti aspetta e ha pazienza…trattienilo più che puoi il tempo” Ecco dunque disegnato in versi essenziali l'idea di un tempo che ci cammina accanto e che è nostro alleato, non nemico. 

Le poesie hanno un respiro armonico e ampio, mantenendo in costante dialogo, come sempre dovrebbe accadere, la soggettività del singolo e l’immensità della natura che lo trascende: “…distese di terra e sogni/ stessi confini delimitati dal mare…” e, in altra parte: “Il sole è solo una lampada/ con la sua luce che sfuma/ troppo in fretta/ ma sa che non è vera la morte…”

La seconda sezione è nostalgia della madre, del passato che solo dà senso e dolore al presente: “Prendersi per mano e proteggersi dal mondo/ unire due paure e due destini…questo mi è mancato”; e in altra: “quando i ricordi si sgranano/ si sgretola il passato in macerie di memoria/ in sassi antichi dove riposa/ l’urna del tempo”. E' infine sinero e toccante il pensiero della morte: “Per accettare la realtà ci vuole coraggio/ e tu ne hai avuta prima di lasciarmi?...// Non esiste morte giusta…”

L’ultima parte del libro è composta da una selezione di poesie tratte dalla raccolta “L’abitudine degli occhi”, che si ha l’opportunità di rileggere, oppure di conoscerne per la prima volta qualche stralcio, se non si è ancora letto il libro.

La raccolta, bella sin dal titolo, in qualche modo, prefigura e annuncia le tematiche poi sviluppate in “Timing Time” della identificazione armoniosa dello spirito con la natura. Nella poesia scelta per prima infatti si può leggere:”: Sono la pioggia che disseta la terra…/ Sono il vento che scrolla pioggia dalle nuvole …/ Sono la terra bagnata dalla pioggia…/, con questa evocazione dell’acqua quale elemento duttile e vivificante, che sa adattarsi alla forma dell’anima e dei sogni da essa alimentati.

Si tratta insomma di poesie sincere, limpide, scritte con linguaggio piano e comprensibile, come succede quando si hanno cose importanti da dire e non si vuole nasconderle dietro esibite complessità letterarie. Poesie limpide come l’acqua tante volte evocata o il cielo azzurro e luminoso dei suoi tanti versi, che inducono emozioni e un senso naturale di identificazione.

La silloge è bilingue ed è edita dalla casa editrice americana “Gradiva Publications” di New York, diretta da Luigi Fontanella che, con questa pubblicazione, certifica  il passaggio di Monica Martinelli a una dimensione  internazionale.

 

Renato Fiorito. Roma 14/4/2025