venerdì 2 ottobre 2020

Marzia Spinelli

 

Marzia Spinelli – Trincea di nuvole e d’ombra. -Marco Saya Edizioni 2019 



Marzia Spinelli, poetessa romana, è stata tra i fondatori della rivista Línfera, per la cui attività ha ricevuto il Premio Spoleto FestivalArt 2014, e nella redazione della rivista Fiori del male. Ha collaborato ad altre riviste di arte e letteratura tra cui Omero, La Bottega del restauro, Frontiera (supplemento a Gli immediati dintorni). È presente in varie antologie. Suoi testi poetici sono stati commentati su riviste di critica letteraria quali Puntoacapo, Pagine, Studi cattolici, Noi donne e su alcuni blog letterari.

Ha curato rassegne di poesia presso la Federazione Unitaria Italiana Scrittori e il Comune di Roma. Nel 2013 ha partecipato come autrice a Ritratti di poesia.

Ha pubblicato le raccolte: Fare e disfare (Lietocolle Editore, 2009, nota introduttiva di Guido Oldani), Nelle tue stanze (Progetto Cultura editore, collana Le Gemme, 2012, prefazione di Alberto Toni), nel 2014 l’ e- book Nel cielo dell’altro un po’ più ampio a cura di La Recherche Poesia condivisa 2.0., prefazione di Mario Melendez; Trincea di nuvole e d’ombre (Marco Saya Editore, 2019, prefazione di Plinio Perilli). 


 Nota critica di Renato Fiorito

Cosa vuol dire sentirsi in trincea avendo con sé l’unica arma della poesia? E se la trincea è fatta di nuvole e d’ombre si tratta solo di una suggestione letteraria, di un cedere all’armonia dei suoni o vi sono argomenti e sostanza a sostegno di questo bel titolo di Marzia Spinelli?

A leggere “Trincea di nuvole e d’ombra” si fa presto a scoprire che Marzia ha preso molto sul serio il suo dettato. Nelle sezioni del libro si trova infatti tutto quanto il titolo promette: c’è la trincea d’ombra, quella dei combattimenti quotidiani, la trincea degli ospedali e quella della parola e della poesia. E ci sono infine le nuvole osservate al periscopio, esaminate nella loro misteriosa lingua, nella loro evanescenza. E c’è infine la “tregua”, la scoperta di una transitoria pace, l’aurora innevata, la resa del corpo alla panchina di sole e il vento che muove le nuvole.

Ma perché questa terminologia di guerra? Qual è la battaglia che Marzia Spinelli combatte dalla propria trincea, e a cosa deve resistere, con quali armi e con quali speranze di vittoria?

Una prima risposta sta nelle nuvole, proiezioni di una vita inafferrabile, in perenne divenire, cangiante e azzurra, grigia e colorata, in cui ci immaginiamo eterni e dove invece siamo fantasmi che passano presto, anche se vorrebbero durare. Per questo cambiamo, ci mascheriamo, ci impastiamo di luce e di ombre.

L’ombra è protagonista della silloge, “sagoma muta, fedele” che sopravvive alla trincea dell’io (pag 27), a dire che la nostra sostanza è ombra e l’ombra è sostanza, che siamo fatti così, che l’oscurità che temiamo, che combattiamo, di cui diffidiamo e di cui abbiamo paura siamo noi stessi, è dentro di noi, siamo noi.

Potrei vincere cancellandomi/ e lei con me. Rinnegarli tutti/ i fantasmi” scrive Marzia (pag.28) Dunque vittoria impossibile o vittoria certa, se si accetta l’ambiguità del vivere, l’inganno di eternità, l’ombra come unica verità ontologica.

Da Alpha e Omega tutto si trasforma, mentre il mondo sembra abbracciarci già ci sta abbandonando. Per questo inventiamo trucchi, distrazioni, resistiamo all’inevitabile per costruirci illusioni di continuità e sicurezza, e creare case che non sono nostre ma che tengono lontani tempo e stagioni.

Il corpo, dimentico all’angolo della storia, all’angolo di tutte le storie, vive su un confine incustodito e lontano, via da un presente in cui è straniero anche il pianto (pag.31)

Affondati nella trincea del quotidiano ci chiediamo dove stiamo andando, domanda che è di tutti e che non ha risposta, idea folle che qualcosa ci sia che ci sopravvive, che possa salvarci dalla dimenticanza e ci dia pace (pag35). Le ombre che ci avvolgono e si muovono dentro, sono infatti destinate a prevalere, a prendersi tutto lo spazio. Tuttavia, nel frattempo si possono raccogliere piccoli segnali di tregua, come è il colore dei ciclamini, colore che resiste alla polvere e reiventa la vita. E a questa fragile tregua possiamo abbandonare il cuore. “…sboccia dai ciclamini l’impalpabile tregua,/ a resistere alla polvere, all’inverno, indomita/ l’anima.” (pag. 36)

Dunque canto pensoso questo di Marzia Spinelli, che ci immette nel grande alveo della poesia dove si affronta il tema dei temi, quello del significato dell’esistenza, su cui poeti e filosofi si cimentano da millenni in ogni parte del mondo: la realtà e la sua immagine, la luce e l’ombra. In proposito il poeta francese Raymond Queneau in una poesia dice: “…ombra è l’ombra di sempre/ ombra è ogni essere che fugge“ da (Poesia francese del novecento (Bompiani, 1985), e il poeta russo di fine 900 Viktor Krivulin  magnificamente scrive: “La nostra causa è cercare e non trovare/ La nostra causa è amare, fugaci, in segreto ” e poco più avanti: “Il nostro tempo è nebbia d’autunno sul fiume,/ È il nostro nome eliso dalla nostra mano,/ Perché di notte non ci restano che/ Il dubbio, la coscienza e la neve”. (Concerto a richiesta e altre poesie (Passigli 2016)

Del resto cosa sarebbe la poesia se non ci ponesse di fronte all’inesplicabile mistero della vita, alla struggente vacuità delle cose, se non desse voce all’indicibile, allo smarrimento del cuore, alla speranza che non ha speranze. Davanti alla sconfitta immancabile, alla perdita di tutto, si alza la resistenza del verso, la bellezza e la struggente malinconia del canto, l’eroismo della lotta senza speranza di vittoria e l’impalpabile tregua del ciclamino che, secondo la bella immagine di Marzia, si ribella al grigio, alla polvere, all’inverno.  (Renato Fiorito)

 


Per l'acquisto:

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Le ombre in trincea sotto nubi 

dalle mutevoli forme: le guardano

a tratti, quale presagio di quel che accade

a terra


dove scorrono fiumi

e tutto sgorga dall’acqua,

dove colano scorie

ingannevoli anche del cielo.

 

Dove tutto stagna. Zampilla.

E passa.


              °°°


 Di questa vita in divenire

cangiante e azzurra. Orma felina

e tartaruga, sempre compagna quest’ombra

distesa, a terra stremata che rialza,

quanto consapevoli? quanto fermi

in un confine, là in un sorpreso silenzio.

 

L’urto pungola, incede nel sogno.

Là dove pare vinca la notte

è il giorno, l’ignoto giorno a continuare.

E noi duriamo, come fantasmi.


°°°


Tace la piccola trincea di scrivanie,

ma smuove ore e mattini

e ingrossa un giorno improvvisa,

come onde del mare in tempesta

senza spuma

 

il sole smeriglia fiori e piante

come fosse ancora da nutrire un seme

necessario, oltre lo spreco di carta e vita

che s’ammucchia

 

oltre il limo che sale ad ogni fine estate

sboccia dai ciclamini l’impalpabile tregua,

a resistere alla polvere, all’inverno, indomita

l’anima.


 °°°


alla panchina di sole

ci siamo arresi

un giorno qualunque

come arrendersi a un dolce morire

in piena luce.

 

gli occhi chiusi nel bagliore,

raggio che traversa la mia 

e le altre accanto, simili e diverse,

per quella pace e luce riverse

su l’angolo di legno, sul ferro arrugginito.

 

Per tirar via le maschere

e il grigiore della pelle,

per un nitore del pensiero

e una forza nel cuore,

agili corde all’intemperie.

 

Anche la carezza del sole è una parola.

 

Seduti alle panchine

angoli di vita e sogni. 

Chi sente il peso del Tempo,

chi l’occhio vigile di Dio. 

 

Il vento muove la nuvola,

come Destino la inclina su ogni panchina,

come ombra di passaggio.

Forse la vedono tutti,

sagoma in chiaroscuro,

spirito che sorride in lontananza.

 

°°°


La Poesia è un vento,

si spande sulla terra e la solleva.

Mette radici passo a passo.

E tra peso e aria

fingiamo l’eternità.

 


giovedì 16 luglio 2020

Raffaele Castelli Cornacchia



Raffaele Castelli Cornacchia - “La zona Rossa” 
Ed. Transeuropa 2020

(Nota di Renato Fiorito)




Si dice che dopo 7 anni i matrimoni si rompono o si stabilizzano. Sono passati giusto sette anni dal sorprendente ultimo libro di Raffaele Castelli Cornacchia, “L’alfabeto della crisi”, nel quale il poeta aveva dato voce a tematiche che, in genere, sono lasciate fuori dalla prassi poetica perché attinenti all’economia, al lavoro, alla politica. Ora Raffaele, dopo avere maturato riflessioni e esperienze di vita, è tornato con questa nuova silloge a dirci che il suo matrimonio con la poesia durerà ancora a  lungo.
L’evento che ha spinto Raffaele a impegnarsi nel nuovo lavoro è stato un avvenimento doloroso: la morte della madre dovuta alla pandemia, e il coronavirus che si insinua e minaccia anche la sua vita. Il libro è il resoconto di prima mano dei pensieri che attraversano la mente di un ammalato, resoconto che però diventa subito poesia, sconcerto, ribellione; libro inquieto, dunque, libro caos, caos di pensiero e di molte verità tirate fuori dal pantano assurdo della vita nel quale l’esistenza diventa fragile, assediata dalla attesa, dalla paura e dal rimpianto di non averla assaporata sino in fondo:
“Era meglio esser partiti prima/ con i suoi suoni, e il sentir bene/ il piacere, e il tempo che passa/ con tutta la forza, della terra.” (pag.11)
E poi c’è l’isolamento, il pericolo di contagiare, la mortificazione di coloro a cui viene inibito ogni contatto:
“Quindi non toccarmi. Non respirarmi./ Sono l’avvento del tuo sapere.// Sono il tuo intelletto scemo/ la sepsi della connessione certa/ il guasto nella tunica griffata/ la contaminazione del prodotto/ la corruzione nella rotazione/ l’infezione ronzante d’un insetto/.” (pag. 13)
La realtà dolorosa diventa allora come la sala d’aspetto di un sogno a cui si chiede solo una via di fuga:
“Un sogno comodo, da veri stronzi/ come son poeti e sognatori/ che in sogno non stanno mai fermi/ e dev’essere colpa del sapere/ che non sai che accade a muoversi/ ma sai che succede a stare fermi/ non cambia nulla, si chiama incubo” (pag. 14)
La malattia ruba la realtà e la sostituisce con immagini, deliri, rimpianti e un senso di spossatezza che annulla la volontà di combattere:
“La spossatezza, è voglia di pace/ di prendersi cura dell’ottimismo/ di rivangare i corpi percorsi/ di, starsene senza fiato sott’acqua.” (pag. 16)
Ma non manca l’ironia, il sarcasmo contro i riti, le parole inutili, la retorica dei media e la realtà che cambia ognuno, nella paura nella speranza che l’emergenza possa presto finire:
“Niente più puttane tanti notai/ e più farmacisti che operai/ e cerberi a custodire cosa/ e, quel bislacco senso del disuso/ a muffire ironia, e sorte.” (pag. 17)
 Il verso procede così imprevedibile, senza mai accartocciarsi sul proprio dolore, sulla malattia, diventando   fuga semmai, lotta semmai, un modo per tergiversare, reagire, raccontare fatti e incongruenze, e inventare parole, assonanze, rimandando ad altro, al non detto e chiedendo al lettore di farsi parte attiva, interpretare, riconoscersi o dissentire, nonostante la fatica della salita lo freni, i voli logici, le impreviste figure lo lascino in parte incerto, in parte affascinato.
Una specie di disordine descrittivo che richiama la confusione della mente impaurita, sconvolta nelle sue abitudini dal capovolgimento della realtà:
“Non c’è ordine nella bellezza, e /t’illudi d’avere delle idee/ e le digiti sopra un foglio, ma/ il tuo pensare non è un germoglio/ si rivolta sterile su se stesso/ costruisci effetti per la gente/ e il tuo tratto non ha contorno” (pag.20)
Emerge la critica sociale, l’invettiva, la ribellione ai luoghi comuni, alla bontà tanto al kilo della società in declino:
“Non è tempo del senso dell’inizio/ di sacrifici su ordinazione/ di solidarietà senza le mani/ di schifarsi dei soldi da spendere/ o piuttosto di quelli da prendere.”(pag 23)
“Per imbrogliare: per questo si nasce./ Sasso carta perde, forbice vince./ Tutto qui. Perdi, ti strappi il petto/ ti squarci il petto pure se vinci…” (pag.24)
“Rivoluzione, eiaculazione/ secoli di cimiteri perfetti/ lapidi di giudizi. Pregiudizi./ Nulla più che spazio fra le costole.” (Pag.26)
Entra nei versi quello che non funziona nella società: le inquietudini, lo scontento, il rifiuto delle regole, delle consuetudini letterarie per dare spazio e libertà a verità confuse ma vitali:
Raccogli lo sterco che ti circonda/ senza che dicano hai scritto bene/ senza ironie sulla metrica/ sul contagio delle abitudini/ o sul modo di guidare un’auto” (pag.22)
“Meglio, una biro senza inchiostro/ mi rovisto nella testa i grilli/ polpi e fragole, un po’ di bourbon/ l’ultima cosa che invochereste/ un tonno una tinca, uno squalo/ nell’impresa, di saper ritornare.” (Pag. 29)
Critica sociale e politica, dunque, questa “Zona rossa” ma senza cattedra, senza maestri, critica che ingloba il poeta stesso, la sua vita, le sue scelte, e le scelte della gente intorno impastate di illusioni e di cinica indifferenza:
“La piccola Ife è in seconda/ gli occhi blu come uno zaffiro/ sezione B, viene dall’Etiopia/ il suo nome vuol dire amore/ e a casa celebrano di maggio/ il cinque, la loro Liberazione/ l’occupazione degli italiani/ ma non le interessa del fascismo/ tutti sono molto buoni con lei.// Fosse davvero l’aria a mancare/ anche la Libertà avrebbe la sua/ di terapia intensiva ma no/ non è una libertà generica/ a far difetto, è il carattere sia dell’aria che della libertà…” (Pag.58)
“Ma, che gusti avrete mai voi oggi/ di nuovo arruolati alla folla/ di nuovo pronti al passo incerto/ a tentare un’esistenza viva./ Non ce li renderanno nuovamente/ i nostri immacolati sospiri/ senza smania stavolta, di cambiare.” (Pag 55)
“Così, rappresentati degnamente/ da giullari servi e mascherine” crepammo, dimentichi dei mandanti.”(pag 56)
Poi, sul finire, il registro stilistico si modifica, il verso diventa limpido, calmo, pacificato, come per un approdo sperato, dove riposare il cuore e fare emergere ciò che conta davvero: il dolore, la perdita della madre, la malattia, il rimpianto.
“Così in quei giorni tutti i respiri si riunivano/ in collane di labbra che sono diventate parole/ pudiche sincerità, poesie, e cambiamento.”(pag 59)
Il figlio ribelle, il figlio poeta resta solo col rimpianto di ciò che ha perso e con una battaglia decisiva da combattere, perché sa che questo è il momento in cui bisogna dare verità e forza alla vita, alle parole, al cambiamento.
“Solo passi di ricordi, ricordo/ la cotoletta non t’è mai piaciuta/ nel vino mi mettevi lo zucchero/ eri fatta così, poco realista/ e ora ci separiamo davvero./ Il mio cuore s’è rappacificato./ Vado a pagare il mio conto.” (Pag. 54)
“Prima d’allora avevo sempre detestato la routine/ le rassicuranti liturgie della quotidianità/ ma la lotta per la sopravvivenza richiede ordine/ così in quei giorni presi ad avere abitudini. … //Così in quei giorni tutti i respiri si riunivano/ in collane di labbra che sono diventate parole/ pudiche sincerità, poesie, e cambiamento.” (pag.59)
Un libro da leggere dunque, non usuale, non letterario, che raccoglie dalla vita piuttosto che da altri libri nel quale Raffaele Castelli Cornacchia si conferma ottimo e originale poeta.
Renato Fiorito







Addio Beni

 Così alla buona e di passaggio 
mi fermo a pranzo nell’osteria.
Nell’ultimo posto dove ricordo 
di averti vista, credo, felice.
Era proprio di strada, al ritorno 
verso la città che non rivedrai.
Sempre più lento, fino alla fine 
ho atteso il tuo fiato finire.
La bara mi sa di quelle standard 
di certo un po’ troppo lunga per te 
con quella testa un poco di sbieco 
il viso severo di una madre
la luna storta fino alla fine.
Da vent’anni non ti vedevo così 
dopo tutto il tempo segreta
nessuno ti ha vista così bella.
Solo passi di ricordi, 
ricordo la cotoletta non t’è mai piaciuta 
nel vino mi mettevi lo zucchero 
eri fatta così, poco realista
e ora ci separiamo davvero.
Il mio cuore s’è rappacificato. 
Vado a pagare il mio conto.


Collane di labbra

  
Prima d’allora avevo sempre detestato la routine 
le rassicuranti liturgie della quotidianità
ma la lotta per la sopravvivenza richiede ordine 
così in quei giorni presi ad avere abitudini.

La pace e il frigorifero ronzavano sicuri
la carne in freezer e le sirene sempre più vicine 
a fendere l’aria del temporale aggirando scogli.

Spalancavo le finestre ad arieggiare i cuscini 
l’abbondante colazione e la merenda coi biscotti 
e la tisana serale intercalavano i pasti
d’una piccola casa di cura cucitami addosso.

Nel farsi pensiero d’ogni cosa nelle tasche briciole 
frammenti di cibo senza fame e notti senza sonno
e gli anni a manciate avvolgevano le scapole.

Dovevo riprendere il peso e le forze smarrite 
impedire che venissero a saccheggiarmi il fiato 
e lasciare che la natura umana del mio corpo 
facesse fino in fondo il suo imprevisto corso.

Così in quei giorni tutti i respiri si riunivano 
in collane di labbra che sono diventate parole 
pudiche sincerità, poesie, e cambiamento.



domenica 19 aprile 2020

Antonella Anedda




(foto di Dino Ignani)                                         (vietata la copia e la riproduzione)






Antonella Anedda. Historiae – Giuilio Einaudi Editore

(Nota di Renato Fiorito)



La poesia di Antonella Anedda è poesia che scorre carsica, poesia d’isola, di luoghi appartati avvolti da secoli di silenzio e di luce. Mandrie di nubi, sciami d’api, anemoni di mare che crescono tra le pagine di “Historiae”, tanto per rubare alla poetessa le sue parole. Ma anche, il mistero, l’orrido, le tragedie antichissime che affiorano come ombre dal suolo, dai ruderi del passato, e la sua capacità di legare cose lontane, disegnare nessi, fare rivivere storie. E poi la malattia, il viso di una giovane infermiera che traluce nel globo della flebo e l’ospedale che sembra una nave nel porto dopo la traversata. Ma qual è la traversata che ha compiuto? Rispondono silenziosamente le figure che si intravedono oltre le finestre illuminate dell’ospedale e che sanno del dolore, della speranza e della malattia che rende disorientante il viaggio e incerto l’approdo. Nel cortile un albero di tasso affonda le sue radici nella terra mentre su in alto, nel cielo d’autunno, corre il carro dell’Auriga, a forma di pentagono, che tiene con le briglie le stelle.

Sono così dense le immagini, così chiare e luminose le poesie, che non occorre commentarle, basta ascoltarle in silenzio, come si fa a un concerto, e abbandonarsi alla loro suggestione: un notturno, un canto, l’umano dolore che si dilata per l’universo. Il quotidiano si ammanta di malinconia, di stupore, di magia, con lo sguardo rivolto al cielo ma con i piedi saldamente piantati nella terra dei padri. Le cose, le nuvole, la terra, vibrano, hanno un’anima e ci dicono che non siamo soli, che tutto ha un’eco dentro di noi.

La scelta accurata delle aggettivazioni, immaginifiche e impreviste, rimandano a un non detto e rendono possibile il salto, forse il volo. In fondo questo della poesia è l’unico percorso possibile per prendere coscienza della parte universale che dimora in noi e liberare il pensiero.

In epigrafe fa capolino una variegata schiera di poeti: Osip Mandel’stam, Tacito, Vivian Lamarque, Charles Baudelaire, Dante, Wystan Hugh Auden, che, simili a numi tutelari, sono chiamati a vegliare sulla poesia di Antonella Anedda. Suggestioni e tematiche mi fanno pensare anche alla migliore poesia francese contemporanea, per la liricità del verso, l’ansia di assoluto, i riferimenti alla natura, in un gioco di prossimità e lontananza. Una poesia pandeistica, dunque, dove il quotidiano si mescola all’eterno e ne diventa proiezione, inaspettato sussulto; il giardino di casa che si collega agevolmente all’infinito e diventa golfo mistico dello spettacolo di un cielo autunnale attraversato da sciami di stelle.

“…Di colpo allora quella tregua consola/ anche noi scettici, come quando un inverno/ affacciandoci per caso ad un balcone abbiamo visto/ lo sciame di Tauridi fendere a sorpresa il cielo buio.” (Tauridi pag,11).

Con grande sapienza Anedda costruisce la sua poetica, la estrae dal fondo del suo essere poetico, restituendo alle parole un suono non contaminato dall’uso, e al verso un sentimento armonico di comunanza con l’universo, la natura, il dolore di vivere. Il suo linguaggio non è il nostro, ma ne utilizza le sonorità, amplificandole e, per la breve durata di una poesia, ci dona l’impressione di riconciliarci con un dio che non conoscevamo, diffuso nel creato e con cui, senza saperlo, eravamo in contatto.

Poesia, dunque, che rimanda al cielo, ma che parte dalla terra, dal fango, dalle radici, dalla quotidianità, per compiere un tragitto che ci lega all’universo, alle costellazioni, allo scontrarsi di comete lontane. Le stagioni diventano così vive e vibranti e parlano di un tempo che appartiene anche a noi se ci abbandoniamo al suo mistero, allo scorrere del fiume che ne è la metafora e che raccoglie in sé contemporaneamente sorgente e foce, fluire e restare. 

Nella poesia “Quanti“ (pag.23) in proposito si legge: “Dicono i fisici che la morte/ sia presente da sempre in uno spazio esatto/ posata accanto alla nascita come un lume o una mela/”.  

L’elemento dell’acqua è, peraltro sovente richiamato, con il suo carico simbolico di lavacro, di tempo che scorre, di aspirazione a una comunione più compiuta. Scrive, ad esempio, la poetessa in Osservazione2: “L’acqua e la terra e tutte le misure portate a corruzione/ la vita bellissima e crudele/… Fuori appena intravisto, un albero di tasso spinge comunque nel prato le radici. Cerca l’acqua nascosta.”, e in “Alghe e anemoni di mare”: “…la testa che immergiamo nell’acqua è la sola promessa/ di una vita ulteriore, nel grigio che sfuma ogni pensiero./… vieni acqua buia intrecciami di ortica/ la crescita lenta è già finita.”

Sullo stesso tema Osip Mandel’stam, richiamato in epigrafe dalla poetessa, aveva scritto: “Una stella si discioglie come sale nella botte,/ più buia è l'acqua gelida,/ più pura la morte, più salata la sventura,/ ed è più vera e più terribile la terra.” (In cortile mi lavavo), e Yves Bonnefoy, importante poeta francese contemporaneo, a cui pure mi viene di pensare, per avere egli sviluppato il tema del significato dell’esistenza, della natura e della morte, scriveva: Noi agitiamo quest’acqua. In essa le nostre mani si cercano,/ Talvolta si sfiorano, forme spezzate./ Più in basso, è una corrente, è qualcosa d’invisibile,/ Altri alberi, altre luci, altri sogni.” (Le nostre mani nell’acqua)

Al centro del libro vi è la dimensione personale, esperienziale, concreta di un vissuto che però non si ripiega su se stesso, non diventa compiacimento crepuscolare ma comprende, analizza, reagisce,  “Davanti alla dismisura delle cose cerco di provvedere,/ scendo nel loro baratro. Ogni volta riemergo.../ (Geometrie). 
Tuttavia, lentamente, si posa sulle pagine, leggero e struggente. un senso irrimediabile di perdita, la nostalgia della figura della madre, il ricordo del suo lento abbandonarsi alla morte che disegna pagine di grande densità emotiva. Ma anche si evidenzia un profondo senso di empatia verso il popolo disarmato degli esuli, dei sopravvissuti, degli ultimi, e il dramma della guerra, la tragedia dei morti affogati, la morte scandalosa che si incunea nel quotidiano con la voce asettica della radio e tramuta in polvere la vita, accentuando il nostro senso di precarietà e di pericolo.

“Oggi penso ai due dei tanti morti affogati/ a pochi metri da queste coste soleggiate/ trovati sotto lo scafo, stretti, abbracciati” (Esilii pag.35)

“La storia moltiplica i suoi spettri, li affolla/ ai confini degli imperi nell’era di ferro che ci irradia.” (Confini pag. 41)

Insomma un gran bel libro, costruito con acume, ricco di spunti, di bagliori, di raffinata cura per la sonorità delle parole e la loro verità. 









Osservazione 2




L’acqua e la terra e tutte le misure portate a corruzione
la vita bellissima e crudele
e il viso di una giovane infermiera
che traluce nel globo della flebo
davvero come perla su una fronte chiara.

Fuori appena intravisto, un albero di tasso
spinge comunque nel prato le radici. 
Cerca l’acqua nascosta.. Non so l'ora precisa,
ma è inverno, pomeriggio,
si accendono i lampioni nei cortili.
Sul ponte che unisce i reparti più lontani
altri visi, altri corpi sfavillano tra i vetri
in un moto sospeso che ci acquieta
come una nave in porto dopo la traversata



Tauridi


Quando fin dal mattino ci si arrende al caldo
aspettando la notte
con le pompe che lavano le strade
e l'asfalto fuma di vapore,
quando la vita non è un intreccio
ma un balbettio di digressioni
affiora dal torpore l'immagine di un'acqua
intravista in campagna tra le felci e le ortiche,
tesa come un lenzuolo con mollette di rami
e un catino di sassi verde-gelo.
Di colpo allora quella tregua consola
anche noi scettici, come quando un inverno
affacciandosi per caso ad un balcone abbiamo visto
lo sciame delle Tauridi fendere a sorpresa il cielo buio.






(foto di Dino Ignani) (vietata la copia e la riproduzione)

Notizie biografiche 

Antonella Anedda Angioy è una delle poetesse più rappresentative degli ultimi anni. Nata a Roma da una famiglia di origine sardo-corsa si è laureata in storia dell'arte moderna, studiando tra Roma (Università La Sapienza), Venezia (Fondazione Cini), dove ha ottenuto la borsa di studio di Alta cultura, e Oxford, dove ha conseguito il titolo di Doctor of Philosophy. Ha insegnato all'Università di Siena e presso il Master di Anglistica dell´Università La Sapienza di Roma.  Attualmente è docente presso l’Università della Svizzera italiana di Lugano.
Il suo libro di esordio Residenze invernali (Crocetti editore) del 1992 ottenne il premio Sinisgalli Opera Prima, premio Diego Valeri, Successivamente ha pubblicato le sillogi: Notti di pace occidentale (Donzelli, Roma 1999; premio Montale nel 2000), Il catalogo della gioia (Donzelli, Roma 2003) e Dal balcone del corpo (Mondadori, Milano 2007), vincitore dei premi Dedalus, Dessì e Napoli). Nel 2012 è uscita per Mondadori la raccolta Salva con nome, per la quale le è stato conferito il premio Viareggio-Rèpaci.
L'antologia Archipelago, tradotta in inglese per Bloodaxe Books dal poeta Jamie McKendrick, ha vinto il John Florio Prize per la traduzione nel 2016. Il volume è stato oggetto di saggi da parte di italianisti come Peter Hainsworth e Marina Warner sul TLS e di David Cooke sul London Magazine.
Oltre all'inglese l'opera di Antonella Anedda è tradotta in numerose lingue. Due i volumi tradotti in spagnolo: Residencias invernales (Igitur, 2005) con testo introduttivo di Amelia Rosselli. e Noches de paz occidental (Fugger Poesìa, 2001). Nel 2008 è stato pubblicato per l'Escampette, Nuits de paix occidentale, suivi de La lumière des choses, tradotto da Jean-Baptiste Para. La traduzione tedesca di Dal balcone del corpo (Vom Erker des Körpers, traduzione di Annette Kopetzi) è uscita nel 2010 per Litteraturverlag Ronald Hoffmann.
Nel settembre 2019 le è stato conferito il dottorato honoris causa dall’Università Sorbonne IV Paris.
Tra i saggi ricordiamo: Cosa sono gli anni (Fazi, Roma 1997); La luce delle cose. Immagini e parole nella notte (Feltrinelli, Milano 2000); La lingua disadorna (L’Obliquo, Brescia 2001), Tre stazioni (LietoColle, Faloppio 2003), Come solitudine (2003); La vita dei dettagli (Feltrinelli, Milano 2009); Scomporre quadri, immaginare mondi (Donzelli Editore, Roma 2009) e Isolatria. Viaggio nell'arcipelago della Maddalena (Laterza, Roma-Bari, 2013).
Antonella Anedda svolge anche una intensa attività di traduttrice di poeti classici e moderni: ha curato in particolare un’antologia di poesie e di prose di Philippe Jaccottet, Appunti per una semina (Fondazione Piazzolla, Roma 1994) e, sempre di Jaccottet, La parola Russia (Donzelli, Roma 2004); Le sue traduzioni sono raccolte nel volume Nomi distanti (Empirìa, Roma 1998).

Ha collaborato con varie riviste e giornali tra cui "Poesia", "Nuovi Argomenti", "Linea d’ombra", "Il Manifesto".