sabato 23 giugno 2018

Elena Cattaneo




Elena Cattaneo è nata a Milano nel 1971. Vive in provincia di Bergamo insieme al figlio, al marito e due gatti. Le piace ascoltare la musica, curare l’orto, camminare. Dopo la Laurea in Lingue e Letterature Straniere presso lo IULM di Milano, con una tesi incentrata sul poeta inglese Charles Tomlinson, si è specializzata in Inghilterra in studi di traduzione (UMIST di Manchester). Opera da circa venti anni come tour manager nel mondo della musica classica. 
Suoi componimenti poetici sono apparsi in riviste di settore (p.e.: Il Segnale) e siti letterari dedicati alla scrittura poetica (p.e.: Atelierpoesia). Nel 2018, con testi inediti, è stata finalista ai premi: Bologna in Lettere ed Europa in Versi.


La sua ultima pubblicazione, qui recensita, Il Dolore un Verso Dopo (Puntoacapo editrice, 2016) è stata finalista al Premio Alda Merini di Brunate (2017) e segnalata al Premio Ponte di Legno Poesia (2017).







Nota di Luigi Balocchi


Cosa c’è nel calderone di Keridwen? Keridwen è la Dea, il Ventre, l’iniziazione alla vita. Nel suo calderone ci si immerge. Vi ribolle un nonsoché di tenebroso e primordiale, il brodo scuro che tutto ha in sé. Il regressus ad uterum l’hanno spiegato benissimo talune favole arcane e in egual modo l’archetipo della caverna. Il Novecento non ha scoperto nulla e soprattutto, a farlo, sono stati i maschi. Elena Cattaneo forse non sa nulla di Keridwen la strega, ma è femmina. Come tale, Keridwen, l’ha nel sangue. Se a questo fondamento aggiungiamo il mantra poetico alla Stockhausen e le campiture di un Rothko, ecco che molto si disvela. Molto. Non tutto. Perché mai si giunge in fondo al calderone della Dea. Ed è così che ogni parola si mischia allo sputo, ogni idea la si incarna in un incubo; semmai in questa vita di stenti emotivi qualcosa abbia mai avuto un inizio, nulla si conclude. Il mondo decifrato al femminile serba più di una sorpresa. Che porta all’incognito. È affatto scontata Elena Cattaneo. Leggere le sue poesie, asimmetriche, antimetriche, antitutto, mi fa venire i capogiri o, come si direbbe da queste parti in Lombardia, el balordon. Balorda assai, Elena Cattaneo, di cui prevedo un percorso accidentato e ribelle. Ma questo è nel destino dei poeti più bravi... L’importante in fondo è vivere di bella poesia, no?







La mamma piange la notte,
stanca vaga tra
la strada sporca
che non rimanda
un sogno
ma solo la vita cruda.
Vede, così le pare,
una melagrana sfatta
di biglie rosse che fuggono tra i tombini
o si lasciano schiacciare
dalla velocità.
La mamma prega la notte,
oppressa da un amore ammalato,
così alto e rarefatto
da togliere all’amore pensieri che possano
zavorrare la mente.
La mamma piange la notte,
a orbite roteanti.
Cerca un puntino luminoso
nel suo cielo, il puntino-stella.
Come canta la mamma che piange la notte,
vuole conforto,
vuole che la dolce vita che le dorme accanto non finisca mai.

Rispondile dio, falle sentire delle voci
e illudila che sia il tuo sibilo quel suono
che la tormenta.


*

Ogni sera parlo con il diavolo, quando stacca dal lavoro.
È stanco e sfatto, non ha un giorno di tregua.
Con me si rilassa, non deve recitare la parte.
Rotea gli occhi, si schiarisce la voce, ritira gli artigli
e si liscia le corna.
A notte inoltrata, a volte, trovo mi assomigli.
Gli chiedo di stare un po’ al mio posto, gli porgo la chiave
ma lui si rifiuta.
È furbo e scaltro.
Sa che rimestare il dolore e servirlo per cena è meno faticoso
che farsi sfondare il cuore
dall’amore che sarà.
Col male ci campa a tempo indeterminato.
Aspetta che una lacrima scenda, mi accarezza soddisfatto
e in un soffio mi lascia chiusa in paradiso.
Ma prima o poi io scappo…



*

Un gioco sinistro,
o meglio,
un gioco innocuo, con un rumore
sinistro.
In un luogo noto,
un luogo innocuo.
Un gesto quotidiano,
quotidiano e notturno.
Cadere, buttarsi, sapere che ci si farà male.
Arriva il dolore, è fatto di parole non dette, cose capite
che mani troppo piccole non potevano fermare.
Chiamare senza voce.
La bocca cancellata.
Svegliarsi.
Succede a volte che la vita
passata ti esploda dentro,
senza far rumore.
Come un bambino che annega in silenzio, sott’acqua.


*

Mi vedo,
striscia bianca, uniforme.
Immersa in un’atmosfera
di latte e gesso.
Occhi, labbra, mani
liquefatti.
Il corpo-bottiglia
sorride e saluta,
ma al limite è
arrivata l’anima.
Straripare non le è
possibile.
Perché arriva lei, l’altra,
e si beve tutto.
E poi
va a vomitarlo
nei recessi infiniti
di me.


*

1998


Agosto chimico.
Mi fingo viva
ma lo spillo più lungo
e acuminato
non trova sangue,
solo gomma.
Lei che mi possiede indica
la via larga.
Ma la mia mente,
fin dall’inizio dell’abisso,
può seguire solo strettoie.

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