martedì 29 dicembre 2020

Nicola Grato

 

Nicola Grato: Inventario per il macellaio

 



Nicola Grato è nato a Palermo nel 1975 e si è laureato in Lettere moderne con una tesi su Lucio Piccolo. È autore delle raccolte poetiche: "Deserto giorno" (La Zisa 2009), “Inventario per il macellaio” (Interno Poesia 2018) e "Le cassette di Aznavour" (Macabor 2020). Scrittore di racconti e saggi si è anche occupato di biografie popolari ed è stato drammaturgo per il Teatro del Baglio di Villafrati (PA). Le sue poesie sono apparse su Atelier, Poesia del nostro tempo, Morel, Versus.

 

Nota di Renato Fiorito

 

Sin dai primi versi, “Inventario per il macellaio” (Interno Poesia) ci immerge nell’atmosfera familiare delle piccole cose, nei ricordi del paese, nella nostalgia degli affetti quotidiani: la madre che taglia le verdure, le preghiere sussurrate, le esili speranze, l’uomo che in piazza beve il cielo. 

Ricordi che Nicola Grato tiene vivi, evitando che si impolverino, perdano colore, appassiscano come rosa tra le pagine di un libro. Il suo raccontare ha sonorità e temi da ballata popolare, parla ad esempio della fabbrica di mobili in cui lavorava il padre, dei pali eolici piantati nel paesaggio, della vecchia che per tristezza si ubriaca di amaro Averna perché “non abbiamo che il cuore e fa freddo se siamo soli” (pag.44)

Cose che sembrano trascurabili ma che connotano un senso di appartenenza senza il quale il poeta smarrirebbe la parte emotiva della sua identità. 

Tuttavia nella irrimediabile dissolvenza che il tempo genera, cose, persone, affetti tendono a sbiadire, lasciando solo vecchie foto, i fantasmi di coloro che ci fecero compagnia, tracce di cose perdute e che un giorno amammo. 

Scrive il poeta: “la vita vola, un fiato solamente, la promessa di un marinaio partito per sempre.” (pag.17), e più avanti: “il tuo archivio di morti incorniciati da sempre sul muro, la luce scura dietro l’altarino di san Giuseppe.”(pag.19), e anche: “pietà per le cose perdute e per la luce sul mare della luna maliarda, per la savoiarda zuppa di caffellatte che hai lasciato affogare nella tazza; pietà per la terrazza ora sola e colma di cenere e sale,” (pag.25).

Poesia minimalista, dunque, intima, colloquiale, un registro privato che coinvolge il lettore e fa pensare alla poetica di Patrizia Cavalli, “Addosso al viso mi cadono le notti/ e anche i giorni mi cadono sul viso./ Io li vedo come si accavallano/ formando geografie disordinate:/ il loro peso non è sempre uguale,…” (da Il cielo Poesie 1974-1992 Einaudi) o a quella di Vivianne Lamarque  Con Lei camminerei/ tra l’erica del mio vaso/ millimetri e millimetri di cammino/ microscopico bosco/ io a Lei vicino.” (da Poesie dando del lei” (Garzanti, 1989)

Similmente Nicola Grato dissoda la terra del suo giardino, porta alla luce le antiche radici, non importa se a volte tragiche, scure, come la luce dietro l’altare di San Giuseppe o se le persone non hanno storie rassicuranti da raccontare, bastano i loro gesti semplici, i ricordi che affiorano e la magia dei versi. È troppo poco per sapere di una vita? Forse si, ma di queste piccole cose è fatto un paese, quando il tempo passa e la casa si svuota, non resistendo alla malinconia della resa: “L’ora dell’addio è ora/ – è qui, in questa luce bassa,/ in questo vento di mare che fa/ della casa voliera di memorie.” (pag.29)


È dunque “il tempo” il filo conduttore della raccolta, i giorni che trascorrono insieme alla vita: “…Ma lo sai che domani sarà tutto finito?...” pag50, e più avanti: “due foglietti bianchi/ col numero dieci/ e undici sono/ caduti dal calendario;/”…(pag.52)

Eppure non mancano momenti di ribellione, l’invettiva feroce quando una miseranda realtà fatta di consumismo e apparenza uccide la possibilità di bellezza, di armonia e di sincerità a cui il poeta tende:

“…ricerco nella fatica, nel dolore/ che viene dall’assenza di parole,/ o dall’uso smodato, furbo, accattone/ di talune – e sono coltellate,/ tiri gaglioffi, bandiere al vento del niente/ imbecille e senza scopo./ Lo sai, saranno crociere a Marrakech,/ voli intercontinentali a Dubai/ e disprezzo per il bene del giorno,/ e per la vita tutta – col rancore/ del borghese sazio, della dama/ di compagnia dietro ai vetri sporchi/ dei suoi desideri …” (pag.67)

Subentra allora la stanchezza, il desiderio di abbandonare l’animo al conforto della sera, poiché, come dice la già citata Patrizia Cavalli: “L’amore stanco/ forse è l’unico perfetto.” (da “Datura” 2013 Einaudi)

 “caro Rocco,/ tutte abbiamo cantato le canzoni/ non ci resta che un paese di lune/ sepolte e balconi di sonno folto/ – mentre fanno ressa dei ragazzetti;/ ma c’è un’ora in cui posa/ ogni cura, s’acquieta/ il cuore e la terra/ sa di sole stanco/ – un’ora sospesa a un filo di ragno,/ l’ora di lontane campane,/ l’ora leggera.” (pag.73)

 Una bella raccolta questa di Nicola Grato, che segnalo volentieri all’attenzione dei lettori, perché il giardino della poesia ha tante voci e quella di Nicola non è certo trascurabile.




        Libro acquistabile on line su:

  https://www.ibs.it/libri/autori/nicola-grato



cosa conta essere di una casa?

Le piante, i monili, i vestiti

di tuo padre, di tua madre

– i calendari del buon tempo

gli annali di tempeste; cosa conta

essere di un luogo, essere aria

di mare, tempo di guerra e di minestra

se ti recheranno dove non sai?

 

Eppure la vita ci lusinga ancora:

un fiore dalla neve, un sospiro

di vento caldo, lontano lontano

l’odore del mare.

 

***

alleviare di poco la tua pena,

l’angoscia dell’ora che passa

e dell’abisso che viene;

un sorriso di quiete e riposo

come quello che hanno i bambini

nel sonno sperare di vedere

sulla tua faccia glabra una

gioia nella tua voce come

quando preparavi il caffè nel primo

mattino e ci chiamavi al risveglio.

Alleviarti di poco il dolore,

ricordare la gioia, solo la gioia d’averti

conosciuto, e non il gesto di saluto

alla casa in campagna e a tutte le cose,

come chi parte senza biglietto di ritorno.

Solo la gioia, solo la gioia,

non le mani malferme che fallivano

il taglio un tempo sicuro

della ficodindia, o gli occhi tuoi

puntati altrove, chissà dove... 

 

***

 

la cornacchia vola bassa sul campo

ghiacciato nel primo mattino: grigio

di nubi vaporose l’orizzonte.

La vecchia è morta sola, ha lasciato

una figlia che sente troppo il tempo

che però in quella casa pare fermo.

La casa del cantoniere è piena di foto,

fiori finti, cartigli, buste aperte

e lui prega sul calendario vuoto

di giorni e di mesi perché sbiadito

come il muro della chiesa abbattuta

fatto d’azolo e pietre che dicevano

le storie alle donne, tanti anni fa…

Poi il mulino e il fiume interrato,

il tempo passato, le ore sole:

anche se il fiume è un ruscello che sta

sottoterra fa danno, come tarma

rosica case, pietre, assi, travi:

risalirà in superficie e sarà

finimondo nel mondo.

 

***

 

l’uomo paese ha il passo

delle domeniche, sta

in piazza e beve il cielo,

e pare alzarsi in volo quando

suona la campana di messa.

 

È un lenzuolo steso

in un vicolo, è il fiato

fresco delle chiese al pomeriggio,

è una fontanella d’acqua

buona, siamo noi

che guardiamo l’estate

alle soglie, la Brigna verde,

il fico che ha messo le foglie.

 


domenica 15 novembre 2020

Griselda Doka

 

Griselda Doka:  "Dimentica chi sono" - Fara Editore 2018



 



Griselda Doka è una giovane poetessa di Terpan Berat (Albania), dottore di ricerca in studi letterari, linguistici, filologici e traduttologici all'Università della Calabria. E' operatrice culturale nel campo dell'accoglienza dei migranti. Ha scritto alcune raccolte di poesia, tra cui "Solo brevi domande esiliate" (Fara editore), a cui è stato assegnato nel 2016 il Premio della critica al Poem Award Academy,  e  "Dimentica chi sono", qui recensito, che si è classificato 2° al concorso Faraexcelsior 2018 e 3° al Premio Senghor 2018.


Nota di Renato Fiorito


Una poesia densa, questa di "Dimentica chi sono" di Griselda Doka. Densa di passioni, di carnalità, che si alimenta della vita quando è giovane e forte e può sfidare il mondo, le ingiustizie, la forza del mare, la paura del buio, l’infinito silenzio, per un amore urgente che ha mani e braccia, sesso, odori, rabbie, abbandoni. È poesia che amo perché infonde energia, rende il senso del viaggio, della tempesta, della battaglia; non quella esangue e sfibrata che trova le sue radici in altri libri, che ha la sostanza molle delle oscure elucubrazioni, delle costruzioni abborracciate dal narcisismo o dall’ambizione, magari per salire su qualche traballante trespolo da cui impartire polverose lezioni accademiche, ma la poesia buona che prende dalla strada le parole, dal cuore il flusso caldo dell’amore, dal viaggio la speranza di un mondo migliore. Griselda Doka non vuole limare i versi, non ne ha tempo né lo desidera, ha cose più urgenti da fare, vuole raccontare il desiderio, il dolore, l’amore, gli incontri, gli addii, la disperazione. Vuole che la parola sia “foglia d’ortica che lesioni la pelle”, che destabilizzi certezze, che sia abbraccio fraterno per gli umili e i dimenticati. È poesia che vuole cambiare e cose, che non si rassegna all’irrilevanza, che si mette al centro delle storie e le illumina. Un libro da leggere dunque, tutto d’un fiato, perché parla di amore, di morte, di dolore, di paura, delle cose vere insomma, quelle che contano, ma senza nominarle quasi mai, poiché tutto vive nella forza dei fatti, nell’atmosfera che Griselda ha creato. Dimentica chi sono è un piccolo, grande scrigno con dentro le emozioni, le riflessioni, le rabbie di questa giovane poetessa che spalanca le braccia sull’ignoto, sempre coltivando per sé e per gli altri un fondo di speranza grazie al quale, a ragione, può dire: “anche se non esiste/ potremmo inventare/ una storia d’amore noi due/ io sono la poesia/ e lo sei anche tu.”

 

 


 Libro acquistabile ai seguenti link: 
http://www.faraeditore.it/vademecum/16-Dimenticachisono.html





 

Dimentica chi sono

dimentica chi sei

tu, mia costante evasione

che percorri il mio Sud, tortuoso

cercami nei campi di zagara bianca

colmi di nettare pregnante

che ti scorre nelle vene

quando l’odore del mio sesso

è la sinfonia che ti accoglie


***

Se la mia parola ti giunge inaspettata

insolente, piena e rovente

una foglia d’ortica

che sfiora la pelle lesionata

flagello

la parola

travolge

oltraggia

spiazza

il tuo silenzio

il tuo ricovero

vuoto

manchi di fede

manchi di odio

quando la parola ti giunge

inaspettata

vera

vera

vera

erranza ardente

che scioglie il sole

in gola

 

***

La posta in gioco è alta

la posta in gioco sei tu

questo non è un gioco

te lo dicevo

non mi credevi

ora lo scrivo

e lo sottoscrivo

vieni via con me

prima che sia troppo tardi

prima che venga la neve

prima della scommessa

del diluvio

e di ogni altra promessa

ora, o mai più

andiamo a calzare

i tuoi passi

i miei passi

questo non è un gioco

e io non so giocare


in qualche modo ci siamo trovati

a sottoscrivere lo stesso patto

ciascuno con il proprio silenzio

 

***


Io credo in Dio

in un unico solo e onnipotente Dio

di quello che ha fatto i cieli e la terra

e anche il mare

perché è li in mezzo che ho visto Dio

dalla faccia nera e spaventosa

Nel nulla

quando sentivo l’acqua che entrava

nella nostra scialuppa scheggiata

e pregavamo tutti in coro

siamo diventati lì, tutti credenti

di un solo e unico Dio

onnipotente e misericordioso

che ci stringeva in una morsa

lì, nei nostri 80 cm di spazio personale

i morti possono giacere

i vivi non si devono piegare

maledizione ragazzi

tutti insieme

giù in coro

qualcuno osava cantare

e il coro rispondeva

Allah akbar

Dieu ait pitié de nous

good Lord have mercy

 

***

mai visto tanto buio in vita mia

mai tanta acqua

tanto sudore e pipì insieme

tante lacrime partecipi nella disperazione

Dio mio dio mio

non sappiamo dove siamo

sappiamo di te ma non ti vediamo

Dio mio dio mio

 

se mi salvi farò 30 giorni di digiuno

anzi 50 o 100 tutti insieme

e ti adorerò giorno e notte

Dio mio…non spingete di là, hey bro’

’r ’u crazy still singing aloud, pray shit, pray

ma un lamento lungo

di canti collegiali

si innalzava sgraziato nella notte

un altro anno e avrei finito

un altro anno e avrei detto addio al mio villaggio

chissà se potrò mai raccontare la mia storia, hey bro’

se calpesto terra di nuovo

Terra bro’, terra, basta che non sia d’Africa

che così velocemente ha bruciato i miei sogni

le senti ora queste lacrime

sono sicuro che le senti anche in mezzo al coro

Hey bro, non mi dare la mano ora

bestemmia pure il tuo dio e anche il mio se vuoi

ma sulla terra bro’, se sbarchiamo vivi sulla terra

ti prometto che ti darò la mano, e saremo fratelli per davvero

adesso bro’ stringiamo i denti

aguzziamo gli occhi

origliamo le tenebre

forse qualche dio lo espelleranno





venerdì 2 ottobre 2020

Marzia Spinelli

 

Marzia Spinelli – Trincea di nuvole e d’ombra. -Marco Saya Edizioni 2019 



Marzia Spinelli, poetessa romana, è stata tra i fondatori della rivista Línfera, per la cui attività ha ricevuto il Premio Spoleto FestivalArt 2014, e nella redazione della rivista Fiori del male. Ha collaborato ad altre riviste di arte e letteratura tra cui Omero, La Bottega del restauro, Frontiera (supplemento a Gli immediati dintorni). È presente in varie antologie. Suoi testi poetici sono stati commentati su riviste di critica letteraria quali Puntoacapo, Pagine, Studi cattolici, Noi donne e su alcuni blog letterari.

Ha curato rassegne di poesia presso la Federazione Unitaria Italiana Scrittori e il Comune di Roma. Nel 2013 ha partecipato come autrice a Ritratti di poesia.

Ha pubblicato le raccolte: Fare e disfare (Lietocolle Editore, 2009, nota introduttiva di Guido Oldani), Nelle tue stanze (Progetto Cultura editore, collana Le Gemme, 2012, prefazione di Alberto Toni), nel 2014 l’ e- book Nel cielo dell’altro un po’ più ampio a cura di La Recherche Poesia condivisa 2.0., prefazione di Mario Melendez; Trincea di nuvole e d’ombre (Marco Saya Editore, 2019, prefazione di Plinio Perilli). 


 Nota critica di Renato Fiorito

Cosa vuol dire sentirsi in trincea avendo con sé l’unica arma della poesia? E se la trincea è fatta di nuvole e d’ombre si tratta solo di una suggestione letteraria, di un cedere all’armonia dei suoni o vi sono argomenti e sostanza a sostegno di questo bel titolo di Marzia Spinelli?

A leggere “Trincea di nuvole e d’ombra” si fa presto a scoprire che Marzia ha preso molto sul serio il suo dettato. Nelle sezioni del libro si trova infatti tutto quanto il titolo promette: c’è la trincea d’ombra, quella dei combattimenti quotidiani, la trincea degli ospedali e quella della parola e della poesia. E ci sono infine le nuvole osservate al periscopio, esaminate nella loro misteriosa lingua, nella loro evanescenza. E c’è infine la “tregua”, la scoperta di una transitoria pace, l’aurora innevata, la resa del corpo alla panchina di sole e il vento che muove le nuvole.

Ma perché questa terminologia di guerra? Qual è la battaglia che Marzia Spinelli combatte dalla propria trincea, e a cosa deve resistere, con quali armi e con quali speranze di vittoria?

Una prima risposta sta nelle nuvole, proiezioni di una vita inafferrabile, in perenne divenire, cangiante e azzurra, grigia e colorata, in cui ci immaginiamo eterni e dove invece siamo fantasmi che passano presto, anche se vorrebbero durare. Per questo cambiamo, ci mascheriamo, ci impastiamo di luce e di ombre.

L’ombra è protagonista della silloge, “sagoma muta, fedele” che sopravvive alla trincea dell’io (pag 27), a dire che la nostra sostanza è ombra e l’ombra è sostanza, che siamo fatti così, che l’oscurità che temiamo, che combattiamo, di cui diffidiamo e di cui abbiamo paura siamo noi stessi, è dentro di noi, siamo noi.

Potrei vincere cancellandomi/ e lei con me. Rinnegarli tutti/ i fantasmi” scrive Marzia (pag.28) Dunque vittoria impossibile o vittoria certa, se si accetta l’ambiguità del vivere, l’inganno di eternità, l’ombra come unica verità ontologica.

Da Alpha e Omega tutto si trasforma, mentre il mondo sembra abbracciarci già ci sta abbandonando. Per questo inventiamo trucchi, distrazioni, resistiamo all’inevitabile per costruirci illusioni di continuità e sicurezza, e creare case che non sono nostre ma che tengono lontani tempo e stagioni.

Il corpo, dimentico all’angolo della storia, all’angolo di tutte le storie, vive su un confine incustodito e lontano, via da un presente in cui è straniero anche il pianto (pag.31)

Affondati nella trincea del quotidiano ci chiediamo dove stiamo andando, domanda che è di tutti e che non ha risposta, idea folle che qualcosa ci sia che ci sopravvive, che possa salvarci dalla dimenticanza e ci dia pace (pag35). Le ombre che ci avvolgono e si muovono dentro, sono infatti destinate a prevalere, a prendersi tutto lo spazio. Tuttavia, nel frattempo si possono raccogliere piccoli segnali di tregua, come è il colore dei ciclamini, colore che resiste alla polvere e reiventa la vita. E a questa fragile tregua possiamo abbandonare il cuore. “…sboccia dai ciclamini l’impalpabile tregua,/ a resistere alla polvere, all’inverno, indomita/ l’anima.” (pag. 36)

Dunque canto pensoso questo di Marzia Spinelli, che ci immette nel grande alveo della poesia dove si affronta il tema dei temi, quello del significato dell’esistenza, su cui poeti e filosofi si cimentano da millenni in ogni parte del mondo: la realtà e la sua immagine, la luce e l’ombra. In proposito il poeta francese Raymond Queneau in una poesia dice: “…ombra è l’ombra di sempre/ ombra è ogni essere che fugge“ da (Poesia francese del novecento (Bompiani, 1985), e il poeta russo di fine 900 Viktor Krivulin  magnificamente scrive: “La nostra causa è cercare e non trovare/ La nostra causa è amare, fugaci, in segreto ” e poco più avanti: “Il nostro tempo è nebbia d’autunno sul fiume,/ È il nostro nome eliso dalla nostra mano,/ Perché di notte non ci restano che/ Il dubbio, la coscienza e la neve”. (Concerto a richiesta e altre poesie (Passigli 2016)

Del resto cosa sarebbe la poesia se non ci ponesse di fronte all’inesplicabile mistero della vita, alla struggente vacuità delle cose, se non desse voce all’indicibile, allo smarrimento del cuore, alla speranza che non ha speranze. Davanti alla sconfitta immancabile, alla perdita di tutto, si alza la resistenza del verso, la bellezza e la struggente malinconia del canto, l’eroismo della lotta senza speranza di vittoria e l’impalpabile tregua del ciclamino che, secondo la bella immagine di Marzia, si ribella al grigio, alla polvere, all’inverno.  (Renato Fiorito)

 


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https://www.unilibro.it/libro/spinelli-marzia/trincea-di-nuvole-e-d-ombre/9788898243761

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Le ombre in trincea sotto nubi 

dalle mutevoli forme: le guardano

a tratti, quale presagio di quel che accade

a terra


dove scorrono fiumi

e tutto sgorga dall’acqua,

dove colano scorie

ingannevoli anche del cielo.

 

Dove tutto stagna. Zampilla.

E passa.


              °°°


 Di questa vita in divenire

cangiante e azzurra. Orma felina

e tartaruga, sempre compagna quest’ombra

distesa, a terra stremata che rialza,

quanto consapevoli? quanto fermi

in un confine, là in un sorpreso silenzio.

 

L’urto pungola, incede nel sogno.

Là dove pare vinca la notte

è il giorno, l’ignoto giorno a continuare.

E noi duriamo, come fantasmi.


°°°


Tace la piccola trincea di scrivanie,

ma smuove ore e mattini

e ingrossa un giorno improvvisa,

come onde del mare in tempesta

senza spuma

 

il sole smeriglia fiori e piante

come fosse ancora da nutrire un seme

necessario, oltre lo spreco di carta e vita

che s’ammucchia

 

oltre il limo che sale ad ogni fine estate

sboccia dai ciclamini l’impalpabile tregua,

a resistere alla polvere, all’inverno, indomita

l’anima.


 °°°


alla panchina di sole

ci siamo arresi

un giorno qualunque

come arrendersi a un dolce morire

in piena luce.

 

gli occhi chiusi nel bagliore,

raggio che traversa la mia 

e le altre accanto, simili e diverse,

per quella pace e luce riverse

su l’angolo di legno, sul ferro arrugginito.

 

Per tirar via le maschere

e il grigiore della pelle,

per un nitore del pensiero

e una forza nel cuore,

agili corde all’intemperie.

 

Anche la carezza del sole è una parola.

 

Seduti alle panchine

angoli di vita e sogni. 

Chi sente il peso del Tempo,

chi l’occhio vigile di Dio. 

 

Il vento muove la nuvola,

come Destino la inclina su ogni panchina,

come ombra di passaggio.

Forse la vedono tutti,

sagoma in chiaroscuro,

spirito che sorride in lontananza.

 

°°°


La Poesia è un vento,

si spande sulla terra e la solleva.

Mette radici passo a passo.

E tra peso e aria

fingiamo l’eternità.

 


giovedì 16 luglio 2020

Raffaele Castelli Cornacchia



Raffaele Castelli Cornacchia - “La zona Rossa” 
Ed. Transeuropa 2020

(Nota di Renato Fiorito)




Si dice che dopo 7 anni i matrimoni si rompono o si stabilizzano. Sono passati giusto sette anni dal sorprendente ultimo libro di Raffaele Castelli Cornacchia, “L’alfabeto della crisi”, nel quale il poeta aveva dato voce a tematiche che, in genere, sono lasciate fuori dalla prassi poetica perché attinenti all’economia, al lavoro, alla politica. Ora Raffaele, dopo avere maturato riflessioni e esperienze di vita, è tornato con questa nuova silloge a dirci che il suo matrimonio con la poesia durerà ancora a  lungo.
L’evento che ha spinto Raffaele a impegnarsi nel nuovo lavoro è stato un avvenimento doloroso: la morte della madre dovuta alla pandemia, e il coronavirus che si insinua e minaccia anche la sua vita. Il libro è il resoconto di prima mano dei pensieri che attraversano la mente di un ammalato, resoconto che però diventa subito poesia, sconcerto, ribellione; libro inquieto, dunque, libro caos, caos di pensiero e di molte verità tirate fuori dal pantano assurdo della vita nel quale l’esistenza diventa fragile, assediata dalla attesa, dalla paura e dal rimpianto di non averla assaporata sino in fondo:
“Era meglio esser partiti prima/ con i suoi suoni, e il sentir bene/ il piacere, e il tempo che passa/ con tutta la forza, della terra.” (pag.11)
E poi c’è l’isolamento, il pericolo di contagiare, la mortificazione di coloro a cui viene inibito ogni contatto:
“Quindi non toccarmi. Non respirarmi./ Sono l’avvento del tuo sapere.// Sono il tuo intelletto scemo/ la sepsi della connessione certa/ il guasto nella tunica griffata/ la contaminazione del prodotto/ la corruzione nella rotazione/ l’infezione ronzante d’un insetto/.” (pag. 13)
La realtà dolorosa diventa allora come la sala d’aspetto di un sogno a cui si chiede solo una via di fuga:
“Un sogno comodo, da veri stronzi/ come son poeti e sognatori/ che in sogno non stanno mai fermi/ e dev’essere colpa del sapere/ che non sai che accade a muoversi/ ma sai che succede a stare fermi/ non cambia nulla, si chiama incubo” (pag. 14)
La malattia ruba la realtà e la sostituisce con immagini, deliri, rimpianti e un senso di spossatezza che annulla la volontà di combattere:
“La spossatezza, è voglia di pace/ di prendersi cura dell’ottimismo/ di rivangare i corpi percorsi/ di, starsene senza fiato sott’acqua.” (pag. 16)
Ma non manca l’ironia, il sarcasmo contro i riti, le parole inutili, la retorica dei media e la realtà che cambia ognuno, nella paura nella speranza che l’emergenza possa presto finire:
“Niente più puttane tanti notai/ e più farmacisti che operai/ e cerberi a custodire cosa/ e, quel bislacco senso del disuso/ a muffire ironia, e sorte.” (pag. 17)
 Il verso procede così imprevedibile, senza mai accartocciarsi sul proprio dolore, sulla malattia, diventando   fuga semmai, lotta semmai, un modo per tergiversare, reagire, raccontare fatti e incongruenze, e inventare parole, assonanze, rimandando ad altro, al non detto e chiedendo al lettore di farsi parte attiva, interpretare, riconoscersi o dissentire, nonostante la fatica della salita lo freni, i voli logici, le impreviste figure lo lascino in parte incerto, in parte affascinato.
Una specie di disordine descrittivo che richiama la confusione della mente impaurita, sconvolta nelle sue abitudini dal capovolgimento della realtà:
“Non c’è ordine nella bellezza, e /t’illudi d’avere delle idee/ e le digiti sopra un foglio, ma/ il tuo pensare non è un germoglio/ si rivolta sterile su se stesso/ costruisci effetti per la gente/ e il tuo tratto non ha contorno” (pag.20)
Emerge la critica sociale, l’invettiva, la ribellione ai luoghi comuni, alla bontà tanto al kilo della società in declino:
“Non è tempo del senso dell’inizio/ di sacrifici su ordinazione/ di solidarietà senza le mani/ di schifarsi dei soldi da spendere/ o piuttosto di quelli da prendere.”(pag 23)
“Per imbrogliare: per questo si nasce./ Sasso carta perde, forbice vince./ Tutto qui. Perdi, ti strappi il petto/ ti squarci il petto pure se vinci…” (pag.24)
“Rivoluzione, eiaculazione/ secoli di cimiteri perfetti/ lapidi di giudizi. Pregiudizi./ Nulla più che spazio fra le costole.” (Pag.26)
Entra nei versi quello che non funziona nella società: le inquietudini, lo scontento, il rifiuto delle regole, delle consuetudini letterarie per dare spazio e libertà a verità confuse ma vitali:
Raccogli lo sterco che ti circonda/ senza che dicano hai scritto bene/ senza ironie sulla metrica/ sul contagio delle abitudini/ o sul modo di guidare un’auto” (pag.22)
“Meglio, una biro senza inchiostro/ mi rovisto nella testa i grilli/ polpi e fragole, un po’ di bourbon/ l’ultima cosa che invochereste/ un tonno una tinca, uno squalo/ nell’impresa, di saper ritornare.” (Pag. 29)
Critica sociale e politica, dunque, questa “Zona rossa” ma senza cattedra, senza maestri, critica che ingloba il poeta stesso, la sua vita, le sue scelte, e le scelte della gente intorno impastate di illusioni e di cinica indifferenza:
“La piccola Ife è in seconda/ gli occhi blu come uno zaffiro/ sezione B, viene dall’Etiopia/ il suo nome vuol dire amore/ e a casa celebrano di maggio/ il cinque, la loro Liberazione/ l’occupazione degli italiani/ ma non le interessa del fascismo/ tutti sono molto buoni con lei.// Fosse davvero l’aria a mancare/ anche la Libertà avrebbe la sua/ di terapia intensiva ma no/ non è una libertà generica/ a far difetto, è il carattere sia dell’aria che della libertà…” (Pag.58)
“Ma, che gusti avrete mai voi oggi/ di nuovo arruolati alla folla/ di nuovo pronti al passo incerto/ a tentare un’esistenza viva./ Non ce li renderanno nuovamente/ i nostri immacolati sospiri/ senza smania stavolta, di cambiare.” (Pag 55)
“Così, rappresentati degnamente/ da giullari servi e mascherine” crepammo, dimentichi dei mandanti.”(pag 56)
Poi, sul finire, il registro stilistico si modifica, il verso diventa limpido, calmo, pacificato, come per un approdo sperato, dove riposare il cuore e fare emergere ciò che conta davvero: il dolore, la perdita della madre, la malattia, il rimpianto.
“Così in quei giorni tutti i respiri si riunivano/ in collane di labbra che sono diventate parole/ pudiche sincerità, poesie, e cambiamento.”(pag 59)
Il figlio ribelle, il figlio poeta resta solo col rimpianto di ciò che ha perso e con una battaglia decisiva da combattere, perché sa che questo è il momento in cui bisogna dare verità e forza alla vita, alle parole, al cambiamento.
“Solo passi di ricordi, ricordo/ la cotoletta non t’è mai piaciuta/ nel vino mi mettevi lo zucchero/ eri fatta così, poco realista/ e ora ci separiamo davvero./ Il mio cuore s’è rappacificato./ Vado a pagare il mio conto.” (Pag. 54)
“Prima d’allora avevo sempre detestato la routine/ le rassicuranti liturgie della quotidianità/ ma la lotta per la sopravvivenza richiede ordine/ così in quei giorni presi ad avere abitudini. … //Così in quei giorni tutti i respiri si riunivano/ in collane di labbra che sono diventate parole/ pudiche sincerità, poesie, e cambiamento.” (pag.59)
Un libro da leggere dunque, non usuale, non letterario, che raccoglie dalla vita piuttosto che da altri libri nel quale Raffaele Castelli Cornacchia si conferma ottimo e originale poeta.
Renato Fiorito







Addio Beni

 Così alla buona e di passaggio 
mi fermo a pranzo nell’osteria.
Nell’ultimo posto dove ricordo 
di averti vista, credo, felice.
Era proprio di strada, al ritorno 
verso la città che non rivedrai.
Sempre più lento, fino alla fine 
ho atteso il tuo fiato finire.
La bara mi sa di quelle standard 
di certo un po’ troppo lunga per te 
con quella testa un poco di sbieco 
il viso severo di una madre
la luna storta fino alla fine.
Da vent’anni non ti vedevo così 
dopo tutto il tempo segreta
nessuno ti ha vista così bella.
Solo passi di ricordi, 
ricordo la cotoletta non t’è mai piaciuta 
nel vino mi mettevi lo zucchero 
eri fatta così, poco realista
e ora ci separiamo davvero.
Il mio cuore s’è rappacificato. 
Vado a pagare il mio conto.


Collane di labbra

  
Prima d’allora avevo sempre detestato la routine 
le rassicuranti liturgie della quotidianità
ma la lotta per la sopravvivenza richiede ordine 
così in quei giorni presi ad avere abitudini.

La pace e il frigorifero ronzavano sicuri
la carne in freezer e le sirene sempre più vicine 
a fendere l’aria del temporale aggirando scogli.

Spalancavo le finestre ad arieggiare i cuscini 
l’abbondante colazione e la merenda coi biscotti 
e la tisana serale intercalavano i pasti
d’una piccola casa di cura cucitami addosso.

Nel farsi pensiero d’ogni cosa nelle tasche briciole 
frammenti di cibo senza fame e notti senza sonno
e gli anni a manciate avvolgevano le scapole.

Dovevo riprendere il peso e le forze smarrite 
impedire che venissero a saccheggiarmi il fiato 
e lasciare che la natura umana del mio corpo 
facesse fino in fondo il suo imprevisto corso.

Così in quei giorni tutti i respiri si riunivano 
in collane di labbra che sono diventate parole 
pudiche sincerità, poesie, e cambiamento.