martedì 7 settembre 2021

 Elio Pecora: "Rifrazioni"  (Lo specchio Mondadori 2018)




Elio Pecora è tra i più significativi scrittori italiani contemporanei. Ha pubblicato libri di poesie, prosa, saggi, racconti, testi per il teatro. Ha collaborato per la critica letteraria a: La Voce Repubblicana, Mondo Operaio, Il Mattino, La Stampa-Tuttolibri, L’Espresso, Nuovi Argomenti, ecc. e a programmi di Radio Uno e Radio Tre. Dirige da un decennio la rivista internazionale “Poeti e Poesia”.

Tra i libri di poesia citiamoLa chiave di vetro (Cappelli 1970); Motivetto (Spada 1978);  Dediche e bagatelle  (Rossi & Spera 1990); Poesie 1975-1995 (Empiria 1997 e 1998; Favole dal giardino (Empiria 2004 e 2013); L’albergo delle fiabe e altri versi (L’orecchio acerbo, 2007); Simmetrie (Mondadori Lo Specchio, 2007); Nel tempo della madre (La Vita Felice 2011); In margine e altro, (Oedipus 2011). Rifrazioni è il suo ventesimo libro di poesie.



“Rifrazioni” di Elio Pecora

(Nota di Renato Fiorito)

 

Il titolo della raccolta trova una sua prima spiegazione nella citazione del poeta russo Iosif Brodskij (premio Nobel 1987), posta in esergo al libro, : “Che funzione abbia la poesia davvero non lo so. È semplicemente, per così dire, il modo in cui per te la luce o il buio si rifrangono”.

La poesia è dunque un riverbero della realtà che balugina nella mente, luccichio o ombra che sia. Elio Pecora affida i suoi versi a questa impalpabilità, alla delicatezza e fragilità delle sue percezioni perché, come scrive nella lirica di esordio, il frastuono della banda non si addice alla poesia; essa piuttosto è sensibile al dettaglio, all’attacco dell’oboe, all’accordo di una viola, al silenzio incontaminato che si estende a dismisura al di là delle porte della vita.

Il poeta ci introduce così al silenzio che verrà, all’attesa e l’accettazione socratica della fine delle cose, tema che gli è caro e che svilupperà nel corso del libro: “…ogni storia, tutte le storie /si riducono a un susseguirsi insensato/ di conquiste e di perdite e l’intero pianeta/ non è che l’abitacolo in rovina…”(pag. 16) Ma da ciò non deriva una poesia cupa e rassegnata, perché alla certezza della fine fanno da contrappeso la concretezza delle cose, la grazia del dettaglio, i piccoli eventi che segnano la quotidianità: “… una nube violetta,/ l’odore di un cibo, una voce al telefono,/ il libro lasciato sul tavolo ancora da leggere./ Così il mondo intero si popola di storie concluse, di passaggi, di soste, e un dio munifico/ disegna nel cielo vasto e chiaro un arcobaleno.” (pag.17). Il poeta accetta dunque la caducità delle cose, il loro lento estinguersi, ma non rinuncia al  cielo: “Conviene che è una strana faccenda/ annaspare nel fango occhieggiando le stelle” (pag.24), traendo dal contrasto tra transitorietà umana e eterno brillare dell’universo la sua struggente poesia.

“Rifrazioni” è caratterizzata da due dicotomie: quella buio-luce, dove la bellezza viene cercata nelle parti in ombra: “Il meglio - dice – quel che chiamiamo sublime/ sta nell’ombra, nell’angolo: occorrono occhi/ per vederlo, orecchi per ascoltarlo…”, (pag.21), e quella silenzio-rumore in cui “È smisurato il silenzio che succede al rumore/ è il niente. Il vuoto privo di voci, di echi…” (pag.23), e l’uomo è fragile foglia, in attesa di un segno o di un niente, in bilico tra paura e speranza, immerso nei suoi piccoli intrecci a fronte dell’immensità dell’ordito (pag.31).

Si snoda in tal modo il mistero del tempo, la sua caducità, il suo variare, essendovi tempi che durano un istante e tempi che durano un’intera vita: “un altro tempo corre in questo tempo/ che contiamo a minuti/ è l’ansa dove il sogno della mente/ non conosce durata,/ la parola che tenta se stessa/ esatta, svelata.” (pag.44), parola che diventa infine strumento per traghettare l’anima verso più profonde verità interiori, sempre sconosciute e sempre cercate: “…La parola non è più di un cenno, un avvio/ per un altrove nemmeno ancora intravisto” (pag.57) “...parole veloci… tanto scarne e sommesse/ da evaporare come fuochi di foglie secche/ nel fasto degli urli e dei proclami.” (pag.58).

Così può verificarsi “…lo strappo, l’incaglio, la discordanza infeltrita, / e disperata la certezza anche abbagliante, / del niente nel niente. E dopo il diluvio senz’arca.” (pag. 59) e in questo mondo liquido, immerso nel silenzio, può accadere che due amanti si incontrino ma non abbiano più parole per confidarsi il dolore sbiadito della loro vita: “Non si parlavano i due. L’aria si spense. Nella serranda il mattino” (pag70) “Rimasero a lungo in silenzio / prima di allontanarsi/ senza un cenno, un saluto/ciascuno verso un suo luogo/ “(pag.71).

Come la luce viene pienamente recepita solo dopo avere attraversato il buio così la parola acquista valore solo quando nasce dal silenzio: “Per provare da dove veniva/cercò una voce nascosta/ e la trovò solo/ quando ebbe inteso/ il silenzio da cui/ l’aveva tratta” (pag.75)

Diverse sono le variazioni di tono e ritmo di questa raccolta. Nel penultimo capitolo “Lo spessore dell’ombra” in particolare, il verso si fa più lungo, suadente, discorsivo, accorato, intimo. Cambia lo stile perché più commosso è il sentire, più viva la percezione. Un nuovo tempo scorre dentro al tempo. Ritornano prepotenti i ricordi, il pensiero degli affetti, le semplici vite: il padre marinaio che torna ormai vecchio, col baule mezzo vuoto, a confessare l’inutilità del suo sacrificio; la zia, legata indissolubilmente alla casa arrampicata fra gli orti, che si guadagna da vivere filando lana di pecora; la madre che diviene figlia del figlio per cercare conforto alla morte che ormai sente vicina. Un universo affollato di familiari, amici, persone umili e celebri poeti, come Luciano Erba, Dario Bellezza, Aldo Palazzeschi, Amelia Rosselli, ecc., a formare un intreccio di relazioni che dà consistenza e unicità alla vita del poeta.

Il tema e l’intensità dei versi in questo capitolo richiamano alla mente “L’elogio dell’ombra” di Jorge Louis Borges e il suo universo poetico avvolto in una patina di malinconia in cui le parole, il tempo, i fatti hanno risonanze intime e profonde. Similmente Elio Pecora, dal suo rifugio d’ombra, osserva il mondo che lentamente si allontana: “L’aria è piena di anime… Non è perdita l’addio/ se lascia tracce nelle stanze aperte del cuore.” (pag.82) e alimenta il suo canto alla vita, al suo mistero, al suo incessante replicarsi, e alla morte che ne fa parte, dando senso e fine ai pensieri: “Moriamo alla morte dell’ultimo che ci ha conosciuti…le parole bastano solo per poco a colmare il silenzio…memoria e oblio reciprocamente si nutrono” (pag.80)

I sogni degli uomini in fondo si assomigliano tutti, si confondono e si sommano fino a diventare col tempo un unico grande sogno, che poi è il sogno dell’umanità, il suo trasalire davanti alla morte, che è condizione indispensabile perché altre vite inizino. “In questo sogno vado, respiro. Ne esco /e non m’è dato di tornare se non come l’ombra/ di un'ombra nel sogno di un altro/ che va camminando il mio sogno” (pag. 110).  E in altra poesia: “Quanto di tempo impiegherà quest’uomo,/ così tanto occupato da se stesso,/ a sentirsi a misura della foglia/ che spunta da una minuscola polla/ …. Poi ingiallita staccarsi, accartocciarsi/ in un suo soffio breve appagata/ disfare la sua cenere nel vento?” (pag.123)

Grande poesia, dunque, che segna la nostra letteratura, ma sarebbe esercizio forzato attribuire a Elio Pecora ascendenze o discendenze, appartenenze a correnti e parentele letterarie. Essa si sviluppa infatti in piena autonomia, appartata, incurante delle mode. È scrittura meditata che, mantenendo il proprio solido equilibrio, coltiva una suadente musicalità, brilla di una sua imperturbabile nobiltà.

Mentre leggo Rifrazioni mi pervengono dalla televisione notizie di guerra, attentati in cui vengono massacrate decine di persone innocenti, donne e bambini fatti a pezzi per dare effimeri segnali di ferocia su cui poter costruire un nuovo potere assassino. Rifletto allora sui bei versi di Elio, sulla sua sensibilità estenuata, sulla cultura del rispetto e dell’attenzione coltivata per tutta la vita, e sulla dolcezza dei ricordi con cui ha saputo trasformare in musica le parole e, pur se mi sembra che questo mondo gentile sia vicino a sparire e che le parole fraterne non abbiano più forza per essere capite dalla barbarie umana, gliene sono grato perché essi ci aiutano a ritrovare le nostre radici culturali e civili e a ricordarci che, nonostante tutto, come lui scrive, il mondo è colmo di vita e il silenzio è un brusio incessante di fiori, un esercito di milioni di formiche, il verso rauco di una cornacchia, un pigolio sommesso, l’ombra di una acacia sul muro di una casa, ferma e insieme mutevole nel suo tempo immisurabile. (pag.81)





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Un altro tempo corre in questo tempo

che contiamo a minuti;

è l’ansa dove il sogno della mente

non conosce durata,

la parola che tenta se stessa

esatta, svelata.

 

***

 

Può anche precipitare l’ora, ma è così lunga l’attesa

dell’amante che attende, così sterminata l’ansia

di chi veglia il bambino malato, così smisurata

la gioia per un gesto, per una frase brevissima,

e a misurarla non è più di un istante,

 

***

 

Il giardino

 

È solo un recinto il giardino

di verdi che svariano,

e i bianchi e gli azzurri degli ibischi,

il rosso tenero dei lillà,

le dalie gialle e amaranto…

E un tempo senza ore,

una luce striata di ombre.

 

Solo un recinto il giardino

dove il cuore e la mente si alleano

in una chiusa dimenticanza.

Qui è intero lo stare,

un punto di tutto,

la grana taciuta di una voce

che non si conosce.


***


"C'è stato un tempo in cui sono stato felice"

si dice l'uomo che non riesce a dormire,

ma cerca invano nella memoria confusa

anche una sola scaglia di quella luce;

e pure sa che gli è toccato quel bene

se ne conserva ancora il forte richiamo.


Di quali ragioni s'intesse il desiderio

se di continuo si mostra in dismisura!

 

 

                  

 



 

martedì 29 dicembre 2020

Nicola Grato

 

Nicola Grato: Inventario per il macellaio

 



Nicola Grato è nato a Palermo nel 1975 e si è laureato in Lettere moderne con una tesi su Lucio Piccolo. È autore delle raccolte poetiche: "Deserto giorno" (La Zisa 2009), “Inventario per il macellaio” (Interno Poesia 2018) e "Le cassette di Aznavour" (Macabor 2020). Scrittore di racconti e saggi si è anche occupato di biografie popolari ed è stato drammaturgo per il Teatro del Baglio di Villafrati (PA). Le sue poesie sono apparse su Atelier, Poesia del nostro tempo, Morel, Versus.

 

Nota di Renato Fiorito

 

Sin dai primi versi, “Inventario per il macellaio” (Interno Poesia) ci immerge nell’atmosfera familiare delle piccole cose, nei ricordi del paese, nella nostalgia degli affetti quotidiani: la madre che taglia le verdure, le preghiere sussurrate, le esili speranze, l’uomo che in piazza beve il cielo. 

Ricordi che Nicola Grato tiene vivi, evitando che si impolverino, perdano colore, appassiscano come rosa tra le pagine di un libro. Il suo raccontare ha sonorità e temi da ballata popolare, parla ad esempio della fabbrica di mobili in cui lavorava il padre, dei pali eolici piantati nel paesaggio, della vecchia che per tristezza si ubriaca di amaro Averna perché “non abbiamo che il cuore e fa freddo se siamo soli” (pag.44)

Cose che sembrano trascurabili ma che connotano un senso di appartenenza senza il quale il poeta smarrirebbe la parte emotiva della sua identità. 

Tuttavia nella irrimediabile dissolvenza che il tempo genera, cose, persone, affetti tendono a sbiadire, lasciando solo vecchie foto, i fantasmi di coloro che ci fecero compagnia, tracce di cose perdute e che un giorno amammo. 

Scrive il poeta: “la vita vola, un fiato solamente, la promessa di un marinaio partito per sempre.” (pag.17), e più avanti: “il tuo archivio di morti incorniciati da sempre sul muro, la luce scura dietro l’altarino di san Giuseppe.”(pag.19), e anche: “pietà per le cose perdute e per la luce sul mare della luna maliarda, per la savoiarda zuppa di caffellatte che hai lasciato affogare nella tazza; pietà per la terrazza ora sola e colma di cenere e sale,” (pag.25).

Poesia minimalista, dunque, intima, colloquiale, un registro privato che coinvolge il lettore e fa pensare alla poetica di Patrizia Cavalli, “Addosso al viso mi cadono le notti/ e anche i giorni mi cadono sul viso./ Io li vedo come si accavallano/ formando geografie disordinate:/ il loro peso non è sempre uguale,…” (da Il cielo Poesie 1974-1992 Einaudi) o a quella di Vivianne Lamarque  Con Lei camminerei/ tra l’erica del mio vaso/ millimetri e millimetri di cammino/ microscopico bosco/ io a Lei vicino.” (da Poesie dando del lei” (Garzanti, 1989)

Similmente Nicola Grato dissoda la terra del suo giardino, porta alla luce le antiche radici, non importa se a volte tragiche, scure, come la luce dietro l’altare di San Giuseppe o se le persone non hanno storie rassicuranti da raccontare, bastano i loro gesti semplici, i ricordi che affiorano e la magia dei versi. È troppo poco per sapere di una vita? Forse si, ma di queste piccole cose è fatto un paese, quando il tempo passa e la casa si svuota, non resistendo alla malinconia della resa: “L’ora dell’addio è ora/ – è qui, in questa luce bassa,/ in questo vento di mare che fa/ della casa voliera di memorie.” (pag.29)


È dunque “il tempo” il filo conduttore della raccolta, i giorni che trascorrono insieme alla vita: “…Ma lo sai che domani sarà tutto finito?...” pag50, e più avanti: “due foglietti bianchi/ col numero dieci/ e undici sono/ caduti dal calendario;/”…(pag.52)

Eppure non mancano momenti di ribellione, l’invettiva feroce quando una miseranda realtà fatta di consumismo e apparenza uccide la possibilità di bellezza, di armonia e di sincerità a cui il poeta tende:

“…ricerco nella fatica, nel dolore/ che viene dall’assenza di parole,/ o dall’uso smodato, furbo, accattone/ di talune – e sono coltellate,/ tiri gaglioffi, bandiere al vento del niente/ imbecille e senza scopo./ Lo sai, saranno crociere a Marrakech,/ voli intercontinentali a Dubai/ e disprezzo per il bene del giorno,/ e per la vita tutta – col rancore/ del borghese sazio, della dama/ di compagnia dietro ai vetri sporchi/ dei suoi desideri …” (pag.67)

Subentra allora la stanchezza, il desiderio di abbandonare l’animo al conforto della sera, poiché, come dice la già citata Patrizia Cavalli: “L’amore stanco/ forse è l’unico perfetto.” (da “Datura” 2013 Einaudi)

 “caro Rocco,/ tutte abbiamo cantato le canzoni/ non ci resta che un paese di lune/ sepolte e balconi di sonno folto/ – mentre fanno ressa dei ragazzetti;/ ma c’è un’ora in cui posa/ ogni cura, s’acquieta/ il cuore e la terra/ sa di sole stanco/ – un’ora sospesa a un filo di ragno,/ l’ora di lontane campane,/ l’ora leggera.” (pag.73)

 Una bella raccolta questa di Nicola Grato, che segnalo volentieri all’attenzione dei lettori, perché il giardino della poesia ha tante voci e quella di Nicola non è certo trascurabile.




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cosa conta essere di una casa?

Le piante, i monili, i vestiti

di tuo padre, di tua madre

– i calendari del buon tempo

gli annali di tempeste; cosa conta

essere di un luogo, essere aria

di mare, tempo di guerra e di minestra

se ti recheranno dove non sai?

 

Eppure la vita ci lusinga ancora:

un fiore dalla neve, un sospiro

di vento caldo, lontano lontano

l’odore del mare.

 

***

alleviare di poco la tua pena,

l’angoscia dell’ora che passa

e dell’abisso che viene;

un sorriso di quiete e riposo

come quello che hanno i bambini

nel sonno sperare di vedere

sulla tua faccia glabra una

gioia nella tua voce come

quando preparavi il caffè nel primo

mattino e ci chiamavi al risveglio.

Alleviarti di poco il dolore,

ricordare la gioia, solo la gioia d’averti

conosciuto, e non il gesto di saluto

alla casa in campagna e a tutte le cose,

come chi parte senza biglietto di ritorno.

Solo la gioia, solo la gioia,

non le mani malferme che fallivano

il taglio un tempo sicuro

della ficodindia, o gli occhi tuoi

puntati altrove, chissà dove... 

 

***

 

la cornacchia vola bassa sul campo

ghiacciato nel primo mattino: grigio

di nubi vaporose l’orizzonte.

La vecchia è morta sola, ha lasciato

una figlia che sente troppo il tempo

che però in quella casa pare fermo.

La casa del cantoniere è piena di foto,

fiori finti, cartigli, buste aperte

e lui prega sul calendario vuoto

di giorni e di mesi perché sbiadito

come il muro della chiesa abbattuta

fatto d’azolo e pietre che dicevano

le storie alle donne, tanti anni fa…

Poi il mulino e il fiume interrato,

il tempo passato, le ore sole:

anche se il fiume è un ruscello che sta

sottoterra fa danno, come tarma

rosica case, pietre, assi, travi:

risalirà in superficie e sarà

finimondo nel mondo.

 

***

 

l’uomo paese ha il passo

delle domeniche, sta

in piazza e beve il cielo,

e pare alzarsi in volo quando

suona la campana di messa.

 

È un lenzuolo steso

in un vicolo, è il fiato

fresco delle chiese al pomeriggio,

è una fontanella d’acqua

buona, siamo noi

che guardiamo l’estate

alle soglie, la Brigna verde,

il fico che ha messo le foglie.

 


domenica 15 novembre 2020

Griselda Doka

 

Griselda Doka:  "Dimentica chi sono" - Fara Editore 2018



 



Griselda Doka è una giovane poetessa di Terpan Berat (Albania), dottore di ricerca in studi letterari, linguistici, filologici e traduttologici all'Università della Calabria. E' operatrice culturale nel campo dell'accoglienza dei migranti. Ha scritto alcune raccolte di poesia, tra cui "Solo brevi domande esiliate" (Fara editore), a cui è stato assegnato nel 2016 il Premio della critica al Poem Award Academy,  e  "Dimentica chi sono", qui recensito, che si è classificato 2° al concorso Faraexcelsior 2018 e 3° al Premio Senghor 2018.


Nota di Renato Fiorito


Una poesia densa, questa di "Dimentica chi sono" di Griselda Doka. Densa di passioni, di carnalità, che si alimenta della vita quando è giovane e forte e può sfidare il mondo, le ingiustizie, la forza del mare, la paura del buio, l’infinito silenzio, per un amore urgente che ha mani e braccia, sesso, odori, rabbie, abbandoni. È poesia che amo perché infonde energia, rende il senso del viaggio, della tempesta, della battaglia; non quella esangue e sfibrata che trova le sue radici in altri libri, che ha la sostanza molle delle oscure elucubrazioni, delle costruzioni abborracciate dal narcisismo o dall’ambizione, magari per salire su qualche traballante trespolo da cui impartire polverose lezioni accademiche, ma la poesia buona che prende dalla strada le parole, dal cuore il flusso caldo dell’amore, dal viaggio la speranza di un mondo migliore. Griselda Doka non vuole limare i versi, non ne ha tempo né lo desidera, ha cose più urgenti da fare, vuole raccontare il desiderio, il dolore, l’amore, gli incontri, gli addii, la disperazione. Vuole che la parola sia “foglia d’ortica che lesioni la pelle”, che destabilizzi certezze, che sia abbraccio fraterno per gli umili e i dimenticati. È poesia che vuole cambiare e cose, che non si rassegna all’irrilevanza, che si mette al centro delle storie e le illumina. Un libro da leggere dunque, tutto d’un fiato, perché parla di amore, di morte, di dolore, di paura, delle cose vere insomma, quelle che contano, ma senza nominarle quasi mai, poiché tutto vive nella forza dei fatti, nell’atmosfera che Griselda ha creato. Dimentica chi sono è un piccolo, grande scrigno con dentro le emozioni, le riflessioni, le rabbie di questa giovane poetessa che spalanca le braccia sull’ignoto, sempre coltivando per sé e per gli altri un fondo di speranza grazie al quale, a ragione, può dire: “anche se non esiste/ potremmo inventare/ una storia d’amore noi due/ io sono la poesia/ e lo sei anche tu.”

 

 


 Libro acquistabile ai seguenti link: 
http://www.faraeditore.it/vademecum/16-Dimenticachisono.html





 

Dimentica chi sono

dimentica chi sei

tu, mia costante evasione

che percorri il mio Sud, tortuoso

cercami nei campi di zagara bianca

colmi di nettare pregnante

che ti scorre nelle vene

quando l’odore del mio sesso

è la sinfonia che ti accoglie


***

Se la mia parola ti giunge inaspettata

insolente, piena e rovente

una foglia d’ortica

che sfiora la pelle lesionata

flagello

la parola

travolge

oltraggia

spiazza

il tuo silenzio

il tuo ricovero

vuoto

manchi di fede

manchi di odio

quando la parola ti giunge

inaspettata

vera

vera

vera

erranza ardente

che scioglie il sole

in gola

 

***

La posta in gioco è alta

la posta in gioco sei tu

questo non è un gioco

te lo dicevo

non mi credevi

ora lo scrivo

e lo sottoscrivo

vieni via con me

prima che sia troppo tardi

prima che venga la neve

prima della scommessa

del diluvio

e di ogni altra promessa

ora, o mai più

andiamo a calzare

i tuoi passi

i miei passi

questo non è un gioco

e io non so giocare


in qualche modo ci siamo trovati

a sottoscrivere lo stesso patto

ciascuno con il proprio silenzio

 

***


Io credo in Dio

in un unico solo e onnipotente Dio

di quello che ha fatto i cieli e la terra

e anche il mare

perché è li in mezzo che ho visto Dio

dalla faccia nera e spaventosa

Nel nulla

quando sentivo l’acqua che entrava

nella nostra scialuppa scheggiata

e pregavamo tutti in coro

siamo diventati lì, tutti credenti

di un solo e unico Dio

onnipotente e misericordioso

che ci stringeva in una morsa

lì, nei nostri 80 cm di spazio personale

i morti possono giacere

i vivi non si devono piegare

maledizione ragazzi

tutti insieme

giù in coro

qualcuno osava cantare

e il coro rispondeva

Allah akbar

Dieu ait pitié de nous

good Lord have mercy

 

***

mai visto tanto buio in vita mia

mai tanta acqua

tanto sudore e pipì insieme

tante lacrime partecipi nella disperazione

Dio mio dio mio

non sappiamo dove siamo

sappiamo di te ma non ti vediamo

Dio mio dio mio

 

se mi salvi farò 30 giorni di digiuno

anzi 50 o 100 tutti insieme

e ti adorerò giorno e notte

Dio mio…non spingete di là, hey bro’

’r ’u crazy still singing aloud, pray shit, pray

ma un lamento lungo

di canti collegiali

si innalzava sgraziato nella notte

un altro anno e avrei finito

un altro anno e avrei detto addio al mio villaggio

chissà se potrò mai raccontare la mia storia, hey bro’

se calpesto terra di nuovo

Terra bro’, terra, basta che non sia d’Africa

che così velocemente ha bruciato i miei sogni

le senti ora queste lacrime

sono sicuro che le senti anche in mezzo al coro

Hey bro, non mi dare la mano ora

bestemmia pure il tuo dio e anche il mio se vuoi

ma sulla terra bro’, se sbarchiamo vivi sulla terra

ti prometto che ti darò la mano, e saremo fratelli per davvero

adesso bro’ stringiamo i denti

aguzziamo gli occhi

origliamo le tenebre

forse qualche dio lo espelleranno