giovedì 8 novembre 2018

Salvatore Ritrovato





SALVATORE RITROVATO è poeta, critico e saggista di origine pugliese. Vive quasi appartato nelle Marche dove insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l'Università Carlo Bo di Urbino e Scrittura creativa presso l'Accademia di Belle Arti. 

Ha pubblicato diverse raccolte di poesie a partire dal 1997. Tra le più recenti segnaliamo: Come chi non torna (Raffaelli, 2008), L’angolo ospitale (La Vita Felice, 2013) e tre plaquette: Cono d'ombra, Cercando l’isola, con illustrazioni di Dominique Sighanda, (Fiorina Edizioni, 2017) e La casa dei venti (Il Vicolo 2018) che qui recensiamo.
Per quanto riguarda il suo lavoro di critico si è occupato di autori del Cinquecento (ad es.: Ariosto a Tasso), dell’Otto e del Novecento (ad es,: Pascoli, Saba, Carducci Caproni, Calvino, ecc.) Fra i volumi ricordiamo: Dentro il paesaggio. Poeti e natura (Archinto, 2006), La differenza della poesia (Puntoacapo, 2009; n. ed. 2017), Piccole patrie. Il Gargano e altri sud letterari (Stilos, 2011), Il madrigale del Cinquecento. Saggi e studi (Salerno editore, 2015), All’ombra della memoria. Studi su Paolo Volponi (Metauro, 2013; n. ed. 2017).
Altri suoi campi di ricerca sono il rapporto fra letteratura e cinema cui dedica la rassegna annuale «L’opera che visse due volte. Letteratura & Cinema nella cultura contemporanea», giunta alla XIII edizione.
I suoi lavori sono stati pubblicati su riviste e antologie italiane e estere; in particolare suoi testi sono stati tradotti in spagnolo, francese e olandese; collabora infine con varie riviste letterarie e co-dirige l’annuario di poesia contemporanea internazionale «Punto» (Puntoacapo). 



Salvatore Ritrovato
La Casa dei venti – Il vicolo- editore – 2018
(Nota di Renato Fiorito)


Io è il sentimento mortale di queste pagine.
Non lascia di sé figura né volume, ma un incrocio
di linee in fuga del paesaggio che lo innerva.
Tante braccia protese a saluto.
  
Inizia con questi versi “La casa dei venti” di Salvatore Ritrovato. Un  “Io” fragile diventa insieme misura delle cose e certificazione della loro estraneità. Così già nell’incipit si annuncia il senso del libro: la partenza,  l’angoscia della dimenticanza, il sentimento della morte, che tuttavia non sfocia in un nichilismo aspro, ma mitigato dalla musicalità dei versi, dalla sapienza letteraria e da una sorta di intima tenerezza che apre vie di fuga alla speranza che “di tanta fatica qualcuno ricorderà l’amore”.

Il primo capitolo della raccolta, intitolato Bagatelle di viaggio, suggerisce l’idea volutamente ingannevole che il bagaglio con cui l’autore intraprende il viaggio contenga cose marginali, di poco conto, mentre è chiara la convinzione che è proprio nella fragilità delle piccole cose, nei sentimenti fuggevoli che la vita raccoglie il suo senso.
“Bagattelle” quindi ma, diversamente da Celine, qui non c’è massacro, piuttosto si fa largo un senso di spaesamento tutto interno all’animo umano. Evocativa in proposito è l'immagine del viaggiatore che rilegge libri già letti, mentre il cuore sogna il mare e cieli tersi, contrasto apparentemente banale ma in cui scorre la vita, una vita parallela dove l’antinomia tra pensiero e sentimento alimenta una sorta di resistenza alla disperazione e alla morte.
"Serve ancora la poesia, quando tutti ci avranno lasciato?" si chiede il poeta. Forse no, tuttavia non può farne a meno  (pag.12) 

Un’antica immagine lo punge:
un giorno andranno tutti via
e servirà ancora la poesia
dove nessuno lo raggiunge?


È dunque con la poesia che Salvatore Ritrovato cerca di riscattare il mondo dalla mediocrità grigia del quotidiano. Per questo esprime i suoi pensieri in rime, sperando che il senso estetico conforti la sua pena e renda la vita più sopportabile. La disperazione non è certo musica, eppure un intimo desiderio di armonia lo spinge a cercarla, per lasciare un’orma che testimoni la fatica del cammino e la ricerca di una vagheggiata bellezza
In esergo al capitolo “Vuoto a perdere, e altro da me” citando Ippolito Nievo, egli scrive: «I poeti sono come le rondini che volentieri fabbricano il loro nido fra le rovine».
Costruirsi un riparo, dunque, pur nella consapevolezza delle rovine che lo circondano, è una necessità a cui non può sottrarsi, poiché questo nido, per quanto passeggero, è l’unico modo per onorare la vita; per questo il poeta innova, ricuce, recupera ricordi, letture, frammenti di giorni. 

Per altro verso l’esistenza è ombra e la porta che permetterebbe la fuga ha il chiavistello inceppato. Resta perciò il buio, oltre il quale non si può guardare. In “Anacreontica” infatti si legge (pag.20):

Avanza un po’ di luce ai bordi
bui del vetro lordo e convesso;
è ombra il resto, o non torna,
ciò di cui piangerò spesso. 

in articulo troviamo scritto (pag.23)

Volerà lontana la parte che non pesa... 
mentre:
 Resterà qui la parte di terra e ossa
la poca carne che sfiata nel pullover
nel sempre-inverno di una fossa.” 

Poi l’onda delle cose lette, i classici, le assonanze, i riferimenti colti conquistano il loro spazio. La scrittura diventa più distaccata, si compiace del gusto letterario (pag.24): “Oh il fraterno frullare sotto il nespolo/ nell’aere annuvolato tra nuove/ e antiche radure in ascolto…”; allora la morte si fa nostalgia, senso di solitudine, inverno che si annuncia e si allarga a macchia d’olio sulla vita, preludendo al distacco.

In Lasciando Grodek dice (pag 25):

Là dove t’incammini l’autunno viene e la sera
va agli smorti cortili dell’infanzia.
Uno stagno solitario fra gli alberi soavemente si perde
tra un frullo d’ali e una strada che diventa buia.”  

E ancora ne La variabile umana (pag.26):

… Lontani e insoddisfatti ce ne andremo
come ombre nel ricordo di una nebbia confusa.
Qualcuno annegherà le sue parole nel vino
altri al silenzio non riuscirà a rassegnarsi.


Nell’ultima parte della silloge i ricordi si fanno più vividi e tremanti. In L’aura di Guayaquil infatti leggiamo (pag.34):

Una volta ti diedi un bacio nel giardino di Guayaquil.
Ma non era solo un bacio, era una parola nascosta
nel cuore che finì sulla bocca.

Infine diventa esplicito nella parte finale  il richiamo al mondo greco, ai classici, al sentimento struggente del tempo:

Omero spense la luce perché pensava:
il buio cancellerà ogni sogno.
Anche il bacio di Achille e Patroclo
e il pianto di Briseide spariranno all’alba.
….
Il tempo è come il mare, mi ha detto,
quando passa sulla sabbia:
all’inizio è solo una macchia, poi ha fretta.

È questa la Casa dei venti che Salvatore Ritrovato, ci affida. Una Casa non lontana da noi, perché nelle sue stanze abitano le memorie di ognuno, le cose perse e ritrovate, gli addii ai giorni e alle persone amate. Poesia che certo prediligo perché fatta di versi piani e chiari, di rime nate dal bisogno di dare armonia al mondo e riordinarlo su parametri di una più meditata bellezza e di una ritrovata civiltà letteraria. 






Il libro è acquistabile al seguente link: 



La casa dei venti
a Antonia W.

C’è una casa in cui i venti tornano e non è lontana da qui.
Certi giorni è a portata di mano: ne senti i sospiri i silenzi i sì.
Appena fiuti la pioggia dietro il sole
lascia fuori il vento, tutto è alcova e altrove:
i tuoi capelli, il tuo sorriso negli occhi
l’ombra che sbraccia sulla parete e scivola nella notte
come un secondo corpo che non ci appartiene
il sangue che preme contro la pelle, nelle vene.
Questa casa di venti senza casa me l’hai lasciata negli occhi
solo a ricordarla, e non ha più finestre
che raccoglie le voci della strada, i pensieri degli uomini,
i sogni di chi torna e di chi arriva.
Dal tuo sorriso non deve più ripartire.


L’aura di Guayaquil

Una volta ti diedi un bacio nel giardino di Guayaquil.
Ma non era solo un bacio, era una parola nascosta
nel cuore che finì sulla bocca.
Te la restituii rubando un momento di slancio
tra una parola e l’altra
sfruttando uno spiraglio fra le tue labbra.
Dal cespuglio veniva un fruscio allegro di voci.
Un’antica luce brillava negli occhi delle iguane.
Sul piedistallo di Bolívar urlava un signore
gli ultimi peccati mortali ai passanti distratti.
Le foglie della magnolia ci proteggevano dal sole.
Quante cose mi parlano ancora di quell’aura
un pomeriggio di Guayaquil?
Mi domando se un ricordo che da sempre ci aspetta
un giorno all’improvviso invecchia,
se quel bacio che per un attimo ci ha legato
nel mondo dove tu non abiti più, è tornato
nei tuoi pensieri con una dolce stretta.


L’ultima epistola

a Monica, per una poesia ritrovata

Questa notte verrò da te e saremo un’ombra sola.
Un’ombra che non sa volare, ma come l’alba sale.
Ti vedrò innaffiare l’orto e preparare
zuppe e frittate e appoggiarti al pesco
che si sfoglia sul muro caldo del giorno.
In quel lembo di casa c’è il mio sogno.
Io saprò riabbracciarti, sedere con te al desco,
portarti il vino e uno sguardo buono che sa amare.

Ma io sono qui e la terra trema ogni giorno:
è la linea inferma del mondo.
Senti un odore di burro rancido nei capelli
e voci che rotolano come pietre nelle valli.
Carovane chiassose arrampicarsi come capre.
Nuvole di fumo, da fattorie abbandonate.
Quando affondo gli occhi nel cuore argilloso dei colli
e in quella calma di foglie l’alba si apre
c’è come un’aria leggera nei miei sogni.
Forse un segno paziente di pace.

Tornerò da te presto, magari una mattina
come una luce che ti abbraccia, una brezza viva.


Nessun commento:

Posta un commento

Grazie per il commento. Verrà pubblicato dopo essere stato moderato.