venerdì 8 novembre 2019

Giovanni Pistoia




Giovanni Pistoia è poeta calabrese nato a Corigliano Calabro (Cosenza). Ha conseguito la laurea in Filosofia presso l’Università “La Sapienza” e espletato, successivamente, attività didattica e educativa presso diversi Istituti superiori statali. Autore di articoli, saggi, recensioni, ha pubblicato molteplici testi in prosa e raccolte di poesia. È presente in molte antologie poetiche e cura siti di letteratura e di cultura poetica. Suoi servizi, commenti e articoli appaiono su numerosi giornali e riviste.
È stato presidente della Fondazione Carmine De Luca, un sodalizio di cultura pedagogica, dalla sua istituzione (2003) al 2010. Fino agli anni ’90 è stato impegnato politicamente come amministratore della Provincia di Cosenza e della sua città Corigliano Calabro, di cui è stato anche sindaco per un breve periodo.


Alcuni dei testi dell’autore:

Quando raccolsi la luna – Parole naufraghe, 2019 che qui commentiamo. Inoltre: Il libro e la matita – note di letture, 2018; Quel bel convoglio della fantasia, 2017; Privati silenzi, 2017; Nel silenzio della parola, 2017; Voci del Sud - tracce segni idee, 2012, 2017; Il mare a primavera - racconti dal web, 2012, 2017; La parola e il tempo - pagine sparse, 2013, 2017; Le rondini sono piene di cielo, 2013, 2017; Alle radici del presente. Vita morale e materiale in Calabria in un manoscritto del Seicento, 1996, 2013, 2016, 2017; Il dolce abbraccio della parola - Appunti e note di lettura, 2014, 2017; Capuana e la letteratura per l’infanzia, 2014; Sentieri di pagine - Appunti e note di lettura, 2014, 2017; Ci lasci uscire, bella signora! 2014; Intervista sulla piana di Sibari. Raccolta di scritti apparsi tra il 1986 e il 1988, 2015; Fatica e Povertà e Altri Scritti, piana di Sibari: note di storia economica e sociale - Raccolta di testi apparsi tra il 1988 e il 1998, 2015, 2016; Parole mai stanche da lunghi viaggi - Note e noterelle dell’altro secolo, 2016; Momenti di storia nella Calabria del XVI secolo, 1996, 2016; Come il fiume fluisce verso il monte - poesie, 2013, 2017; Sono foresta tra sogni e silenzi - poesie, 2014, 2016; Se solo potesse dar voce - poesie, 2014; La sfida - Poesie in compagnia, 2014; Parole d’acqua e di vento, 2015; Mi racconto la luna - piccola antologia di vagabondi pensieri e fragile poesia, 2015; La memoria e la fionda - parole scritte a bassa voce, 2015; Il vento restò senza respiro - poesie - scelta e prefazione di Anton Nikë Berisha, 2017 - il testo appare anche in lingua albanese, 2017.


“Quando raccolsi la luna - Parole naufraghe” 
di Giovanni Pistoia 
(seconda edizione ampliata – youcanprint settembre 2019)







acquistabile on-line anche su IBS con lo sconto del 15%:
Nota di Renato Fiorito

       “Quando raccolsi la luna” è l’intrigante titolo che Giovanni Pistoia ha voluto dare alla sua ultima raccolta poetica. Il libro è diviso in tre sezioni. Nella prima, intitolata “Vuoti di luna”, sono raccolte 85 poesie, che trovano poi coerente prosecuzione nella seconda sezione: “Spazi analfabeti” in cui, abbandonata la forma poetica, l’autore continua a sviluppare in prosa le sue riflessioni circa l’essenzialità della parola, il tempo che tutto cancella, la necessità di resistere alla invadente barbarie. Nell'ultima sezione, “Pensieri scompigliati”, una serie di aforismi concludono l’opera con una nota di saggezza e ironia, come avviene, per esempio, in questa massima che riporto: Chi è convinto di possedere la verità non la cerca. E non sa quello che si perde”. 
    Siamo di fronte a un libro semplice e complesso al tempo stesso, ossimorico, disarticolante: libro dell’amore fiducioso per la parola e, insieme, del rammarico per la sua inadeguatezza, della ricerca del senso della vita e della coscienza della sua transeunte fragilità, ma soprattutto libro di grande delicatezza, di discorsi fatti sottovoce, come ad un compagno di viaggio di cui si condivide lo smarrimento e la sorte. 
Scrive ad esempio l’autore in “Spazi analfabeti” (pag.90): “Le parole non sanno da dove vengono né dove sono dirette. Disconoscono perfino il loro autore. Sanno di miele e di fiele. Il loro destino è sfidare il tempo e raccontare ancora. E io che vorrei dire cosa sono non trovo parole per raccontare.”
Significativo è il titolo della prima sezione “Vuoti di luna” con cui l’autore sembra alludere all'ingannevole concretezza delle cose che dietro ogni realtà nasconde un fondo irrealtà e dietro ogni consistenza un vuoto. La inadeguatezza delle parole è figlia di questa illusione, dell’incessante mutamento che cancella le cose che amiamo, sostituendole con quelle che non conosciamo.
Sin dal primo verso della raccolta l'autore rivela il tema portante dell’opera: la parola come indispensabile alimento dell’anima, ermeneuta di una realtà che senza di essa sarebbe materia grezza, priva di vibrazioni.
Ma anche le parole, pure così indispensabili, si rivelano a volte inadeguate alla loro funzione di disvelamento, allora più di esse vale la realtà di un dettaglio, il gesto involontario, la corporalità dell’esistere: “Le parole/ dicono di me ben poco/” confessa il poeta “Non fermarti/ a quel che dico/ a quel che scrivo;/ cercami / negli sguardi incompiuti,/ nelle mie mani impazienti...”. (pag. 32)
Nella poesia di Giovanni Pistoia viene così approfondito il rapporto tra parola e silenzio e il sotteso significato delle pause scavate tra parola e parola, che sono verità non dette, più intriganti e destabilizzanti della consolida  certezza: "Tra una sillaba/ e l’altra,/ una parola/ e l’altra,/ un silenzio/ e altro silenzio ancora,/ c’è tutto quello che so,/ e che non so. Sono/ nel vuoto delle pause/ mai del tutto vuote,/ e non so dire. (pag. 29)
È in questa terra di confine, oscillante su una realtà mutevole, incerta, ingannatrice, che si pone il poeta. Ciò che sembra solido e sicuro presto si dissolve, le persone amate vengono inghiottite dal tempo, lasciando dietro un deserto, l’ombra del ricordo che sbiadisce col tempo: “Dunque, non resta che il ricordo! / Dall’albero cadono ancora giorni / come foglie, fronde rinsecchite. / Amici che vanno via, senza rumore / a volte, come per non disturbare, /piume che si disperdono nel vento...”  (pag49) 

 Così la realtà lentamente diventa anch’essa eterea, le giornate vengono abitate dalla nostalgia e una sensazione di solitudine e precarietà invade l’anima. Allora la parola non basta a contrastare lo spaesamento di una mutante e illusoria realtà “Mi sono consegnato al silenzio, / come i sassi battuti dal vento/ non trovo più le parole/ che ne raccontino gli abissi./ Ho nostagia della mia voce.” (pag 31)
Sono dunque da invidiare le stesse pietre che mantengono una loro inattaccabile persistenza “... Non sa la pietra d’essere pietra; e mi inquieta/ quest’esistenza che non mostra turbamento./ Vince il tempo e immortala, tacendo, la parola.” (pag 38)
Parola mite eppure potente è questa di Giovanni Pistoia. Sale in superficie come bolla d’aria, senza travestimenti, adulterazioni, nascondimenti, stucchevoli esibizionismi letterari. Essa ha una verità essenziale da dire, che urge e che ha bisogno di registri condivisi e comprensibili per non essere travisata; verità che proviene dall’oscurità dell’anima e che vuole farsi epifanicamente luce.
Quando leggo o sento che la poesia sarebbe morta (in realtà lo si dice da decenni) penso, al contrario, che, pur nella troppo ampia platea di facitori di versi, mai come in questi anni essa sia ricca di talenti dei quali ancora non si ha piena consapevolezza. Tra qualche decina di anni, quando la polvere del quotidiano brigare sarà posata, potrà essere riconosciuta e celebrata. Credo che tra questi talenti potrà esserci anche Giovanni Pistoia.




Vuoti di luna


Cerco tra le mie carte cose non scritte,
vuoti di luna, ferite ignote. Nulla
è più reale dell’abisso remoto che morde.
Il vento impetuoso soffia il taciuto.



Come vento muto


Sento tanto l’urgenza della parola
e non oso pronunciarne alcuna.
Sono con il mio silenzio uggioso
il mio silenzio ottuso. Freme
la parola come vento muto.



Liberate la poesia


Liberate, voi che potete, la poesia
dagli scaffali, non depositatela sugli altari;
sia come l’acqua: irrighi i campi, disseti i fiumi,
abbracci i mari, e come l’acqua torni
alle sorgenti perché vita torni.



Voi


Voi che ve ne state al di là dell’orizzonte,
vi prego, non chiedetemi di raggiungervi,
sono stanco, e non so nuotare. Venitemi
incontro, sono ad aspettarvi su questo lido,
innamorato dei miei piedi scalzi e delle mani
nude, che col secchiello portano via il mare.



Amica mia


Il mare non è quel che tu vedi,
le onde che ti bagnano, l’orizzonte
quiete del tramonto fiacco; il mare
è il battito che avverti, i segreti
che rivela, le voragini che scava,
il pentagramma sui quali scrivi
note che ignaro custodivi. Il mare
è come il libro, non è lo scritto che ti culla,
ma quello che leggi tra le pagine che scorri,
tra gli spazi che narrano il vuoto che riempi.

Quel che non vedi regge ciò che appare;
è forse questo il mistero che cerchiamo.



Mute


Ho chiuse le parole nel cassetto.

Non ho voglia di parlare. Ho solo
nostalgia d’ascoltarmi. Non è indolore
l’ascoltarsi; è piccone che sradica certezze;
è bufera come quercia che si dimena
al vento che la squarcia. Mi ritrovo rotto
con il cuore che declina, la notte
che non cede al tramonto che resiste.
Il cielo è senza luna sulla collina nuda:
la solitudine morde, e non perdona.

E le parole nel cassetto mute.








venerdì 28 giugno 2019

Laura Pezzola




Laura Pezzola è nata a Fiano Romano e vive da moltissimi anni a Roma, dove attualmente segue l’attività commerciale di famiglia. Ama tutti i generi letterari, ma sorprendentemente ci racconta di avere una qualche predilezione per i romanzi distopici. 
Nel tempo libero si prende cura del suo giardino o fa lunghe passeggiate.

Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: Uccelli di carta (Seledizioni 1981); La manutenzione dell’anima (2013); Il primo verso (2014) e, da ultimo, L’inquilina dei piani alti (2017), tutti pubblicati con Edizioni Progetto Cultura.

Da tempo fa parte del gruppo "Controverso Poesia" che si dedica alla lettura dei poeti 
contemporanei e del ‘900 e organizza incontri di poesia in librerie e biblioteche.

Ha frequentato e frequenta laboratori di scrittura perché pensa che in poesia come nella vita non si finisce mai di imparare e che  l’ascolto e la condivisione dei testi  costituiscono  una preziosa fonte di arricchimento e confronto.

Le sue poesie sono presenti in varie antologie e blog e hanno ricevuto premi e riconoscimenti letterari.


L’inquilina dei piani alti 
(Commento di Renato Fiorito)

Già dalla prima poesia le immagini ci avvolgono con delicata e ineccepibile eleganza:

Il cielo ha il colore del vetro
oscura lampioni
annoda perle e stracci
sul rovescio del giorno

Si fa largo tra i versi una sorta di meraviglia per la quale nulla è scontato: il colore del cielo, l’alba che viene a spegnere i lampioni, la bellezza e la paura della notte, che poi altro non è che il rovescio del giorno. Cioè le cose di sempre, quelle di tutte i giorni, che qui però assumono un’altra veste, la magia delle immagini improvvisamente illuminate dalla luce radente del sole. In fondo, a pensarci, è proprio questa la poesia: guardare con altri occhi, con occhi da bambino e cuore adulto provato dalla vita e maturato nella riflessione e nello studio, per riscoprire la bellezza del perso, del trascurato, del dimenticato nell’affannarsi quotidiano. 
Le immagini di Laura Pezzola, dicevo, con la loro inaspettata ricchezza di figure retoriche, di allegorie, catacresi, metafore e personificazioni, ma non accatastate l’una sull’altra per puro virtuosismo letterario, bensì ognuna al posto giusto, al momento giusto, in perfetta armonia.
Ne viene fuori una reificazione del vero, cose che si fanno sentimento, e sentimento che si fa voce comune, senso della vita, fiume che scorre.

Indosso stanze anguste
come un vestito antico
che profuma di mentine e mestizia
trascino casse di zavorra
come l’uccello parassita il pesce
come un dolore a cui non si rinuncia 
(da pag.19 - L’inquilina dei piani alti)

Così nostalgia e ritorni, addii e riscoperte si inseguono e, a leggerli con attenzione, ci dicono che non sono estranei, perché colgono un fruscio, un battito, un dolore che è anche nostro. È questa sorta di fraternità che si fa vessillo nella poesia di Laura Pezzola, questo scoprirsi simili, non per sangue o fattezze fisiche, ma per ciò che c’è nel fondo, che gli altri non vedono e noi spesso dimentichiamo.

Pe questo, nel leggere “L’inquilina dei piani alti” non bisogna avere la freddezza del critico, né la dottrina del letterato, ma la lentezza di un cuore, aperto e disponibile ad accogliere la suggestione dei versi, la loro musicalità e a riscoprire la parte preziosa di noi.

Le immagini che Laura inventa, i suoi fantasmi, i suoi angeli, vengono così ad abitarci, disinteressati alle vicende del mondo, al suo caos, alla barbarie, per svelarci che il bello nascosto nelle cose, quello che conta davvero: l’umanità, la comunione con il mondo, la libertà, sono già in noi e nessuno potrà toglierceli se noi non vogliamo.

Scrive Plinio Perilli nella sua prefazione: ”Laura Pezzola… distilla, pennella, tono su tono, solo versi miti, solo liriche pazienti, arrese, vorremmo dire sapienti, convertite alla pace… eppure, quanta guerra di gusto e coraggio d’esistenza, quanti gridi estenuati…”. E' così. La nostra inquilina guarda il mondo dai piani alti, non per snobismo o civetteria, ma solo per prendere le giuste distanze e averne una visione più ampia, in modo da osservare meglio le persone affaccendate nelle mille preoccupazioni e ricordare loro che poco sopra, appena più in alto dei palazzi e del brulicare sconnesso della vita, c’è il cielo, l’armonia dell’azzurro, il volo nascosto degli angeli.


  

Il libro è acquistabile su tutte le piattaforme on-line
Ad es.:https://www.mondadoristore.it/L-inquilina-dei-piani-alti-Laura-Pezzola/eai978886092950
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ALBA


il cielo ha il colore del vetro
oscura lampioni
annoda perle e stracci
sul rovescio del giorno.

In queste mattine interminabili
qualche uccello gracchia
movimentando la piazza
manca il sibilo del tram
il chiasso della caffettiera
l’aroma del pane
che punzecchia la gola
manca il rumore di fondo

come un fermo immagine
di me - sentinella assorta
in attesa degli ospiti.





Nell’apocalisse l’angelo giura che il tempo non esisterà più. Dove lo nasconderanno? Non lo nasconderanno in nessun posto. il tempo non è un oggetto, è un’idea. Si spegnerà nella mente. (Fedor Dostoevskij)



Con minuziosa cura assemblo
scampoli di tempo:
la nostalgia del vento
sui tavoli all’aperto
di fine agosto
la polvere dei sogni che laniccia
sotto le sponde dei letti
lo spray dei versi graffiati
sui parapetti screpolati
dei poeti.

A fine anno
compilo elenchi
di settimane senza giorni
calendari di fogli capovolti
sui refusi dei caratteri.



SE LE STELLE MUOIONO


Gli angeli di sera volano bassi
sfilano le ali e fasciano i fianchi                             
incollano ai muscoli le maglie spesse
oscillano nella penombra dei palazzi
con una cicca spenta tra le labbra

hanno i polmoni in fiamme
e le mani invecchiate dai calli   
esplodono di rabbia sui sedili 
ammaccati delle automobili

tu - ne rammendi le ali sciupate
ne riprendi i tessuti tarmati
e quando l’onda batte sullo scoglio  
con un rumore livido di pioggia

non t’importa se le stelle muoiono
colando buchi neri dallo spazio.      



LA RIGA GIALLA

La riga gialla divide la distanza   
di ogni treno che passa
e sferza il vento

rabbrividendo l’anima sul punto
di sollevare i piedi dalla rampa

la vita è una deriva di cadute    
qualche filo si sfrangia sopra i sogni 

molta nebbia si versa dentro i passi
sui gradini di gomma è sempre giorno

sempre un suono sbandato si diffonde
siamo ghiande scagliate dalle querce

con lacrime intrise di corteccia   
sul fondo solo cardi e pozzi secchi

diradano le impronte.



CAPPUCCETTO ROSSO

Cappuccetto rosso
ha preparato la valigia in fretta
il lupo aspetta alla stazione
con i biglietti in tasca
dal bosco uscirà allo scoperto
pattinando su chilometri di zucchero.

Cappuccetto rosso
ha lasciato in cucina un foglietto
tra il piattino e la tazza
“Mamma non mi cercare
non voglio più vivere nel bosco”



NUVOLE DI MERAVIGLIA


Rovescio sul terrazzo
la vecchia pelle.
La scia furtiva delle comete 
si lega alle promesse
che svaniranno all’alba.

Forse basta 
addensare il respiro 
in nuvole di meraviglia
per germogliare poesia 
e custodirne i lembi
fino al prossimo anno.


mercoledì 15 maggio 2019

Silvia Rosa






Silvia Rosa è nata a Torino, dove vive e insegna. Le piace girare per le strade della città, visitare mostre e musei, fermarsi a volte nei bar storici del centro, al Caffè Fiorio o al Bar Platti, per un dolce o una cioccolata calda.

Laureata in Scienze dell'Educazione, cura per NiedernGasse la rubrica di costume e attualità "L'asterisco e la Margherita", firmandosi con il nome di Margherita M.  Fa anche parte della redazione dell'Annuario di Poesia Argoe del blog "Poesia del Nostro tempo", dove cura le rubriche "Confine donna: poesie e storie d'emigrazione" "Scaffale poesia: editori a confronto". Collabora con la testata giornalistica "Midnight Magazine", curando la rubrica  "Fuori banco: cronache dalla scuola degli ultimi".

È tra le ideatrici del progetto “Medicamenta-lingua di donna e altre scritture, in cui propone una serie di letture, eventi e laboratori rivolti a donne italiane e straniere, in un’ottica psicopedagogica e di genere. Collabora con il blog Margutte.

Ama l’Argentina e per questo ha scritto nel 2013 un saggio di storia contemporanea "Italiane d'Argentina. Storia e memorie di un secolo d'emigrazione al femminile (1860-1960)" - Ananke Edizioni, e ha dato vita al progetto "Italia Argentina ida y vuelta. Incontri poetici" pubblicato a puntate sulla rivista internazionale di poesia Iris News (2015), su Versante Ripido (2016/17) e  infine in ebook, scaricabile gratuitamente. Organizza eventi letterari e mostre di arti visive e presiede l'Associazione Culturale ART 10100.

Tra le raccolte di poesie, ricordiamo: Genealogia imperfetta (La Vita Felice);  SoloMinuscolaScrittura (con prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti, La Vita Felice),  Di sole voci  (LietoColle Editore);







il libro è acquistabile su tutte le piattaforme on-line 


Dico quello che sento: Silvia Rosa è una poetessa vera, una di quelle che non si lasciano leggere con indifferenza. Questa sua raccolta, Tempo di riserva, ha dentro il piacere sensuale di chi assapora un buon vino, scambia una carezza, guarda negli occhi l’amato; ha la struggente consapevolezza del tempo, il  legame fortissimo con la terra, l’ascolto assorto delle stagioni. Ti prende per mano con delicatezza e ti conduce in una terra gentile dove le immagini, le emozioni, le paure incontrano le tue e parlano la stessa lingua.
William S. Borruounghs, poeta della Beat Generetion, scrisse che bisogna essere sempre consapevoli che ogni parola evoca un’immagine.  Questo è  particolarmente vero nella poesia di Silvia Rosa: i suoi versi hanno forme, luci,  colori, radicati profondamente nell'anima; aprono varchi su una realtà trasfigurata, come finestra spalancata sui paesaggi d’infanzia, sulle persone amate, sul tempo trascorso, sicché a leggerli tutti si finisce col farsi trascinare dal loro senso di armonia, dalla capacità di commuovere e ricordare.

“…le rose fioriscono ancora/ nel giardino dei tuoi abbracci/ e restare o andarsene non vale/ il tempo inesatto non basta/ a fare notte silenziosa e tregua…/ (da “Quando torni” pag.40)


Un'affascinante girandola di metafore, di luci che si accendono, di soprassalti e ritorni, costringe il lettore alla lentezza, a tornare indietro per estrarre dalle parole il loro succo misterioso e immaginifico e riflettere su se stesso e la vita, e  stendere su di essa il conforto lieve delle parole.


La margherita mi sboccia in grembo/ è un piccolo bianco insetto/  tutto petali e memorie,/ vorace e crudele come la vita/ quando alza la voce./ (da “La margherita” pag.41)
      “Tempo di riserva” è dunque questo. Suddiviso in quattro capitoli  richiama le stagioni della vita, che però, curiosamente,  non iniziano con la primavera, ma con l’inverno. Se ci si domanda il perché di quest'ordine, una convincente spiegazione può trarsi dalla prefazione di Gabriella Montanari che, citando in esergo Rudolf Steiner, dice che sentirsi partecipi della natura non vuol dire essere in armonia con essa solo nel momento del germogliare, del crescere, del fiorire, ma anche nel momento del decadere e dell’appassire, poiché  nessuna primavera è possibile se non è preparata  dall’inverno, se, cioè,  non c'è la morte a dare spazio alla vita. 


Questa considerazione, suggerita dall’andamento temporale del libro, fa pensare che la raccolta abbia un senso circolare, che cioè le varie stagioni, non si perdano nel fluire eracliteo del tempo, ma trovino anzi nel suo trascorrere il loro più profondo significato.


D'altra parte se gli eventi si riducessero alla sola materialità, il loro senso andrebbe presto perso; ciò che li rende unici e preziosi è invece la loro eco nel sentire presente, l'intreccio delle nostalgie col pulsare quotidiano della vita.


Nulla dunque passa mai davvero. Per ogni emozione lo scrigno della vita predispone un momento di rielaborazione, di ripensamento, di trasfigurazione, cioè un “tempo di riserva”, che trasfigura le cose e ce le restituisce con accresciuta bellezza.  
In sogno la casa di mia nonna è identica/ in ogni dettaglio alla mia, il tempo è/ quello immobile dell’infanzia, quasi eterno, è estate, un cono di luce segna / la porzione di spazio che in gioco abito./ (da "Bambina di carta" pag.48)

Il “Tempo di riserva” di cui  Silvia Rosa  ci parla  è proprio questo: copre  tutto il tempo, diventa il granaio con cui sfamare la fame d'amore, insegna che la parte preziosa della vita non sta nelle cose che facciamo ma nel sentimento con cui le vestiamo. (Renato Fiorito)

 

CHE SPERPERO QUESTA QUOTIDIANITÀ

Che sperpero questa quotidianità 
svuotata di tenerezze, nudo 
sasso che ci rimbalza contro, sguardo 
d’orizzonte addomesticato asciutto

(e io che costruivo 
geometrie golose di parole 
per rendere meno scialbo 
il battito meccanico 
della lingua contro i denti, 
al modo dei bambini 
provavo il gioco ripetuto 
‒ serio ‒ di stringersi 
ancora e sempre come se 
non ci fosse un seguito)

che sperpero la morte bianca muta 
da un giorno all’altro identico di piccole 
lucciole di felicità intermittenti, schiacciate 
al buio di un tempo così distratto che 
persino la banalità del niente 
avrebbe forse un sapore meno gretto.



NATURA MORTA


Un altro giorno spremuto in fretta 
impastato intero ‒ un grumo ‒ 
dentro tutto il tempo del mondo, 
scolora appena fino alla linea curva 
del cuore, un’arancia d’inverno 
data in pasto alla noia, acida. 
Quel rosso che mi raggiunge sempre 
come un maledetto monito 
– non sprecare ancora le tue ore 
non buttarle via come chicchi 
di neve succhiati a metà – 
adesso è un tramonto oltre 
il vetro appannato di ombre: 
sul tavolo resta affilato 
il ricordo dell’alba, l’ennesima cui 
non ho dato peso abbastanza, 
per questa mia voglia di essere niente 
in pace, dimentico a volte che esistere 
è camminare sul bordo sbeccato 
dell’orizzonte, fuori da questa ovatta 
di nido appassito, ruvida quanto basta 
a perdere anche la pelle.


DITA DI MOLLICA

Ci sono giorni da rosicchiare 
come pane duro 
‒ dal bordo annerito dell’alba 
lungo la crosta delle assenze ‒ 
un boccone che raschia voce e 
lascia segno tra le palpebre, umide. 
Ci sono giorni come mattoncini 
freddi d’acqua, in questa nostra casa 
che ha l’eco del tuo odore e 
alle finestre tende candide di nuvola, 
che spiovono rigando guance 
dove hai lasciato briciole di baci 
e tra le labbra una promessa 
di lievito e di sale, il terrore autentico 
di perdersi fuori da una porta 
senza più cardini e dai tuoi pensieri 
chiusi a chiave, una serratura arrugginita e 
svuotate le mie mani, le dita di mollica 
da buttare ai pesci.


CON TUTTA LA MIA VOGLIA DI NON ESSERCI

Io non volevo questo tempo 
che mi divora i fianchi, in cui le ore 
impazzano al ritmo dei tuoi passi 
avanti e indietro, io non volevo 
il ponte degli incontri popolato 
di bellezza dove i nostri occhi 
si danno appuntamento e fanno 
festa prima di ogni abbraccio,

io non volevo questa bestia 
che chiamo desiderio farsi cucciolo 
e poi famelica sbranarmi, 
i pensieri sgretolati inconcludenti 
e il tuo nome al centro in prima fila, 
la statua ebete che sono 
quando ti osservo muoverti 
dentro la cruna dei miei silenzi 
‒ ancora è una preghiera ‒ 
io non volevo stomaco contratto 
battito da febbre il corpo che fa male 
rimodellarsi di creta sotto le tue mani,

io non la voglio questa attesa 
che mi precipita nel vuoto 
quando non ci sei e tutti i demoni 
della paura e dell’insicurezza 
mi ripetono in cerchio che sono persa, 
non ho più un alibi una scusa lo straccio 
di una resa senza condizioni,
con tutta la mia voglia di non esserci 
guarda come sono immobile, 
adesso, guardami rimpicciolita 
di una vita intera: sto tutta nel palmo 
della tua mano sinistra. Sii gentile, 
abbi cura di questo cuore 
che non ti vuole appartenere

e ti appartiene, nonostante tutto.