giovedì 9 febbraio 2017

Recensione


Davide Cortese





Lettere da Eldorado 

Edizioni Progetto Cultura


Nota di Renato Fiorito

Lo confesso. Amo la poesia che dà emozioni, quella con dentro la forza vitale del sole, della passione, dei sentimenti. È questo il caso di “Lettere da Eldorado” di Davide Cortese dove l’Eldorado è il mito, la terra oltre le terre a cui l’anima tende, l’isola senza dolore, malvagità, ingiustizie, nella quale la forza trascinante della parola basta a realizzare i sogni



Una mattina mi son svegliato

e non c’era più nulla da temere.

Una mattina mi son svegliato

e potevo essere semplicemente chi ero,

senza che nessuno mi negasse il suo sorriso,

senza essere percosso e offeso,

né maltrattato, né deriso, né ucciso

per ciò che ero senza averlo deciso.

Una mattina mi son svegliato

ed ero fiero di essere chi ero.

Ero nero senza apparire diverso,

ero gay senza apparire perverso,

ero ebreo, musulmano, senza aver perso

la gioia di essere ospite dell’universo.

Una mattina mi son svegliato

e per tutti ero semplicemente un uomo.

E per ciò che io ero: umano,

non c’era affatto da chiedere perdono.



Poesia ricca di immagini, similitudini, evocazioni, ricordi, musicale e struggente, mai sazia di abbracci, di nuvole e di cielo, con dentro un lirismo acuto, colmo di dolcezza, un canto, una sofferenza, una malattia.
Sembra quasi che non debba cercare le parole Davide, non debba curarle, poiché esse fuoriescono da sole, brucianti, vivide, e lui debba solo inseguirle e raccoglierle in fretta, per dare voce all’indicibile, alla passione, al segreto dolore.
Cento metafore sono usate, cento similitudini, personificazioni, sinestesie, anafore per ingabbiare nel verso la ricchezza della vita, il caos e il tormento dell’amore, e fare espandere lo spirito oltre i limiti della singolarità.

“ ... il mio corpo stremato dalla giovinezza,

spaventato dalla bellezza,

eccitato dalla luce.

E posso a fiotti generare popoli che danzino dentro bolle di sapone

e si dissolvano gridando mute verità che tremano,

come incubi d’inverno.

Posso a fiotti disegnare fiumi che scorrono

e che puoi toccare con le dita, bagnandole di colori setati e cangianti.

Posso far librare nel cielo memorie come farfalle,

e storie come falchi, dolori come corvi.

E posso far fiorire sorrisi sulle tue mani, e sangue tra le nuvole,

nella musica triste di un’alba audace e bianca.

Ciò che si muove in me è così vivo e morto che mi fa paura,

e mi commuove, e mi addolora…”


La sua poesia è un continuo emergere di ricordi, un sussultare di lava, un bisogno quasi religioso d’amore che il cuore reclama contro le convenzioni e i pregiudizi:


“Sbigottitevi, adesso,

poiché dentro la vostra chiesa

io benedirò il nome di un demone:

l’amore.

Demone che con dita di fuoco

ci coglie nel petto il cuore vivo

per sfamare notti avide di tenerezza.

Demone che ci altera il respiro,

demone che ci possiede,

che ci mette sulle labbra lingue nuove.”


Passione, dicevo, come forza che spinge a scrivere, come ineludibile bisogno primario a cui è impossibile resistere:


“E fiori e paesi e stelle

mi esplodono dentro, mai esistiti ed esistenti,

struggentemente vivi e mai visti.

E mi duole il sogno.

E mi lacera.

E si lacera perché si muove come un passero

che si getta da un lato all’altro della gabbia.

Ed io sono la gabbia,

e lo sento quest’essere che mi lacera le viscere

e che vuole libertà.

E questo fiore che mi spinge come fossi terra

perché vuole darsi al sole,

io lo sento.

Mi fa male.

E mille fiori sono,

non un solo passero.

Miriadi di farfalle dalle ali preziose.

Dentro mi si muove un universo

che l’universo non basterebbe a contenere.”



Al contrario dei tanti poeti imborghesiti dal loro stesso celebrarsi, che sanno tutto sulla tecnicalità e nulla sull’amore, tutto sulla sintassi e neppure una parola sul fuoco che può bruciare un’anima. ciò che muove i versi di Davide Cortese e li rende incandescenti è il furore dei sogni, il loro ribollire sotto la pelle. Forse non è estranea a ciò la magia della nativa Lipari, delle rocce incandescenti di Vulcano e del mare infinito che abbraccia l’orizzonte. È quella la culla, è quella la madre. Lì prendono forma e esplodono le lettere che arrivano dall’Eldorado, anzi è proprio quello l’Eldorado, dove i sogni diventano pensieri di vita, di tenerezza per il mondo e per se stessi, fluttuante malinconia per quello che siamo stati e per ciò che non saremo:


Quando non ci sarò più

i palloncini continueranno

a sfuggire di mano ai bambini

e saliranno rotolandosi

verso il cielo

accompagnati dallo stupore

o dal pianto.

Gli autobus continueranno

a farsi attendere alle fermate

e le zanzare continueranno

a tormentare il sonno della gente.

Alcuni sogni continueranno

ad essere dimenticati al risveglio,

altri ad essere raccontati agli amici

con dovizia di particolari.

Gli innamorati continueranno

a credere nell’amore eterno

e nelle biblioteche richiederanno

ancora “Una stagione all’inferno”.

I ragazzi continueranno

a scrivere poesie

o anche solo “ti amo” sui muri.


E io sorriderò

di tutte queste cose,

di queste piccole cose

che ho conosciuto sulla terra

e tirerò su col naso

con un po’ di nostalgia.


Se la grande editoria non fosse occupata dal potere, se la televisione non fosse popolata di clienti, se i giornali sapessero parlare ai loro lettori delle cose che arricchiscono la vita e la scuola insegnare ai ragazzi ad amare la poesia “Lettere da Eldorado” farebbe bella mostra di sé in tutte le librerie e se ne parlerebbe sui media, invece che essere una piccola perla, privilegio dei  pochi amanti della poesia che non si rassegnano alla banalità del quotidiano.

lunedì 6 febbraio 2017

Recensioni





Annamaria Curci




Nuove nomenclature e altre poesie – L’arcolaio







Nota di Renato Fiorito


In “Nuove nomenclature e altre poesie” Annamaria Curci, sviluppa in sei distinti capitoli stili e tematiche diverse, mostrando padronanza delle tecniche espressive e raffinata capacità linguistica, il tutto tessuto col filo sottile dell’ironia, quasi a suggerire l’idea che l’arte poetica è gioco serissimo nel quale tutto si può dire, purché con rigore e scienza. Una poesia, la sua, più mitteleuropea che mediterranea, più propensa all’analisi che al pietismo, più fustigatrice di costumi che incline ai sentimentalismi da parata.
Fin dalla prima poesia, Sotto coperta, Annamaria ci pone con durezza di fronte alla colpa della indifferenza generalizzata verso le mille disuguaglianze sociali che le affermazioni di solidarietà a buon mercato servono appena a mascherare, dato che “la coperta o il mantello dimezzato protegge ancora solo la tua parte...” (pag,17).
La sua poetica infatti è scabra, graffia, mette a disagio per lo sguardo tagliente che la pervade; essa non sollecita la mozione dei sentimenti ma si posa gelida sugli espedienti auto-assolutori con cui cerchiamo di giustificarci. Siamo davvero colpevoli? Possiamo fare qualcosa per cambiare? Non lo so. Ma so che è compito del poeta illuminare squarci di verità e impedire l’assuefazione al male, il pigro fluire delle coscienze obese verso un’indifferenza infingarda. E questo Anna Maria Curci lo fa con la schietta determinazione di chi preferisce la chiarezza dolorosa della verità alla mistificante manipolazione e vuole essere certa che non sia fraintesa la sua verità.
Cosi arrivano le “Nuove nomenclature”, quei termini cioè che pongono un velo tecnologico, scientifico, economico tra noi e la realtà, per narcotizzare l’orrore e assolvere da ogni responsabilità. Parole come “Assetto economico”, “Clandestino”.  “Flessibilità”, “Nasdaq”Rigore” ci propinano una realtà neutrale, edulcorata, sufficientemente accettabile ma falsa.
Qui la critica di Anna Maria Curci è radicale, senza compromessi, condita di fredda ironia, come se non valesse la pena accalorarsi per qualcosa a cui non si può rimediare essendo le parole diventate ormai descrizione sciatta del nulla, convenzioni senz’anima, imbroglio privo di senso. Il dialogo socratico non serve più a fare emergere la verità, ma a mantenere in vita corpi avvizziti, coaguli di interessi che si spartiscono le spoglie del mondo (pag 38).
Poesia concettuale e a volte oscura, dunque, ma mai accademica o di pura esibizione, piuttosto poesia di rabbia lasciata decantare affinché più preciso e doloroso sia il taglio inferto sulla corteccia delle coscienze assuefatte. Operazione aristocratica e di resistenza che si consuma nella ristretta cerchia di coloro che hanno ancora consuetudine con la parola e capacità per coltivarla nel contesto di una società narcotizzata che non si vuole più interrogare, preferendo risposte di comodo, appositamente preconfezionate per lei.
Diversa struttura ha il capitolo “Staffetta”, magnifico e regale nella sua malinconia, nella pietà per gli uomini, nell’attenzione per il gesto furtivo, reso eterno dall’intuizione poetica. Qui il poeta si fa spettatore partecipe dell’avvicendarsi delle stagioni, del trascorrere degli eventi sul palcoscenico del mondo.
Illuminata dal  sole autunnale si fa strada una fraternità asciutta, una nostalgia lieve che parla di mercati affollati, di sguardi sfuggenti, di gesti intimi e commoventi, come, ad esempio, in “Rosso Azerbaigian” quello di una mano che scosta i capelli e ferma il pianto: “Se raccogli le cocche dell’abito/rincorso tra banchi vecchi di città/e ti disseti assorta e scosti piano i capelli/ pianto sospendi e acqueti”, a conferma della forza trasfiguratrice della poesia che rende grande il piccolo e eterno il fuggevole.
È da citare anche “Sosta”, che ha un incipit avvolgente: “E potrei perdermi se vuoi nel verdeoro di un autunno affamato” e una vena sottile di irrimediabile malinconia, che parla del tempo che consuma le cose, di calze bucate e, con bella paronomasia, del filo del “rammendo”, che ricuce il passato:  “Sfonda la calza/ l’alluce impaziente./ Nel tascapane ho il filo del rammendo.// Mi rammento di te/ voce vecchia e suadente/ e non ti seguo.”. 
Poi vengono le quartine, gli endecasillabi, i settenari, l’esercitazione scolastica, il virtuosismo da cultrice della lingua, animata dal desiderio di ravvivare l’antica arte del verso, nella sua forma più classica e pura, e, infine, i “canti dal silenzio”, di perfetta musicalità, che sono un’esortazione a non avere fretta, a mettersi in ascolto dell’armonia silenziosa della natura e partire da essa per ricostruire, senza paura della fatica e delle delusioni, la nostra stessa armonia.  (pag.93)  
Poesia densa e ricca di stimoli, dunque, con cui Anna Maria Curci combatte in solitaria battaglia la parola spuria, le manipolazioni dei falsi idoli che della confusione del linguaggio fanno il mantello sotto cui nascondere il bottino, il desiderio bulimico di arricchimento, il comportamento cinico e tracotante.

venerdì 3 febbraio 2017

Recensioni



CARLA  MUSSI




SCONTO DI PENA - Puntoacapo editore


Nota di Renato Fiorito


Fare di un fatto di cronaca nera un poema è già cosa inusuale e intrigante, farlo poi con raffinata padronanza del verso è ancora più raro e sorprendente.

La donna che, nel nuovo libro di Carla Mussi: “Sconto di pena”, taglia la gola al suo amante, fa subito pensare alla “Ballata del carcere di Reading”, scritta da Oscar Wilde in difesa di Charles Thomas Wooldridge che, analogamente, uccise la moglie con un colpo di rasoio alla gola per gelosia.

“Eppure ogni uomo uccide ciò che ama” scrive il poeta “Ognuno ascolti dunque ciò che dico/ alcuni uccidono con uno sguardo d’amarezza/ altri con una parola adulatoria/ il codardo uccide con un bacio/ L’uomo coraggioso con la spada”.


Anche in “Sconto di pena” è presente una discrasia tra la ferocia accertata del delitto e l'intima verità di chi l'ha commesso, tra la condanna pubblica e il segreto dolore dell'assassina. Il momento irrimediabile del delitto si contrappone antinomicamente alla superficiale percezione che la società ne ha, alle testimonianze dei vicini, all’ammissione di colpa, ai trafiletti dei giornali.

Per parte sua, il ritmico incalzare dei versi, elegante e armonico, bene asseconda i salti narrativi e le variazioni dei punti di osservazione.

Il delitto è commesso per amore, o meglio, per non-amore. Il teatro è un letto coniugale, ma a commetterlo è qui una donna e le sue ragioni sono quindi più intricate e sfuggenti. A raccontarlo, inoltre, è pure una donna, quasi fosse un’inquietante rivalsa di genere, che utilizzando un’attitudine alla violenza tutta maschile, capovolge lo stereotipo e ne fa uno strumento di ribellione e liberazione.

Il coltello che taglia la gola dell’uomo richiama infatti la lama con cui Giuditta uccise Oloferne, lì per liberare il suo popolo dal tiranno, qui, per liberare i sogni dalla subalternità della loro condizione.

La violenza non è quindi il frutto di un atto inconsulto, di un momento d’ira o di un improvviso moto di vendetta, ma il tragico sbocco di una fredda determinazione, maturata lentamente nel segreto delle mura domestiche, ben dissimulata, coltivata come una mala pianta, un veleno sottile della mente che non può che portare al crudele esito finale:


“Le ragnatele orlano lo specchio / dentro galleggia il viso, / il tempo è il ragno.”


Da una parte c'è cioè la vita tranquilla di una donna normale che disbriga i lavori quotidiani con sistematica cura, dall’altra l’odio feroce, accumulato negli anni che sconfina nel gesto finale del colpo di coltello che affonda nella carne e colora di sangue il letto.


“Col gesto che alla fine ti scagliavo / disanimavo un niente / accendevo una lama / di lampadine rosse sul lenzuolo.”


Il movente non serve perciò a spiegare il dramma ma ad archiviarlo perché la definizione di “delitto passionale”, se basta agli inquirenti per stabilire la pena, non spiega il come e il quando, né dà conto dei fantasmi che hanno tramutato l’idea di uccidere in “fatto”.

La donna, del resto, fa di tutto per nascondere l’arma, quasi che questa fosse l’unico elemento che la collega alla realtà, e cerca perfino di fare apparire il delitto come un atto inconsulto, per guadagnarsi un vagheggiato sconto di pena,

“Uno sconto di pena è da augurarsi,/ se dovessi infierire ciecamente/ senza meditazione”

Omicidio non spiegato e non spiegabile, dunque, mosso dalla passione ma senza passionalità, pianificato con freddezza ma privo di ragioni, segnato da una follia che spaventa proprio perché mimetizzata nelle pieghe della quotidianità e dunque irriconoscibile nella sua maschera di false parole e tranquillo fluire dell’esistenza.

Un delitto che sa di rivalsa sulla vita che lentamente mangia le speranze e uccide l’innocenza sicché alla bambina che un tempo giocava in riva al mare non resta che un mare artificiale, un acquario casalingo troppo piccolo per nascondere la colpa.


"Stai sereno, il coltello / l’ho nascosto sul fondo dell’acquario / svena l’acrobazia dello spirografo / che è convinto del mare".


Bella infine anche la postfazione di Emanuele Spano che ha colto con bello stile gli elementi essenziali del dramma.

mercoledì 1 febbraio 2017

Recensioni


ANNAMARIA FERRAMOSCA





TRITTICI  (IL SEGNO E LA PAROLA)
Edizioni Dot.com Press



Nota di Renato Fiorito

Annamaria Ferramosca accompagna con le sue poesie le opere di quattro artisti molto diversi tra loro e non riconducibili ad unità.  Di ognuno sono proposte tre opere, tutte di sorprendente bellezza. Due di essi, Amedeo Modigliani e Frida Kahlo sono celebrate icone del ‘900. Le loro vite, avventurose e dolorose insieme, sono percorse da una genialità irrequieta e creativa. I loro colori sono vivi e avvolgenti. Il mondo che descrivono conserva qualcosa di misterioso e magico. Anche Antonio Laglia, pittore contemporaneo della scuola romana, usa colori vivi e coltiva una modalità fotografica della pittura che rimanda ad atmosfere familiari, a volte intessute di malinconia. Di altro genere è invece l’arte pittorica di Cristina Bove che predilige rappresentazioni che trasbordano nell’onirico e magicamente colgono la densità e il sapore dell’aria, la cupezza o la luce dei cieli, le suggestioni espressioniste di un mondo trasfigurato.

Nulla da portare ad unità, dunque, se non la soggettiva ricerca, emozionale e spontanea della bellezza, quale elemento fondante e ispiratore della vita stessa. Annamaria Ferramosca la percorre di istinto, con una sua raffinata sensibilità che interpreta i segni e gli spazi e li riveste di un’anima nuova, diversa e personale che però sa mantenersi radicata nell’impasto cromatico delle tele.

Per esempio Elvira, splendidamente ritratta da Modigliani mentre riposa ad un tavolo, trova nella poesia ad essa abbinata, una sua sommessa voce, in armonia  col gesto e il colore del dipinto, voce che Annamaria riporta con delicatezza psicologica di ascolto: “ti parlo in silenzio azzurro senza pupille// mi piega una stanchezza del mondo/ senza fine né origine/ e ipnotico tu mi persuadi”.

Parimenti, in relazione all’”autoritratto come Theuana” di Frida Khalo, (in cui la pittrice si ritrae con un copricapo bianco a forma di stella che le circonda completamente il viso) denso di passione e mistero, si legge: ”… coronata d’ali perlustro il mio villaggio tehuano / su fili di ragnatela antichi di salvezza/ mi faccio stella/ di quelle che in amore sfrecciano…)

Profonda è pure l’empatia con Cristina Bove e i suoi dipinti d’aria e spazi d’ombre. Ne “il volo”, ad esempio, la figurina rosata, sospesa in un cielo di pece, trova ritmo e vita in versi che la fanno ondeggiare nella nostra fantasia e planare in un mondo verde, vorticoso di affetti e di parole, grazie ad una bellissima poesia “… vorrebbe planare sul mondo/ a occhi chiusi lasciarsi fondere/ nella consistenza mutevole dei boschi/”.

Infine, per le donne di Antonio Laglia circondate da malinconiche solitudini o fermate nell’atto sensuale di mirarsi allo specchio  Annamaria scrive: “bastano minimi moti/ a fare in pezzi lo specchio beffardo / perforare il passato/scrollare il destino dalle promesse/abbiamo fiori ai piedi…”,

Come felicemente nota Maria Teresa Ciammaruconi nella sua prefazione: “A volte, all’improvviso, sulla linea pura dell’orizzonte si aprono fenditure. Il poeta si avvicina, il respiro si allarga”. È questo il caso di “Trittico”, connubio felice tra segno e parola, che vi invito a leggere, anzi a sfogliare con lentezza, per dare tempo ai versi di fondersi con l’impasto cromatico, denso di materia, e diventare una cosa con esso, perché, è vero, quando il poeta si avvicina, si aprono a volte fenditure e il respiro si allarga.

la plaquette è disponibile su richiesta a:  info@dotcompress.it

giovedì 18 febbraio 2016

Biancamaria Frabotta



(foto di Carla Morselli) 
Biancamaria Frabotta è docente di letteratura moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma. È autrice di saggi, opere di critica letteraria, un romanzo, opere teatrali e radiodrammi. Ha curato l’antologia di poesia femminile italiana Donne in poesia (Savelli,1976) e l’antologia di saggi e di testi poetici Poeti della malinconia (Donzelli, 2001). Ricordiamo tra le sue numerose raccolte: Il rumore bianco (Feltrinelli, 1982);  La viandanza (Mondadori 1995 con cui ha vinto il Premio Montale; La pianta del pane (Mondadori, 2003); Da mani mortali (Mondadori, 2012).




Ho tra le mani questa rara plaquette di Biancamaria Frabotta intitolata: Per il verso giusto, della quale sono state stampate solo 999 copie in occasione del Premio “L’olio della poesia”, assegnato nel 2015 alla nostra poetessa a Serrano di Carpignano Salentino; premio che, negli anni precedenti, era già stato attribuito a poeti della statura di Eduardo Sanguineti, Alda Merini, Mario Luzi, Giovanni Raboni, Valerio Magrelli, fino a Vivian Lamarque e Jolanda Insana.

La plaquette è stata curata da Massimo Melillo e contiene parecchie curiosità, tra cui alcune bozze scritte con ordinata calligrafia dall’autrice, utili per indagare il suo processo creativo, delle belle foto scattate da Carla Morselli, e quattro traduzioni di poesie di Emily Dickinson che ben si armonizzano con la sua sensibilità e le tematiche della nostra poetessa.
  
La prima poesia, intitolata Il treno della Bellezza, descrive con leggerezza e arguzia un gruppo di poeti di ogni età e valore che, in viaggio su un treno da Palermo a Catania, si organizza per declamare versi, quasi costringendo i passeggeri ad ascoltarli. Con rapide pennellate viene contrapposta l’atmosfera sonnolenta del treno all’entusiasmo utopico dei poeti che, sfidando le leggi della concretezza, tentano di cambiare l’immutabile corso del viaggio col colore dei loro versi. Sono sacerdoti di un credo iniziatico un po’ folle secondo cui la bellezza delle parole può mutare il sentire delle persone e renderle migliori. Tra loro c’è il poeta Elio Pagliarani, poeta del gruppo 63 e giornalista, che Biancamaria Frabotta nomina con le sole iniziali E.P. ma del quale, citando il libro Fecaloro, finisce per svelarne l’identità. I poeti vorrebbero creare interesse tra i viaggiatori distratti ma alla fine solo “due ragazzi, morsicati sul vivo/ trascolorano in viso..” e dimenticano di scendere alla loro fermata. Ecco dunque che il risultato sperato, almeno in parte, si realizza e il viaggio non potrà dirsi inutile.


Il treno della Bellezza.

Veniva dal nulla di erbe stecchite
Il treno che andava da Palermo a Catania.
Dentro il cielo di un giorno feriale
L’altoparlante annunciava i poeti
di marciapiede, d’ogni età e valore.
Avevamo una missione degna di riso
di vergogna o di forte e giusta gioia.
Prendere in ostaggio uno qualsiasi
che volesse ascoltarci, magari
dimenticando il suo pendolare
la barba non fatta, le ginocchia piegate.
Un pubblico assonnato. E necessario
ai nostri versi incompiuti.
Ma ecco che legge E.P.
burbero, barbaro, incantatore.
Si scosta gli occhiali, il Grande
Miope, s’incolla alla pagina oblunga
del suo Fecarolo. Sa di caverne
la voce, di un corpo che suona
per prova, che batte e ribatte
una sua dolce manìa.
Due ragazzi morsicati sul vivo
trascolorano in viso, smarriti
non vedono l’errore sublime
né la loro consueta fermata.  


Altra poesia che vogliamo riportare è Il silenzio della bicicletta, dove la metafora del viaggio ha accenti malinconici, specie quando l’adesione perfetta all’avvolgente silenzio della natura viene raffrontata con la guerra di parole taglienti, pronte ad aggredire, che la vita in genere riserva e che li porterà a ripensare a questo breve momento di armonia con doloroso rimpianto.


Il silenzio della bicicletta  

Sembra che tocchi il pedale
le nascoste radici dei pini
la strada stretta fra i campi
la fossa al bordo degli ulivi
lo sterco di cavalli, o di mucche
il nostro andare fra alti e bassi.
Ascoltiamo, fra i toni di verde
il silenzio della bicicletta.
“Siamo alla frontiera e dietro
me non c’è nessuno”.
Parlavo senza pensare se tu
mi udivi, nella quieta volata
fra vetrine scintillanti di ali.
Ci aspetta una prova di guerra
di parole taglienti scambiate
efficienti, già pronte ad agire.
Ascoltiamo, come su un’isola
il silenzio delle biciclette.
L’infinito aculeo della pace perduta.


Anche nell’ultima poesia che proponiamo  “La coppia. Il legno, la gobba” un momento di serenità viene contrapposto alle durezze della vita. In una prima versione la lirica si chiamava “I legnetti ingobbiti”, proprio per indicare la deformazione che il tempo immancabilmente porta nelle nostre esistenze. 
L’atto di accostare i lembi di una  stoffa che si vuole far combaciare, descritto nell'incipit “Prendersi per il giusto verso, con cautela afferrarne il lembo…”, è metafora dell’incontro fondato sulla gentilezza e l’attenzione.
Ma la Frabotta non si abbandona al languore di questa suggestione, poiché subito dopo chiama questi ragazzi: “scorticati di belle speranze”, lasciando così che la realtà irrompa nei versi con la sua durezza . E con amara ironia aggiunge: “dal regno della treccia, della frangetta/ illuminata dall’assalto dei bacetti/ ci difendeva l’economia domestica/ ci insegnava a trarne vantaggio.” introducendo così un ulteriore elemento di disarmonia, costituito dall’idea del “tornaconto”, che sottomette definitivamente gli ideali all’interesse. Per questo l’amore sonnecchiante, fertile dei frutti agognati, è destinato a deludere. Il fusto apparentemente bello e liscio dell’albero si rivelerà presto privo di vita e i valori che si credevano in cima alla scala si appalesano falsi. Dunque "o io o loro", conclude l’autrice, svelando l'inganno e invitando le bambine a fuggire, per sottrarsi  al vuoto e al silenzio che soffia in cima all'albero delle convenzioni.


La coppia, il legno, la gobba

Prendersi per il giusto verso
con cautela afferrarne il lembo
già un po’ scostato dalla pelle
e tirare, attirati l’uno dall’altra
gli scorticati di belle speranze.
Dal regno della treccia, della frangetta
illuminata dall’assalto dei bacetti
ci difendeva l’economia domestica
ci insegnava a trarne vantaggio.  Amore
condiviso, sonnecchiante, fertile di frutti.
Ma l’albero ferito aveva l’aria di soffrirne
sotto il fusto liscio spuntava un lattante
dalla faccia secca. Andate via. Sparite
belle bambine, in cima
ai valori della scala dove già
soffiavano, indolenti, i silenzi
O io o loro.
La coppia, il legno, la gobba.






Solo poche poesie, dunque, in cui però subito si intravede l'attenzione della poetessa alla condizione femminile, il suo guardare alla realtà come a lei appare, senza edulcorazioni, che si fa prospettiva critica, voce meditata e sommessa, impegno civile. 
Osserva in proposito Antonio Errico “Alla realtà pretendono di aderire le parole di Biancamaria Frabotta, a volte pacatamente, a volte in modo incalzante, rifiutando ogni artificio, ogni ridondanza, cercando l’armonia o la disarmonia, a seconda che armonico  o disarmonico sia quello che ci accade intorno e dentro, cercando l’essenza, il lievito, la sostanza….” 


giovedì 11 febbraio 2016

Antonella Antonelli

Dopo "In una notte lunga di un giorno che non conta" segnaliamo questo nuovo libro di Antoella Antonelli 

SULLO STANCO MANTRA  (Ed. Progetto Cultura)




acquistabile a € 5,10 presso:

Mondadori Store
http://www.mondadoristore.it/Sullo-stanco-mantra-Antonella-Antonelli/eai978886092773/ 
IBS
http://www.ibs.it/code/9788860927736/antonelli-antonella/sullo-stanco-mantra.html
Edizioni Progetto Cultura
http://www.progettocultura.it/713-sullo-stanco-mantra-9788860927736.html 


Nota critica
di Renato Fiorito

In  genere, le note introduttive annoiano, il poeta che spiega se stesso spesso è pleonastico, non però nella nota introduttiva di Antonella Antonelli che è poesia essa stessa e, perfino, tra le più belle che io abbia letto, poiché spiega davvero, aprendo il cuore ad accogliere la poetica di “Sullo stanco mantra”, la nuova piccola, intensa raccolta di 12 poesie di Antonella.
E’ lei stessa infatti che ci spiega il perché di questa silloge, e io, che non saprei dire meglio, mi arrendo e mi limito a copiare stralci della sua nota: “Cercavo un ritmo che… si facesse preghiera, un mantra che guarisse le ferite… e piano, piano il vuoto si è riempito di lettere diventate… fiume o cielo. Parole prive di rassegnazione... Lo stanco mantra è la consapevolezza che si può perdere ogni cosa ma non se stessi… Scrivere poesia è questo… un fico d’India in mano ad un bambino. “
Poesia dolce e insieme disperata è questa di Antonella Antonelli che, con una sensibilità accesa, spesso febbrile, ricorda per stile e furore quella di una grande poetessa del ‘900, Maria Marchesi, ora purtroppo quasi dimenticata. Le emozioni che noi inutilmente cerchiamo di domare, lei le lascia invece a briglia sciolta senza preoccuparsi di dove la porteranno. Versi densi di colore, prosodie, allitterazioni, rigore ritmico, e dietro la risacca delle parole “si placa il cuore/ riemerge bambino”. 
Un mare in tempesta, dunque, fatto di emozioni, fughe, bilanci intransigenti e senza sconti soprattutto con se stessa, tesi a inseguire un’utopia di perfezione a cui non vuole rinunciare, nonostante la paura che ogni abisso fa: “Chiedo perdono al mondo/ perché ho rubato tutto. /Profonde le galassie / profondi anche gli abissi/ c’è un solo mostro in fondo. / Seppure legato / si nutre del mio timore”   
Antonella sa di muoversi solitaria, ma non cerca compagnia e apparentemente non cerca consenso, ma nella sua solitudine c’è un grido che pretende amore e tradisce la coscienza viva del proprio valore: “E’ della nostra unicità che si compone il tutto.”
E infine c’è una confessione, lunga difficile, severa, che mette in discussione la sua e le nostre vite, il nostro andare prudente, e ci fa sentire debitori insolventi del mondo e, tuttavia, creditori di una felicità che non abbiamo saputo conquistare. “E queste colpe/ le colpe/ chi le toglierà/ dal mio pigiama/ di lana/ alla divisa / lisa / di carcerata/ negriera e carceriera /spietata."
Una silloge da leggere dunque, per andare là dove da soli non sapremmo, rara  e bruciante in questo panorama poetico un poco asfittico, un poco conformista; rara per concezione lessicale, per sincerità e profondità di analisi, per musicalità del verso e fantasmagoria delle immagini che si si susseguono serrate come note di un sorprendente concerto. 


E' già luce da qualche parte


Ecco,
cade l'ultima goccia
dalla brocca.
Quella sola è rimasta
d'una notte di festa.
Si ferma gonfia,
per un attimo
inghiotte la luna.
L'abitudine ci addita.
Sono tutte uguali
queste morti,
issano bandiera bianca.
E' già luce
da qualche parte.
Ognuno si poggia
a qualcosa di non suo.
Non ci appartiene il terreno.
Dondoliamo senza colpa
senza grazia.
Perdonate
la nostra incapacità
di saltimbanchi.
Ecco,
cade l'ultima goccia
nel bicchiere.
Fa lo stesso rumore
del sacco della vita.