giovedì 16 luglio 2020

Raffaele Castelli Cornacchia



Raffaele Castelli Cornacchia - “La zona Rossa” 
Ed. Transeuropa 2020

(Nota di Renato Fiorito)




Si dice che dopo 7 anni i matrimoni si rompono o si stabilizzano. Sono passati giusto sette anni dal sorprendente ultimo libro di Raffaele Castelli Cornacchia, “L’alfabeto della crisi”, nel quale il poeta aveva dato voce a tematiche che, in genere, sono lasciate fuori dalla prassi poetica perché attinenti all’economia, al lavoro, alla politica. Ora Raffaele, dopo avere maturato riflessioni e esperienze di vita, è tornato con questa nuova silloge a dirci che il suo matrimonio con la poesia durerà ancora a  lungo.
L’evento che ha spinto Raffaele a impegnarsi nel nuovo lavoro è stato un avvenimento doloroso: la morte della madre dovuta alla pandemia, e il coronavirus che si insinua e minaccia anche la sua vita. Il libro è il resoconto di prima mano dei pensieri che attraversano la mente di un ammalato, resoconto che però diventa subito poesia, sconcerto, ribellione; libro inquieto, dunque, libro caos, caos di pensiero e di molte verità tirate fuori dal pantano assurdo della vita nel quale l’esistenza diventa fragile, assediata dalla attesa, dalla paura e dal rimpianto di non averla assaporata sino in fondo:
“Era meglio esser partiti prima/ con i suoi suoni, e il sentir bene/ il piacere, e il tempo che passa/ con tutta la forza, della terra.” (pag.11)
E poi c’è l’isolamento, il pericolo di contagiare, la mortificazione di coloro a cui viene inibito ogni contatto:
“Quindi non toccarmi. Non respirarmi./ Sono l’avvento del tuo sapere.// Sono il tuo intelletto scemo/ la sepsi della connessione certa/ il guasto nella tunica griffata/ la contaminazione del prodotto/ la corruzione nella rotazione/ l’infezione ronzante d’un insetto/.” (pag. 13)
La realtà dolorosa diventa allora come la sala d’aspetto di un sogno a cui si chiede solo una via di fuga:
“Un sogno comodo, da veri stronzi/ come son poeti e sognatori/ che in sogno non stanno mai fermi/ e dev’essere colpa del sapere/ che non sai che accade a muoversi/ ma sai che succede a stare fermi/ non cambia nulla, si chiama incubo” (pag. 14)
La malattia ruba la realtà e la sostituisce con immagini, deliri, rimpianti e un senso di spossatezza che annulla la volontà di combattere:
“La spossatezza, è voglia di pace/ di prendersi cura dell’ottimismo/ di rivangare i corpi percorsi/ di, starsene senza fiato sott’acqua.” (pag. 16)
Ma non manca l’ironia, il sarcasmo contro i riti, le parole inutili, la retorica dei media e la realtà che cambia ognuno, nella paura nella speranza che l’emergenza possa presto finire:
“Niente più puttane tanti notai/ e più farmacisti che operai/ e cerberi a custodire cosa/ e, quel bislacco senso del disuso/ a muffire ironia, e sorte.” (pag. 17)
 Il verso procede così imprevedibile, senza mai accartocciarsi sul proprio dolore, sulla malattia, diventando   fuga semmai, lotta semmai, un modo per tergiversare, reagire, raccontare fatti e incongruenze, e inventare parole, assonanze, rimandando ad altro, al non detto e chiedendo al lettore di farsi parte attiva, interpretare, riconoscersi o dissentire, nonostante la fatica della salita lo freni, i voli logici, le impreviste figure lo lascino in parte incerto, in parte affascinato.
Una specie di disordine descrittivo che richiama la confusione della mente impaurita, sconvolta nelle sue abitudini dal capovolgimento della realtà:
“Non c’è ordine nella bellezza, e /t’illudi d’avere delle idee/ e le digiti sopra un foglio, ma/ il tuo pensare non è un germoglio/ si rivolta sterile su se stesso/ costruisci effetti per la gente/ e il tuo tratto non ha contorno” (pag.20)
Emerge la critica sociale, l’invettiva, la ribellione ai luoghi comuni, alla bontà tanto al kilo della società in declino:
“Non è tempo del senso dell’inizio/ di sacrifici su ordinazione/ di solidarietà senza le mani/ di schifarsi dei soldi da spendere/ o piuttosto di quelli da prendere.”(pag 23)
“Per imbrogliare: per questo si nasce./ Sasso carta perde, forbice vince./ Tutto qui. Perdi, ti strappi il petto/ ti squarci il petto pure se vinci…” (pag.24)
“Rivoluzione, eiaculazione/ secoli di cimiteri perfetti/ lapidi di giudizi. Pregiudizi./ Nulla più che spazio fra le costole.” (Pag.26)
Entra nei versi quello che non funziona nella società: le inquietudini, lo scontento, il rifiuto delle regole, delle consuetudini letterarie per dare spazio e libertà a verità confuse ma vitali:
Raccogli lo sterco che ti circonda/ senza che dicano hai scritto bene/ senza ironie sulla metrica/ sul contagio delle abitudini/ o sul modo di guidare un’auto” (pag.22)
“Meglio, una biro senza inchiostro/ mi rovisto nella testa i grilli/ polpi e fragole, un po’ di bourbon/ l’ultima cosa che invochereste/ un tonno una tinca, uno squalo/ nell’impresa, di saper ritornare.” (Pag. 29)
Critica sociale e politica, dunque, questa “Zona rossa” ma senza cattedra, senza maestri, critica che ingloba il poeta stesso, la sua vita, le sue scelte, e le scelte della gente intorno impastate di illusioni e di cinica indifferenza:
“La piccola Ife è in seconda/ gli occhi blu come uno zaffiro/ sezione B, viene dall’Etiopia/ il suo nome vuol dire amore/ e a casa celebrano di maggio/ il cinque, la loro Liberazione/ l’occupazione degli italiani/ ma non le interessa del fascismo/ tutti sono molto buoni con lei.// Fosse davvero l’aria a mancare/ anche la Libertà avrebbe la sua/ di terapia intensiva ma no/ non è una libertà generica/ a far difetto, è il carattere sia dell’aria che della libertà…” (Pag.58)
“Ma, che gusti avrete mai voi oggi/ di nuovo arruolati alla folla/ di nuovo pronti al passo incerto/ a tentare un’esistenza viva./ Non ce li renderanno nuovamente/ i nostri immacolati sospiri/ senza smania stavolta, di cambiare.” (Pag 55)
“Così, rappresentati degnamente/ da giullari servi e mascherine” crepammo, dimentichi dei mandanti.”(pag 56)
Poi, sul finire, il registro stilistico si modifica, il verso diventa limpido, calmo, pacificato, come per un approdo sperato, dove riposare il cuore e fare emergere ciò che conta davvero: il dolore, la perdita della madre, la malattia, il rimpianto.
“Così in quei giorni tutti i respiri si riunivano/ in collane di labbra che sono diventate parole/ pudiche sincerità, poesie, e cambiamento.”(pag 59)
Il figlio ribelle, il figlio poeta resta solo col rimpianto di ciò che ha perso e con una battaglia decisiva da combattere, perché sa che questo è il momento in cui bisogna dare verità e forza alla vita, alle parole, al cambiamento.
“Solo passi di ricordi, ricordo/ la cotoletta non t’è mai piaciuta/ nel vino mi mettevi lo zucchero/ eri fatta così, poco realista/ e ora ci separiamo davvero./ Il mio cuore s’è rappacificato./ Vado a pagare il mio conto.” (Pag. 54)
“Prima d’allora avevo sempre detestato la routine/ le rassicuranti liturgie della quotidianità/ ma la lotta per la sopravvivenza richiede ordine/ così in quei giorni presi ad avere abitudini. … //Così in quei giorni tutti i respiri si riunivano/ in collane di labbra che sono diventate parole/ pudiche sincerità, poesie, e cambiamento.” (pag.59)
Un libro da leggere dunque, non usuale, non letterario, che raccoglie dalla vita piuttosto che da altri libri nel quale Raffaele Castelli Cornacchia si conferma ottimo e originale poeta.
Renato Fiorito







Addio Beni

 Così alla buona e di passaggio 
mi fermo a pranzo nell’osteria.
Nell’ultimo posto dove ricordo 
di averti vista, credo, felice.
Era proprio di strada, al ritorno 
verso la città che non rivedrai.
Sempre più lento, fino alla fine 
ho atteso il tuo fiato finire.
La bara mi sa di quelle standard 
di certo un po’ troppo lunga per te 
con quella testa un poco di sbieco 
il viso severo di una madre
la luna storta fino alla fine.
Da vent’anni non ti vedevo così 
dopo tutto il tempo segreta
nessuno ti ha vista così bella.
Solo passi di ricordi, 
ricordo la cotoletta non t’è mai piaciuta 
nel vino mi mettevi lo zucchero 
eri fatta così, poco realista
e ora ci separiamo davvero.
Il mio cuore s’è rappacificato. 
Vado a pagare il mio conto.


Collane di labbra

  
Prima d’allora avevo sempre detestato la routine 
le rassicuranti liturgie della quotidianità
ma la lotta per la sopravvivenza richiede ordine 
così in quei giorni presi ad avere abitudini.

La pace e il frigorifero ronzavano sicuri
la carne in freezer e le sirene sempre più vicine 
a fendere l’aria del temporale aggirando scogli.

Spalancavo le finestre ad arieggiare i cuscini 
l’abbondante colazione e la merenda coi biscotti 
e la tisana serale intercalavano i pasti
d’una piccola casa di cura cucitami addosso.

Nel farsi pensiero d’ogni cosa nelle tasche briciole 
frammenti di cibo senza fame e notti senza sonno
e gli anni a manciate avvolgevano le scapole.

Dovevo riprendere il peso e le forze smarrite 
impedire che venissero a saccheggiarmi il fiato 
e lasciare che la natura umana del mio corpo 
facesse fino in fondo il suo imprevisto corso.

Così in quei giorni tutti i respiri si riunivano 
in collane di labbra che sono diventate parole 
pudiche sincerità, poesie, e cambiamento.



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