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domenica 20 settembre 2026
Strade dissestate a Palazzo Valentini - Roma
lunedì 14 settembre 2026
Poesie d'acqua e di luci
Al Fontanone del Gianicolo – Giardini segreti dell’Acqua
Paola, nell’ambito della rassegna "Eventi a Fontana" diretta da
Gabriele Manili, martedì 15 settembre 2026 poeti, musicisti e attori si
incontreranno per sostenere il diritto di vivere in pace e libertà.
In un tempo flagellato da guerre, odi etnici e
sociali, forme di intolleranza, essi scelgono la poesia come atto di
resistenza e ribellione, sapendo che la la pace non è soltanto condanna della
guerra ma cambiamento profondo delle nostre vite, delle abitudini, del modo di essere e rapportarci con gli altri uomini, la terra e la natura.
È questo lo spirito con cui il reading poetico “Poesie d’acqua e di luci – Poets for Peace”,
ideato e diretto da Renato Fiorito, si svolgerà martedì sera al Fontanone
L’ingresso è libero fino all’esaurimento dei posti.
mercoledì 26 agosto 2026
STRADE DISSESTATE - Terra d'ulivi edizioni
Martedì 22 febbraio ore 17,30 parleremo di "Strade dissestate con Dario Nanni Consigliere, la Prof.ssa Anna Maria Curci, il critico letterario e poeta Luca Benassi , e altri che vorranno aderire a questo invito. Strade che sono quelle delle guerre, della violenza, del razzismo, della politica, ma anche quelle del cuore, dei rimpianti, della ribellione e della speranza. Come ci ricorda questo bellissimo cartello degli anni settanta affisso dai sindcati fuori dalla fabbrica della Necchi, anche i poeti devono saper lottare.
possono resistere e lottare.
lunedì 20 luglio 2026
Renato Fiorito - Strade dissestate - Poesie
Strade dissestate si sottrae alla usuale bipartizione prosa/poesia, recuperando la semplicità della forma narrativa e salvaguardando, nel contempo, la musicalità del verso. Il punto di vista assunto è tessuto sul rovescio delle storie per assumere su di sé lo sguardo delle vittime.
La raccolta poetica è un viaggio in cinque tappe lungo le strade sconnesse della vita: la prima: il male oscuro, parla della follia delle guerre e del dolore che esse provocano; la seconda, Senza fratelli, riporta il dramma che razzismo, odio sociale e sfruttamento generano nei rapporti umani; la terza, Oggetti smarriti, recupera quello che inevitabilmente si perde lungo il percorso e si tramuta in rimpianto; l’ultima, Istantanee, fotografa attimi apparentemente trascurabili dell'esistenza che tuttavia si fissano nella memoria, rendendo i ricordi teneri e struggenti, oscuri e luminosi insieme.
La raccolta si chiude con un breve poemetto, Caos, che è grido di ribellione e resistenza e fa da contraltare al dolore e alle ferite narrate, mantenendo aperto lo spiraglio della speranza.
Il libro, edito da "Terra d'Ulivi edizioni" è acquistabile al seguente link Strade dissestate
giovedì 4 dicembre 2025
Le grandi interviste: Davide Rondoni
La poesia vista dagli autori
Davide Rondoni
Stralcio dell'intervista a Davide Rondoni
(L'intervista completa è sul n.7 di Menabò - febbraio 2021)
La rivista è ordinabile a Terra d'ulivi edizioni
“Non c'è cosa più stupida che definire le persone invece di ascoltarle”
D. Ci si chiede spesso quale funzione abbia la poesia. Le risposte possibili sono molteplici: da quelle che le attribuiscono il potere taumaturgico di trasformare in armonia e bellezza le brutture del mondo a quelle che le negano ogni utilità. La risposta più dissacrante l’ho trovata in un verso dell’australiano Les Murray: “Perché scrivere poesia? per essere stranamente/ disoccupati. per i mal di testa indolori da sfruttare/…” Tra questi due estremi dove colloca la sua risposta?
R. Che bello che citi Les Murray. Les era un geniaccio. L'ho conosciuto e abbiamo fatto un paio di letture insieme. Le sue poesie e i suoi saggi sono tra i più belli del Secondo Novecento. Pensa cose strane, dicevano di lui gli altri poeti più in linea col pensiero dominante, ma lui era un genio, loro no. E quindi la sua apparente "trovata" la preferisco rispetto alla retorica della prima definizione che pur ha qualche traccia di vero. Il fatto è che la poesia non serve a niente, ma a quel niente che appartiene alle cose inutili, che appunto non "servono a niente" e che perciò danno senso alla vita. Nel senso che è incommensurabile ciò a cui servono... A che serve l'amicizia vera, quanto vale? a che serve il dolore, a che serve un bacio? Come lo misuriamo? L'ho scritto mi pare in un libro che si chiama "L'allodola e il fuoco". Lì puoi trovare cose su questa faccenda.
D. Il suo ultimo libro “Quasi un paradiso” è un atto d’amore verso la Romagna, un viaggio attraverso luoghi, personaggi e ricordi conditi col gusto per la battuta iperbolica e a volte salace che, per qualche verso, fa pensare alle straordinarie atmosfere felliniane di Amarcord. Quali affinità sente con il grande regista riminese?
R. In realtà quasi nessuna. Certo, le atmosfere rievocate da quel film appartengono un po' a tutti i romagnoli e a chi pensa di conoscerli, ê una bella cartolina come quelle dei delfini ammaestrati che hanno messo, bellissima, in copertina al libro. Emblemi, luoghi comuni nel senso non solo negativo del termine. Ma per capirli davvero, per non fermarsi alle cartoline occorrono sondaggi e veri acuti e trascendenze che Fellini non aveva e non ha avuto interesse a fare, ormai lui era barocco-romano-occultista, oltre che essere nato nella "grande Romagna" e non nel cuore della "piccola Romagna" come spiego nel libro. Meglio vedere le statue di Ilario Fioravanti, le poesie di Lello Baldini, di Nino Pedretti, di Tolmino Baldassarri, di Giovanni Nadiani. E il mio libro rovescia un po' di quei luoghi comuni, penetrandoli, guardando l'altra parte dell'arazzo. Fellini con la Romagna sta un po' come i gladiatori travestiti sui fori imperiali a Roma...
R. Non so bene da quale costellazione o albero vengo, tanti sono gli innesti, le comete, il confondersi di incontri e collisioni, certo la lezione di Luzi (e Betocchi dietro di lui) e di Testori hanno giovato a non "credere" nella letteratura se non come in una meravigliosa e limitata arte, non come a un mito o, peggio, a un idolo. Da qui forse quel che chiami "lontananza dalla retorica" o meglio assunzione di una retorica intesa come arte della parola che cerca di stare, come diceva Luzi della poesia, "pari alla vita". E questo costa tanto lavoro e spoliazione da tante seduzioni anche della critica o del consenso.
giovedì 16 ottobre 2025
Maria Teresa Coppola
Maria Teresa Coppola - Ragionare d'amore
Maria
Teresa Coppola è di origine salentina ma vive e lavora a
Pisa. La poesia le è familiare sin da piccola, grazie a poeti e artisti
che frequentano la sua casa, come Girolamo Comi, fondatore
dell’Accademia Salentina, Alfonso Gatto, Diego Valeri, Arturo Onofri, Oreste
Macrì, Vincenzo Ciardo e, più tardi, il poeta e critico d’arte Raffaele
Carrieri.
Esordisce nel 2023 con la
raccolta poetica Sottovoce - Edizioni Helicon, con cui vince
il Premio speciale della giuria al Premio Casentino 2023, per la raffinatezza e
i toni delicati dei versi. Nello stesso anno pubblica la silloge C'è
di più (Aletti editore), dove si dimostra capace di vibrante e limpida poesia in un colloquio serrato con l’amato, che lentamente però sembra trasformarsi in un colloquio intimo tra un "Io" consapevole e razionale e un "Es" più
oscuro e misterioso. Con questo secondo libro Maria Teresa si classifica seconda al Premio Caravaggio. Nel
2025, pubblicato da Helicon, esce Cielo abbastanza, in cui esprime la sua
natura poetica all'interno di un rapporto conflittuale
tra memoria, coscienza e sentimento. Infine nel 2025 pubblica con Puntoacapo
questo Ragioniamo d'amore, del quale si parlerà in questa nota.
Ragionare d’amore - Puntoacapo
2025
“Ragionare d’amore” è una
raccolta di poesie che Maria Teresa Coppola ha costruito con amore e sapienza
letteraria, rivelandosi poetessa di spessore e grande profondità. La bella
prefazione di Ivano Mugnaini ne coglie i punti essenziali, essendo, a
differenza di altre, non un inutile orpello che si può saltare senza danno, ma una
guida utile ad apprezzare i molteplici significati delle “stanze” in cui è suddiviso
il libro. Ma detta suddivisione è un assemblamento tematico niente affatto
rigido, poiché tutte le poesie dialogano tra loro in forma libera ma unitaria,
richiamandosi l’un l’altra in una struttura atemporale, contrassegnata, più che
dagli eventi, dai pensieri e dalle nostalgie, dalle aspettative e dalle paure,
in un dualismo di opposti che sono, insieme, pacificazione e inquietudine,
speranza e sofferenza.
Nella poesia d’esordio l’autrice
scrive che cento mani vorrebbe, e cento occhi, e cento versi, tutto per amore,
per cantare lui mentre si muta in ricordo, ed è questo che si ritrova effettivamente
nel libro: le cento mani dell’amore, i cento occhi della conoscenza, i cento
versi della poesia, e il rimpianto, la malinconia e il ricordo per qualcuno che
si allontana o qualcosa che si perde. Suggestioni, flash, versi su
cui tornare e poi ritornare per coglierne il non detto, sentirne il sapore
ambiguo e contraddittorio, scoprire l’odore di stanze, di pelle e di allegria
marina, per usare le parole di un suo verso.
Nella bellissima IV stanza
dedicata agli alberi, ai fiori e alle altre creature, si ritrova l’amore per il
creato, che è identificazione, canto, stupore. Per prima cosa gli alberi, nella
loro armonica connessione con gli altri elementi della natura, per la pioggia
che assorbono, restituendola come linfa vitale risalente fino alle foglie, per il calore del sole che trasformano in promesse di verde che risanano la terra
in un’unica connessione cosmica.
Per esprimere tutto
questo Maria Teresa evoca dalla mitologia egizia i nomi di Tefnut, dea
dell’equilibrio cosmico, umida e feconda, e di Sekmet, forza femminile
primordiale, ambivalente e misteriosa, che può infliggere e curare, signora
della guerra e della distruzione, ma anche della guarigione e della medicina; dalla
mitologia greca, Persefone, divinità anch’essa dalla doppia vita, dea degli
inferi e, insieme, della primavera, in un’ambiguità ossimorica che si
ripresenta poi in tutta la raccolta, e il kakemono, dalla tradizione
giapponese, come un cielo appeso alla parete a ispirare calma e riflessione.
E poi il mare,
immaginato come fiore d’acqua, e i verdi prati da “ritessere con lenzuola di
parole” (pag.86), e ancora il cielo, celebrato nelle sue stelle più
luminose, Arturo, Sirio, Vega e nelle sue costellazioni, Cassiopea, che
risplendono nonostante il buio portato da Erebo, figlio del Caos e fratello
della Notte, come spazio oscuro tra la Terra e l’Inferno, affinché la luce delle
stelle allontani la paura, prima che arrivi il sonno portato da Hypnos. (pag.89)
Poesia matura, dunque,
con versi densi e ricchi di rimandi, allusioni mistiche e mitologiche, efficaci
e insieme eccessivi, come deve essere l’amore e la passione erotizzante.
La ricerca stilistica e
la ricchezza di metafore rendono impegnativa la lettura, a volte a detrimento
dell’immediatezza, poiché parlare d’amore è difficile senza diventare banali, specie
quando si ama davvero e ci si sente vivi, anzi, traboccanti d’amore, ma parlarne
con distacco è cosa triste e sostanzialmente impossibile.
Questa stretta via Maria
Teresa Coppola la percorre con agile intelligenza e naturalezza, affilando il
taglio della passione in una vasta cultura e nell’innata vocazione alla poesia
che la rende capace di affascinare e sorprendere il lettore attento, grazie a
un cuore inquieto, sempre alla ricerca della perfezione del canto, e la bellezza
del verso: “C’è un posto dentro me…/dove mancano girasoli a indicarmi come
tradurre la luce i sillabe tollerabili”
Nella terza stanza si
parla invece dell’autunno, delle sue malinconie e le sue ombre e delle cento
piccole cose, testimoni di abbandoni e invincibili solitudini, e, per contrasto,
dei tanti “io” che la abitano e le danno coscienza di essere finalmente meno
fragile, senza più paura di rompersi.
Ma il cuore della raccolta è
nella seconda stanza, che lascio per ultima, perché in essa si parla direttamente
di quell’amore che il titolo promette. Un amore carnale e, insieme,
spirituale, con echi religiosi e mistici. Non a caso in un verso fondamentale viene
richiamato il canto d’amore per eccellenza, quello antichissimo delle sacre scritture,
il “Cantico dei cantici” dove si legge: “Il mio amato è per me e io per lui,
egli pascola il gregge tra i gigli.” (pag. 26), col suo carico di bellezza
che informa tutta la sezione, dove trionfa l’amore fisico e quello allegorico
con la ricchezza immaginifica della grande poesia “…coglimi all’alba /prima
che Hermes si svegli. / Non fermarti ai pistilli,/ inventa mani tenere ai
petali/e dolci di marmellata” (pag.28) e un eros, addolcito e nobilitato dalla
delicatezza di vesi ricchidi metafore: “…Il drago che abbruna in un
giorno /il bianco dei fiori grandi/ che
puoi nuotarci dentro/ nella coppa di neve e cedro/ vertigine e nausea,/ ritmo
fermo di ossigeno esausto, / che sfoglia l’uovo miracoloso,/ apparso appena
ieri./ Sì poche ore Eros ci assiste.” (pag32). E in maniera più diretta e carnale:
“Diventare per una volta, / noi/ sconfiggere la paura/ guarire la ferita/
sapere che la mia voce/ è la tua/ quando dice “ti amo”/ e incalza / “Non ti
sento,/ amami più forte” (pag.33)
Insomma un libro da
scoprire e che vale la pena leggere e conservare, per riassaporarlo poi più
volte, in cui i versi sono collocati in un tempo “altro” dove i contorni
sfumano nel sogno, nella nostalgia e nel disincanto di ciò che è andato perduto
e nella aspettativa di ciò che potrà venire.
Renato Fiorito
Roma, 14 ottobre 2025
Poesie
Cento mani
vorrei
per scalare la
luce
il tuo corpo
buio,
slacciarti le
scarpe
ed appenderle
al ramo più alto
dell’araucaria che
buca,
riaprire la finestra
sul tuo volto,
i lembi riaccostare
del dialogo
interrotto,
cucire il tempo
strappato
che d’ora in ora
ci allontana
in un istante
del respiro
infinito.
Cento occhi vorrei
per guadarti oltre,
cristallino e
incrollabile cuore,
statico-estatico
furore
di leggerti tutto
di nuovo,
come lavato di
pioggia,
immobile fissarti
come lupo a preda
in conversazione
di morte,
assolverti di
rispetto
e volgerti le
spalle.
Cento versi vorrei
In cui restare
distesa
Insieme al tuo
dolore,
catturare
l’eccedenza
interna che resiste
al tuo muto
mutarti in ricordo.
***
“Il mio amato è
per me e io per lui”
E il mio amore è
per sempre,
basta per due
anche quando non
mi basto.
Non aver paura,
non aver mai paura
di me.
So amarti anche da
sola, anche
nei giorni che non
mi puoi parlare
se non sai
a chi parlare d’amore.
La feluca o il
brigantino
armerò nei
pensieri
per seguirlo.
“Egli pascola il
gregge tra i gigli”
e io serbo per lui
frutti
di mandragore profumate
e resto sigillo sul
tuo braccio.
***
Non piangono gli
alberi.
Quasi spogli
ringraziano
L’umida cantilena
Della dea della
pioggia,
i cori delle
gocce,
premura di linfa delle
radici
sacre di silenzi e
presagi.
Risveglia Tefnut
archeologici strati
dove conserva
intatto
il calore buono
del sole,
dimentica il
respiro di fuoco
di Sekmet
e culla promesse
di verde,
risana gallerie di
lombrichi.
Aprendo gli occhi
sugli occhi lavati
del mattino,
ritorna lieve la
nostalgia
di lacrime che più
non mi soccorrono.
mercoledì 8 ottobre 2025
Umberto Piersanti
Umberto Piersanti - L’isola tra le selve – Poesie scelte 1967/2024 - (Marcos
y Marcos 2025)
L'isola tra le selve - Umberto Piersanti - Libro - Marcos y Marcos - Le ali | IBS
Vi sono poeti che sembrano tali sin
dal loro apparire, per il solo aspetto esteriore, e Umberto Piersanti è uno di
questi. Se guardo la sua foto, vedo il sorriso mansueto, la nobile barba
bianca, la sciarpa colorata, il candido cappello a falde larghe e un guizzo
ironico nello sguardo che istintivamente mi fanno pensare che questo è un
poeta.
La conferma arriva poi dalla lettura di questa sua silloge, L’Isola tra le selve, che subito mi
coinvolge. Per prima cosa l'emozione. È così raro trovare la
semplicità di un’emozione nella gran parte delle poesie d’oggi; l'impegno
letterario si, la ricerca linguistica e lo studio pure, ma quasi mai il fremito
di una vera emozione. La sua invece è una poesia commovente poiché parla, con
veridicità e naturalezza, della vita di tutti i giorni, dei suoi fragili
sogni, e del tempo che passa sopra di loro e li sbiadisce. Ci
dice della giovinezza perduta, delle prime passioni, dell’amore per
la terra natia e per la gente che la abita, che è poi la terra delle
Cesane, che è anche la nostra terra, l’Itaca a cui vorremmo tornare:
“Itaca è là/ così vera/ e presente,
/fatta di terra/ e acque e foglie/ l’hai intravista/ e persa mille volte,/
un’isola nel mezzo/ di fitte selve,/ forse impossibili/ da solcare.” (pag. 227)
La prima poesia del libro è un frammento
lirico che potrebbe essere assunto come manifesto illustrativo dell’intera
raccolta, uno squarcio sintetico su quanto poi si leggerà:
“Ricordi la casa perduta tra i
greppi/ il sapore del fieno/ e l’immensa famiglia contadina? Il primo bacio
stupito al Cappuccini/ e Dio e la morte a sedici anni?”
Queste poesie, scritte nel corso di un
sessantennio, quasi un’intera vita, raccontano la storia dell’uomo, il suo
percorso poetico, disinteressato alle mode e alle vecchie avanguardie, ormai
esaurite, e alle nuove, che pure, in gran parte, si esauriranno presto, per ritrovare
la bellezza del verso classico, la limpidezza delle immagini, la
comprensibilità dei sentimenti.
In proposito, nella sua prefazione,
il filologo e critico letterario Massimo Raffaeli giustamente osserva che la
poesia di Umberto Piersanti è “segnata da una perfetta alterità
rispetto al decorso dei poeti della sua generazione formati nell’età di un
acceso sperimentalismo e, presto, colpiti dall’interdetto alla poesia dove si è
conclusa la parabola della neoavanguardia.”.
Egli si muove lungo una direttrice neo-classica che, come scrive il prefattore, va da Pascoli (l’amore per la famiglia) a Leopardi (l’apertura stupita e dolorosa all’universo), da Carducci (la purezza delle immagini) a Ungaretti (l’asciuttezza del verso) fino a Pavese (l’attaccamento alla propria terra) e Neruda (per la ricchezza sfarzosa delle metafore) nella quale, via via, questi influenzano a turno, o tutti insieme, la stesura dei versi.
Le liriche, raccolte in 11 capitoli,
scandiscono i tempi di un viaggio letterario che ripercorre in maniera
suggestiva e onirica i luoghi dell’infanzia, i ricordi legati alla guerra, alla
terra delle Cesane, all’amore per la natura e la famiglia, a partire dalla
madre, evocata con amore e nostalgia, come nella poesia “Solo un anno è
passato”:
…ci fu un tempo felice nella casa/
col padre e le sorelle, tu ci guidi, / ma la vita e la morte ci disperse/
rimanesti con me ad aspettarmi/ ti ringrazio madre per quei giorni. (pag.120),
e per il figlio Jacopo, sofferente di
una grave forma di autismo, verso il quale il poeta esprime un pudico ma
struggente dolore per la sua condizione straniante:
io e te forestieri/ in questa sala,/
e tu straniero/ anche dentro il mondo. (pag.155),
insieme allo spaesamento del cuore di fronte all’incerto
futuro:
…ma il cavaliere conosce/ la sua
meta? / sa dove conduce/ la bianca strada? la meta, quella/ neppure la
sospetto, / ma le colline si, / sono le mie… (pag.186)
In Umberto Piersanti il verso appare dunque melodico, narrativo, aderente alle vicende concrete, seppure traslate in un tempo mitico e sognante in cui ogni dettaglio si trasforma in emozione, diventando la porta attraverso la quale è possibile accedere a una diversa realtà, sospesa tra simbolismo e metafisica. La scansione ritmico-musicale e la sincerità dei versi li salvaguarda dal rischio di malinconie e rimpianti di maniera, diventando la porta attraverso cui è possibile accedere a una diversa realtà, sospesa tra simbolismo e metafisica. La sua poetica, infatti, pur legata alla terra e alle radici, non è mai localistica e chiusa in se stessa ma allude sempre ad altro e si fa strumento per orientarsi nel mondo e capirne le dinamiche esistenziali.
In conclusione, questa bella e ampia antologia, che raccoglie poesie provenienti da precedenti raccolte, aggiungendone altre, conferma in Piersanti un letterato necessario in tempi così cinici e feroci, ponendosi egli come mite ma solida barriera alla catastrofe spirituale, consentendo a noi di meglio affrontare i marosi e uscire confortati e arricchiti dalla sua lettura.
Renato Fiorito
Roma, 10 ottobre 2025
Poesie tratte da “L’isola tra le selve”
L’osteria del mare
in quale vicolo persa,
laggiù, sul mare?
Madre, giovane madre,
fu la nostra vacanza,
la sola forse,
allora non usava,
e quei fischioni rossi
con foglie verdi [1]
mai ne ho trovati altri
così perfetti
e l’azzurro d’intorno
ci cerchiava,
ci ubriacava di luce
sulla panca
sono sceso alla costa
l’ho cercata,
ma il tempo muta
e le strade e le case,
cambia perfino l’aria
era l’aria allora
così diversa
io la solcavo
stretto alla tua mano,
la tua veste leggera che risplende
contro l’Ardizio[2]
verde come il fosso
dove fatica la gente
del mio sangue
io quei giorni
me li porto dentro,
il cammino mi fanno
più leggero.
(Ottobre 1992)
Il bosco di castagni
lontano, il più lontano,
oltre ogni greppo
oltre ogni fosso
e valle,
sotto remoti monti.
E la stagione?
Il tempo?
no, non ricordo,
solo c’era l’asiatica
e non s’andava a scuola,
potevi camminare
il giorno intero.
E i compagni?
di loro più
non so il viso
e l’andatura,
uno era alto,
l’altro tozzo e forte
e giungemmo tardi alla radura
che tra i castagni splende
e li rischiara
s’aprivano i sentieri
tutt’attorno,
e se ne prendi uno
quello è la sorte
e accompagna i tuoi giorni
e le vicende,
solo era difficile
staccarsi,
avevamo fatto
tanta strada insieme,
nella radura poi
si stava bene,
l’erba soffice e alta
ti ci puoi sdraiare,
sui rami canta
il verdone e i fringuelli,
fino a un’ora tarda
restammo lì distesi
ma prima che fa buio
bisogna andare,
ognuno prende da solo
la sua strada.
(Febbraio 2020)
Il capriolo
s’è perso,
gemono rami e erbe
al suo gran pianto,
forse lo trova il lupo,
forse la madre.
[1]I fischioni sono
uccelli acquatici (anatre selvatiche), con il petto rossastro e le ali con
riflessi verdi. Il verso è dunque un lampo cromatico, un’immagine sensoriale e
pittorica, tipica di Piersanti:
[2] ’Ardizio
è un promontorio costiero che si trova sul litorale adriatico tra Pesaro e
Fano,
L’osteria
del mare
Quell’osteria,
madre,
in
quale vicolo persa,
laggiù,
sul mare?
Madre,
giovane madre,
fu
la nostra vacanza,
la
sola forse,
allora
non usava,
e
quei fischioni rossi
con
foglie verdi [1]
mai
ne ho trovati altri
così
perfetti
e
l’azzurro d’intorno
ci
cerchiava,
ci
ubriacava di luce
sulla
panca
sono
sceso alla costa
l’ho
cercata,
ma
il tempo muta
e le
strade e le case,
cambia
perfino l’aria
era
l’aria allora
così
diversa
io
la solcavo
stretto
alla tua mano,
la
tua veste leggera che risplende
contro
l’Ardizio[2]
verde
come il fosso
dove
fatica la gente
del
mio sangue
io
quei giorni
me
li porto dentro,
il
cammino mi fanno
più
leggero.
Ottobre 1992
Il
bosco di castagni
Il bosco di
castagni
lontano, il più lontano,
oltre ogni greppo
oltre ogni fosso
e valle,
sotto remoti monti.
E la stagione?
Il tempo?
no, non ricordo,
solo c’era l’asiatica
e non s’andava a scuola,
potevi camminare
il giorno intero.
E i compagni?
di loro più
non so il viso
e l’andatura,
uno era alto,
l’altro tozzo e forte
e giungemmo tardi alla radura
che tra i castagni splende
e li rischiara
s’aprivano i
sentieri
tutt’attorno,
e se ne prendi uno
quello è la sorte
e accompagna i tuoi giorni
e le vicende,
solo era difficile
staccarsi,
avevamo fatto
tanta strada insieme,
nella radura poi
si stava bene,
l’erba soffice e alta
ti ci puoi sdraiare,
sui rami canta
il verdone e i fringuelli,
fino a un’ora tarda
restammo lì distesi
ma prima che fa
buio
bisogna andare,
ognuno prende da solo
la sua strada.
Febbraio 2020
Il capriolo
Il
capriolo piccolo
s’è
perso,
gemono
rami e erbe
al
suo gran pianto,
forse
lo trova il lupo,
forse
la madre.






