venerdì 8 novembre 2019

Giovanni Pistoia




Giovanni Pistoia è poeta calabrese nato a Corigliano Calabro (Cosenza). Ha conseguito la laurea in Filosofia presso l’Università “La Sapienza” e espletato, successivamente, attività didattica e educativa presso diversi Istituti superiori statali. Autore di articoli, saggi, recensioni, ha pubblicato molteplici testi in prosa e raccolte di poesia. È presente in molte antologie poetiche e cura siti di letteratura e di cultura poetica. Suoi servizi, commenti e articoli appaiono su numerosi giornali e riviste.
È stato presidente della Fondazione Carmine De Luca, un sodalizio di cultura pedagogica, dalla sua istituzione (2003) al 2010. Fino agli anni ’90 è stato impegnato politicamente come amministratore della Provincia di Cosenza e della sua città Corigliano Calabro, di cui è stato anche sindaco per un breve periodo.


Alcuni dei testi dell’autore:

Quando raccolsi la luna – Parole naufraghe, 2019 che qui commentiamo. Inoltre: Il libro e la matita – note di letture, 2018; Quel bel convoglio della fantasia, 2017; Privati silenzi, 2017; Nel silenzio della parola, 2017; Voci del Sud - tracce segni idee, 2012, 2017; Il mare a primavera - racconti dal web, 2012, 2017; La parola e il tempo - pagine sparse, 2013, 2017; Le rondini sono piene di cielo, 2013, 2017; Alle radici del presente. Vita morale e materiale in Calabria in un manoscritto del Seicento, 1996, 2013, 2016, 2017; Il dolce abbraccio della parola - Appunti e note di lettura, 2014, 2017; Capuana e la letteratura per l’infanzia, 2014; Sentieri di pagine - Appunti e note di lettura, 2014, 2017; Ci lasci uscire, bella signora! 2014; Intervista sulla piana di Sibari. Raccolta di scritti apparsi tra il 1986 e il 1988, 2015; Fatica e Povertà e Altri Scritti, piana di Sibari: note di storia economica e sociale - Raccolta di testi apparsi tra il 1988 e il 1998, 2015, 2016; Parole mai stanche da lunghi viaggi - Note e noterelle dell’altro secolo, 2016; Momenti di storia nella Calabria del XVI secolo, 1996, 2016; Come il fiume fluisce verso il monte - poesie, 2013, 2017; Sono foresta tra sogni e silenzi - poesie, 2014, 2016; Se solo potesse dar voce - poesie, 2014; La sfida - Poesie in compagnia, 2014; Parole d’acqua e di vento, 2015; Mi racconto la luna - piccola antologia di vagabondi pensieri e fragile poesia, 2015; La memoria e la fionda - parole scritte a bassa voce, 2015; Il vento restò senza respiro - poesie - scelta e prefazione di Anton Nikë Berisha, 2017 - il testo appare anche in lingua albanese, 2017.


“Quando raccolsi la luna - Parole naufraghe” 
di Giovanni Pistoia 
(seconda edizione ampliata – youcanprint settembre 2019)







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Nota di Renato Fiorito

       “Quando raccolsi la luna” è l’intrigante titolo che Giovanni Pistoia ha voluto dare alla sua ultima raccolta poetica. Il libro è diviso in tre sezioni. Nella prima, intitolata “Vuoti di luna”, sono raccolte 85 poesie, che trovano poi coerente prosecuzione nella seconda sezione: “Spazi analfabeti” in cui, abbandonata la forma poetica, l’autore continua a sviluppare in prosa le sue riflessioni circa l’essenzialità della parola, il tempo che tutto cancella, la necessità di resistere alla invadente barbarie. Nell'ultima sezione, “Pensieri scompigliati”, una serie di aforismi concludono l’opera con una nota di saggezza e ironia, come avviene, per esempio, in questa massima che riporto: Chi è convinto di possedere la verità non la cerca. E non sa quello che si perde”. 
    Siamo di fronte a un libro semplice e complesso al tempo stesso, ossimorico, disarticolante: libro dell’amore fiducioso per la parola e, insieme, del rammarico per la sua inadeguatezza, della ricerca del senso della vita e della coscienza della sua transeunte fragilità, ma soprattutto libro di grande delicatezza, di discorsi fatti sottovoce, come ad un compagno di viaggio di cui si condivide lo smarrimento e la sorte. 
Scrive ad esempio l’autore in “Spazi analfabeti” (pag.90): “Le parole non sanno da dove vengono né dove sono dirette. Disconoscono perfino il loro autore. Sanno di miele e di fiele. Il loro destino è sfidare il tempo e raccontare ancora. E io che vorrei dire cosa sono non trovo parole per raccontare.”
Significativo è il titolo della prima sezione “Vuoti di luna” con cui l’autore sembra alludere all'ingannevole concretezza delle cose che dietro ogni realtà nasconde un fondo irrealtà e dietro ogni consistenza un vuoto. La inadeguatezza delle parole è figlia di questa illusione, dell’incessante mutamento che cancella le cose che amiamo, sostituendole con quelle che non conosciamo.
Sin dal primo verso della raccolta l'autore rivela il tema portante dell’opera: la parola come indispensabile alimento dell’anima, ermeneuta di una realtà che senza di essa sarebbe materia grezza, priva di vibrazioni.
Ma anche le parole, pure così indispensabili, si rivelano a volte inadeguate alla loro funzione di disvelamento, allora più di esse vale la realtà di un dettaglio, il gesto involontario, la corporalità dell’esistere: “Le parole/ dicono di me ben poco/” confessa il poeta “Non fermarti/ a quel che dico/ a quel che scrivo;/ cercami / negli sguardi incompiuti,/ nelle mie mani impazienti...”. (pag. 32)
Nella poesia di Giovanni Pistoia viene così approfondito il rapporto tra parola e silenzio e il sotteso significato delle pause scavate tra parola e parola, che sono verità non dette, più intriganti e destabilizzanti della consolida  certezza: "Tra una sillaba/ e l’altra,/ una parola/ e l’altra,/ un silenzio/ e altro silenzio ancora,/ c’è tutto quello che so,/ e che non so. Sono/ nel vuoto delle pause/ mai del tutto vuote,/ e non so dire. (pag. 29)
È in questa terra di confine, oscillante su una realtà mutevole, incerta, ingannatrice, che si pone il poeta. Ciò che sembra solido e sicuro presto si dissolve, le persone amate vengono inghiottite dal tempo, lasciando dietro un deserto, l’ombra del ricordo che sbiadisce col tempo: “Dunque, non resta che il ricordo! / Dall’albero cadono ancora giorni / come foglie, fronde rinsecchite. / Amici che vanno via, senza rumore / a volte, come per non disturbare, /piume che si disperdono nel vento...”  (pag49) 

 Così la realtà lentamente diventa anch’essa eterea, le giornate vengono abitate dalla nostalgia e una sensazione di solitudine e precarietà invade l’anima. Allora la parola non basta a contrastare lo spaesamento di una mutante e illusoria realtà “Mi sono consegnato al silenzio, / come i sassi battuti dal vento/ non trovo più le parole/ che ne raccontino gli abissi./ Ho nostagia della mia voce.” (pag 31)
Sono dunque da invidiare le stesse pietre che mantengono una loro inattaccabile persistenza “... Non sa la pietra d’essere pietra; e mi inquieta/ quest’esistenza che non mostra turbamento./ Vince il tempo e immortala, tacendo, la parola.” (pag 38)
Parola mite eppure potente è questa di Giovanni Pistoia. Sale in superficie come bolla d’aria, senza travestimenti, adulterazioni, nascondimenti, stucchevoli esibizionismi letterari. Essa ha una verità essenziale da dire, che urge e che ha bisogno di registri condivisi e comprensibili per non essere travisata; verità che proviene dall’oscurità dell’anima e che vuole farsi epifanicamente luce.
Quando leggo o sento che la poesia sarebbe morta (in realtà lo si dice da decenni) penso, al contrario, che, pur nella troppo ampia platea di facitori di versi, mai come in questi anni essa sia ricca di talenti dei quali ancora non si ha piena consapevolezza. Tra qualche decina di anni, quando la polvere del quotidiano brigare sarà posata, potrà essere riconosciuta e celebrata. Credo che tra questi talenti potrà esserci anche Giovanni Pistoia.




Vuoti di luna


Cerco tra le mie carte cose non scritte,
vuoti di luna, ferite ignote. Nulla
è più reale dell’abisso remoto che morde.
Il vento impetuoso soffia il taciuto.



Come vento muto


Sento tanto l’urgenza della parola
e non oso pronunciarne alcuna.
Sono con il mio silenzio uggioso
il mio silenzio ottuso. Freme
la parola come vento muto.



Liberate la poesia


Liberate, voi che potete, la poesia
dagli scaffali, non depositatela sugli altari;
sia come l’acqua: irrighi i campi, disseti i fiumi,
abbracci i mari, e come l’acqua torni
alle sorgenti perché vita torni.



Voi


Voi che ve ne state al di là dell’orizzonte,
vi prego, non chiedetemi di raggiungervi,
sono stanco, e non so nuotare. Venitemi
incontro, sono ad aspettarvi su questo lido,
innamorato dei miei piedi scalzi e delle mani
nude, che col secchiello portano via il mare.



Amica mia


Il mare non è quel che tu vedi,
le onde che ti bagnano, l’orizzonte
quiete del tramonto fiacco; il mare
è il battito che avverti, i segreti
che rivela, le voragini che scava,
il pentagramma sui quali scrivi
note che ignaro custodivi. Il mare
è come il libro, non è lo scritto che ti culla,
ma quello che leggi tra le pagine che scorri,
tra gli spazi che narrano il vuoto che riempi.

Quel che non vedi regge ciò che appare;
è forse questo il mistero che cerchiamo.



Mute


Ho chiuse le parole nel cassetto.

Non ho voglia di parlare. Ho solo
nostalgia d’ascoltarmi. Non è indolore
l’ascoltarsi; è piccone che sradica certezze;
è bufera come quercia che si dimena
al vento che la squarcia. Mi ritrovo rotto
con il cuore che declina, la notte
che non cede al tramonto che resiste.
Il cielo è senza luna sulla collina nuda:
la solitudine morde, e non perdona.

E le parole nel cassetto mute.








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