martedì 29 dicembre 2020

Nicola Grato

 

Nicola Grato: Inventario per il macellaio

 



Nicola Grato è nato a Palermo nel 1975 e si è laureato in Lettere moderne con una tesi su Lucio Piccolo. È autore delle raccolte poetiche: "Deserto giorno" (La Zisa 2009), “Inventario per il macellaio” (Interno Poesia 2018) e "Le cassette di Aznavour" (Macabor 2020). Scrittore di racconti e saggi si è anche occupato di biografie popolari ed è stato drammaturgo per il Teatro del Baglio di Villafrati (PA). Le sue poesie sono apparse su Atelier, Poesia del nostro tempo, Morel, Versus.

 

Nota di Renato Fiorito

 

Sin dai primi versi, “Inventario per il macellaio” (Interno Poesia) ci immerge nell’atmosfera familiare delle piccole cose, nei ricordi del paese, nella nostalgia degli affetti quotidiani: la madre che taglia le verdure, le preghiere sussurrate, le esili speranze, l’uomo che in piazza beve il cielo. 

Ricordi che Nicola Grato tiene vivi, evitando che si impolverino, perdano colore, appassiscano come rosa tra le pagine di un libro. Il suo raccontare ha sonorità e temi da ballata popolare, parla ad esempio della fabbrica di mobili in cui lavorava il padre, dei pali eolici piantati nel paesaggio, della vecchia che per tristezza si ubriaca di amaro Averna perché “non abbiamo che il cuore e fa freddo se siamo soli” (pag.44)

Cose che sembrano trascurabili ma che connotano un senso di appartenenza senza il quale il poeta smarrirebbe la parte emotiva della sua identità. 

Tuttavia nella irrimediabile dissolvenza che il tempo genera, cose, persone, affetti tendono a sbiadire, lasciando solo vecchie foto, i fantasmi di coloro che ci fecero compagnia, tracce di cose perdute e che un giorno amammo. 

Scrive il poeta: “la vita vola, un fiato solamente, la promessa di un marinaio partito per sempre.” (pag.17), e più avanti: “il tuo archivio di morti incorniciati da sempre sul muro, la luce scura dietro l’altarino di san Giuseppe.”(pag.19), e anche: “pietà per le cose perdute e per la luce sul mare della luna maliarda, per la savoiarda zuppa di caffellatte che hai lasciato affogare nella tazza; pietà per la terrazza ora sola e colma di cenere e sale,” (pag.25).

Poesia minimalista, dunque, intima, colloquiale, un registro privato che coinvolge il lettore e fa pensare alla poetica di Patrizia Cavalli, “Addosso al viso mi cadono le notti/ e anche i giorni mi cadono sul viso./ Io li vedo come si accavallano/ formando geografie disordinate:/ il loro peso non è sempre uguale,…” (da Il cielo Poesie 1974-1992 Einaudi) o a quella di Vivianne Lamarque  Con Lei camminerei/ tra l’erica del mio vaso/ millimetri e millimetri di cammino/ microscopico bosco/ io a Lei vicino.” (da Poesie dando del lei” (Garzanti, 1989)

Similmente Nicola Grato dissoda la terra del suo giardino, porta alla luce le antiche radici, non importa se a volte tragiche, scure, come la luce dietro l’altare di San Giuseppe o se le persone non hanno storie rassicuranti da raccontare, bastano i loro gesti semplici, i ricordi che affiorano e la magia dei versi. È troppo poco per sapere di una vita? Forse si, ma di queste piccole cose è fatto un paese, quando il tempo passa e la casa si svuota, non resistendo alla malinconia della resa: “L’ora dell’addio è ora/ – è qui, in questa luce bassa,/ in questo vento di mare che fa/ della casa voliera di memorie.” (pag.29)


È dunque “il tempo” il filo conduttore della raccolta, i giorni che trascorrono insieme alla vita: “…Ma lo sai che domani sarà tutto finito?...” pag50, e più avanti: “due foglietti bianchi/ col numero dieci/ e undici sono/ caduti dal calendario;/”…(pag.52)

Eppure non mancano momenti di ribellione, l’invettiva feroce quando una miseranda realtà fatta di consumismo e apparenza uccide la possibilità di bellezza, di armonia e di sincerità a cui il poeta tende:

“…ricerco nella fatica, nel dolore/ che viene dall’assenza di parole,/ o dall’uso smodato, furbo, accattone/ di talune – e sono coltellate,/ tiri gaglioffi, bandiere al vento del niente/ imbecille e senza scopo./ Lo sai, saranno crociere a Marrakech,/ voli intercontinentali a Dubai/ e disprezzo per il bene del giorno,/ e per la vita tutta – col rancore/ del borghese sazio, della dama/ di compagnia dietro ai vetri sporchi/ dei suoi desideri …” (pag.67)

Subentra allora la stanchezza, il desiderio di abbandonare l’animo al conforto della sera, poiché, come dice la già citata Patrizia Cavalli: “L’amore stanco/ forse è l’unico perfetto.” (da “Datura” 2013 Einaudi)

 “caro Rocco,/ tutte abbiamo cantato le canzoni/ non ci resta che un paese di lune/ sepolte e balconi di sonno folto/ – mentre fanno ressa dei ragazzetti;/ ma c’è un’ora in cui posa/ ogni cura, s’acquieta/ il cuore e la terra/ sa di sole stanco/ – un’ora sospesa a un filo di ragno,/ l’ora di lontane campane,/ l’ora leggera.” (pag.73)

 Una bella raccolta questa di Nicola Grato, che segnalo volentieri all’attenzione dei lettori, perché il giardino della poesia ha tante voci e quella di Nicola non è certo trascurabile.




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  https://www.ibs.it/libri/autori/nicola-grato



cosa conta essere di una casa?

Le piante, i monili, i vestiti

di tuo padre, di tua madre

– i calendari del buon tempo

gli annali di tempeste; cosa conta

essere di un luogo, essere aria

di mare, tempo di guerra e di minestra

se ti recheranno dove non sai?

 

Eppure la vita ci lusinga ancora:

un fiore dalla neve, un sospiro

di vento caldo, lontano lontano

l’odore del mare.

 

***

alleviare di poco la tua pena,

l’angoscia dell’ora che passa

e dell’abisso che viene;

un sorriso di quiete e riposo

come quello che hanno i bambini

nel sonno sperare di vedere

sulla tua faccia glabra una

gioia nella tua voce come

quando preparavi il caffè nel primo

mattino e ci chiamavi al risveglio.

Alleviarti di poco il dolore,

ricordare la gioia, solo la gioia d’averti

conosciuto, e non il gesto di saluto

alla casa in campagna e a tutte le cose,

come chi parte senza biglietto di ritorno.

Solo la gioia, solo la gioia,

non le mani malferme che fallivano

il taglio un tempo sicuro

della ficodindia, o gli occhi tuoi

puntati altrove, chissà dove... 

 

***

 

la cornacchia vola bassa sul campo

ghiacciato nel primo mattino: grigio

di nubi vaporose l’orizzonte.

La vecchia è morta sola, ha lasciato

una figlia che sente troppo il tempo

che però in quella casa pare fermo.

La casa del cantoniere è piena di foto,

fiori finti, cartigli, buste aperte

e lui prega sul calendario vuoto

di giorni e di mesi perché sbiadito

come il muro della chiesa abbattuta

fatto d’azolo e pietre che dicevano

le storie alle donne, tanti anni fa…

Poi il mulino e il fiume interrato,

il tempo passato, le ore sole:

anche se il fiume è un ruscello che sta

sottoterra fa danno, come tarma

rosica case, pietre, assi, travi:

risalirà in superficie e sarà

finimondo nel mondo.

 

***

 

l’uomo paese ha il passo

delle domeniche, sta

in piazza e beve il cielo,

e pare alzarsi in volo quando

suona la campana di messa.

 

È un lenzuolo steso

in un vicolo, è il fiato

fresco delle chiese al pomeriggio,

è una fontanella d’acqua

buona, siamo noi

che guardiamo l’estate

alle soglie, la Brigna verde,

il fico che ha messo le foglie.

 


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